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Da Tunisi a Lione, il "venerdì nero" di Daesh

Quello che è già stato ribattezzato come il "black friday" ha visto un susseguirsi di attacchi sanguinari che hanno colpito diversi paesi in tre continenti, causando la morte di più di 100 persone. Era il 26 giugno, e tutto cominciava alle 10 del mattino. 

 

Quello che è già stato ribattezzato da diversi media internazionali come il Black Friday, il "Venerdì Nero", ha visto un susseguirsi di attacchi sanguinari che hanno colpito diversi paesi in tre continenti, causando la morte di più di 100 persone.

Era il 26 giugno, il secondo venerdì del mese di Ramadan, due momenti simbolici della religione musulmana in quanto, rispettivamente, giorno dedicato alla preghiera pubblica nelle moschee, e mese sacro del digiuno come esercizio all’autodisciplina e strumento di purificazione.

A completare lo schema secondo cui, apparentemente, niente sembra essere stato lasciato al caso, gli eventi di venerdì scorso si sono verificati appena qualche giorno in anticipo rispetto alla data in cui ricorre il primo anniversario della proclamazione del Califfato Islamico in Siria e in Iraq, il 29 giugno del 2014, e per questo suscettibili di essere considerati nel quadro di una lugubre celebrazione anticipata.

La terribile giornata è iniziata alle dieci del mattino, nel sud-est della Francia, a circa 30 chilometri da Lione, quando un’auto ha fatto irruzione in un impianto di gas industriale di proprietà del gruppo statunitense Air Products, provocando un’esplosione. Successivamente, all’interno della fabbrica, un uomo è stato trovato decapitato, la sua testa infilzata sulla recinzione del cortile e coperta di scritte ed incisioni in arabo.

Il secondo attacco, poche ore dopo, ha causato la morte di 38 turisti sulla spiaggia dell’hotel Marhaba di Sousse, in Tunisia, per mano di un attentatore che, armato di kalashnikov, ha aperto il fuoco sulle vittime inermi. L’attacco è stato rivendicato dallo Stato Islamico e l’attentatore è stato ucciso dalle forze di polizia.

Passano poche ore e un altro attacco, in un altro paese, in un altro continente, va ad aggiungersi alle pagine di cronaca nera di questa giornata infinita.

Stavolta la vittima è il Kuwait, colpito nel suo cuore pulsante, con un attacco kamikaze nella seconda moschea sciita più grande della capitale, Kuwait City, seguendo lo stesso modello dei simili attentati alle moschee sciite in Arabia Saudita di qualche settimana prima. Nell’assalto suicida sono morte 27 persone e circa 220 sono rimaste ferite, nell’ennesima strage che porta la sanguinaria firma dello Stato Islamico (IS), che ne ha poi rivendicato la responsabilità.

Inoltre, al di fuori di questo triangolo intercontinentale, la scia del terrore ha colpito altre due aree, che hanno suscitato meno clamore mediatico in quanto zone di guerra.

In Somalia, un attacco delle milizie islamiste del gruppo terroristico Al-Shabab, sferrato contro una base militare dell’AMISOM, la missione di peace-keeping dell’Unione Africana in Somalia, ha fatto almeno 30 vittime. Prima di colpire, sembra che i miliziani abbiano oculatamente aspettato che i residenti tornassero al presidio dopo la preghiera del venerdì,portando a segno un attacco che è andato ad aggiungersi ad una lista più lunga di attentati verificatisi nelle settimane precedenti e finalizzati a rovesciare il governo di Mogadiscio, sostenuto dall’Occidente, e ad imporre una versione più rigida della Legge Islamica nel paese. Dopo l’attentato, sul presidio militare somalo ha iniziato a sventolare la bandiera nera islamica, mentre i cadaveri delle vittime circondavano la base.

Infine, sempre nella stessa giornata, i combattenti di Daesh, tramite una serie di multipli attentati suicidi in diversi punti della città che hanno causato alcune decine di vittime, sono rientrati a Kobane.

Quest’ultima, situata nell’area del Rojava, l’enclave curda tra Siria e Turchia, era stata orgogliosamente riconquistata e liberata dall’IS grazie alla resistenza delle forze armate curde siriane dell’YPG e dell’YPJ a gennaio 2015. La liberazione di Kobane, ai tempi, aveva rappresentato una vittoria simbolica contro il gruppo terrorista, dimostrando la vulnerabilità dell’organizzazione e scalfendo quell’immagine di invincibilità che si era creata intorno a tanta disumana ferocia.

La nuova offensiva del gruppo Stato Islamico contro Kobane, segue una serie di successi ottenuti dalle milizie curde nella provincia di Raqqa, proclamata capitale del Califfato. Tuttavia, dopo un paio di giorni di feroci combattimenti che hanno causato più di 200 vittime (secondo le stime dell’Osservatorio siriano per i diritti umani), i combattenti curdi siriani, con l’aiuto dei peshmerga iracheni, hanno ripreso il completo controllo della città, respingendo i combattenti di Daesh.

Per fare un punto della situazione, tuttavia, si rende necessario mettere da parte i casi di Kobane e Somalia, meno scioccanti solo perché circoscritti in zone di guerra e quindi maggiormente esposti ai rischi che una tale situazione di instabilità comporta.

Tornando, quindi, sugli attacchi in Francia, Tunisia e Kuwait, non sembra che questi siano collegati tra loro, nel senso di essere stati direttamente coordinati dai capofila dello Stato Islamico nel quadro di uno specifico piano di attacco. Infatti, solamente quelli in Tunisia e in Kuwait sono stati apertamente rivendicati dal gruppo sui social media, mentre il caso francese è stato “solamente” celebrato dagli account Twitter dei jihadisti e dai sostenitori del gruppo.

Tuttavia, seppur tutti accomunati dalla presenza di elementi che rimandano al terrorismo, il caso francese rimane il più ambiguo.

Nonostante siano state ritrovate bandiere islamiche nello stabilimento e l’attentatore, il trentacinquenne Yassin Salhi, abbia fatto irruzione nella fabbrica al grido di “Allah Akbar”, quest’ultimo continua a negare la natura religiosa della sua azione e qualsiasi legame con lo Stato Islamico. Ipotesi che non sembra del tutto irrealistica, visto che la vittima decapitata era il capo dell’attentatore, il responsabile di una compagnia di trasporti del luogo, elemento che lascia aperta la pista di una diatriba di lavoro finita in tragedia.

Ad ogni modo, quello che emerge in ultima analisi da questo venerdì nero, è l’incapacità di prevedere questi attacchi infami, seppure questi fossero stati previamente annunciati.

Il portavoce dello Stato Islamico, Abu Mohammed al-Adnani, infatti, qualche settimana fa aveva diffuso un messaggio secondo il quale gli attacchi portati a termine durante il mese sacro del Ramadan contro gli infedeli e i miscredenti - leggi turisti occidentali (attacco in Tunisia) o i nemici sciiti (Kuwait) considerati apostati ed eretici dalla maggioranza sunnita - avrebbero garantito ai combattenti maggiori ricompense ultraterrene.

Eppure, l’aspetto che desta più preoccupazione in questa nuova era del jihadismo globale, è la capacità di Daesh di attirare ed ispirare nuovi combattenti nella creazione di cellule terroristiche indipendenti, non necessariamente legate o coordinate direttamente da un nucleo centrale, e dall’impossibilità di collocazione geografica del fenomeno, dovuta alla più disparata diffusione della minaccia.

Attraverso una forza mediatica senza precedenti, grazie allo strategico utilizzo dei social media e al contributo di professionisti dell’informatica digitale, una parte importante dell’enorme potere dello Stato Islamico sta proprio nelle capillari capacità propagandistiche di diffusione delle loro barbare pratiche di uccisione, avvalendosi di un sensazionalismo da palcoscenico.

Intanto, mentre una task force europea dichiara una guerra mediatica contro gli estremisti responsabili del reclutamento on-line di nuovi combattenti, e la Coalizione internazionale a guida americana continua a bombardare le basi dell’IS in Siria e in Iraq, ottenendo anche alcuni successi, questo venerdì nero ha dimostrato come il potere del gruppo sia in grado di risorgere e rinvigorirsi attraverso una rete di insospettabili e imprevedibili attori locali.

In conclusione, alcune ultime pregnanti questioni sono meritevoli di considerazione. La prima, suggerita dalle teorie "cospirazioniste" - così definite perché propongono una versione alternativa a quella ufficiale - vuole ricordarci come i semi del male vengano sempre piantati da un qualche concimatore, nella ricerca di ottenere la massima resa dal proprio orto personale.

In questo caso, il ruolo dell’imprudente concimatore è stato svolto dal grande colosso statunitense, sostenuto finanziariamente e in termini di fornitura di armi dagli enormi fondi della petromonarchia qatarense, rinomata per essere una convinta sostenitrice della diffusione dell’islamismo radicale.

L’obiettivo, invece, quello della massimizzazione dei vantaggi in termini di potere e di stabilità, derivanti dal perseguimento di uno schema finalizzato a destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente, distogliere l’attenzione dai crimini che vengono continuamente e impunemente perpetrati da Israele, porre pressione sull’Iran e creare un nemico comune talmente forte e spaventoso da catalizzare l’attenzione e gli sforzi internazionali per distruggerlo.

Ad avvalorare questa tesi, si inserisce a pieno titolo l’insurrezione libica del febbraio 2011, tutt’altro che spontanea, e il successivo intervento internazionale “umanitario”, che di umanitario, però, aveva ben poco, viste le ingenti perdite civili causate dagli sconsiderati attacchi aerei della NATO.

Più verosimilmente, l’intervento della Coalizione perseguiva il fine meno nobile del regime-change, per liberarsi di un dittatore ormai scomodo, senza tenere in minima considerazione quella stessa popolazione libica identificata come unico focus della risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizzava l’utilizzo della forza armata per l’intervento nel paese.

Ancora, l’emblematico caso siriano, dove il ruolo del sedicente Stato Islamico era quello di contrastare il regime di Asad, trama ironicamente capovoltasi in un cambio di schieramenti che ha visto gli stessi sostenitori del gruppo terroristico allearsi al regime nella lotta contro il loro artificiale prodotto andato fuori controllo.

Infine, inquadrabile nella stessa logica, questa creazione del terrificante mostro da sconfiggere e da cui i governi devono proteggere i cittadini, va a giustificare una deriva autoritaria e securitaria che, a seconda della forma di governo e delle peculiarità del paese, si traduce in una più o meno marcata limitazione delle libertà dei cittadini.

Questa versione della realtà, nell’intento di districare uno dei più classici giochi di potere delle élites internazionali, vuole suggerirci cautela nelle considerazioni e nell’attribuzione di giudizi di valore sugli attori protagonisti della scena internazionale.

Prima di tutto, vuole metterci in guardia sulla semplicistica e generalista identificazione del nemico in tutta la comunità islamica, nel suo insieme. Soprattutto visto che il gruppo dello Stato Islamico, con le sue barbarie e i suoi vandalismi, sono quanto di più lontano da quanto prescritto dal Corano nella descrizione di un devoto musulmano e che, con questo, condivide solamente la lingua araba. 

 

 

06 Luglio 2015
di: 
Lamia Ledrisi da Tunisi
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