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Egitto: l'economia che non c'è

“’Ayish, Hurriyya, ‘Adala Igtima’iyya” si gridava a Tahrir. Pane, libertà e giustizia sociale, perché la caduta del regime di Mubarak doveva portare un cambiamento anche economico, migliori condizioni di vita e opportunità per tutti. Perché non si può parlare di democrazia se il costo della vita è insostenibile e il lavoro non c’è.

 

A distanza di tre anni possiamo parlare di un nuovo paradigma o quanto meno di qualche passo in questa direzione? E che tipo di modello economico verrà promosso da Al-Sisi, la cui vittoria alle elezioni presidenziali del 26 maggio è data praticamente per certa? Una rapida occhiata ai dati e agli eventi di questo triennio non lascia molto spazio all’ottimismo. Questo non solo dipende dal fatto che una transizione politica rende di per sé l’economia più instabile e ne indebolisce le prospettive di crescita, ma anche dai minimi sforzi effettuati per avviare l’Egitto verso un modello che possa davvero garantire alla popolazione maggiori benessere e possibilità.

 

Stando ai dati della Banca Mondiale, la crescita è pressoché nulla, l’inflazione si attesta intorno al 10%, la disoccupazione rimane a livelli preoccupanti: 15% totale e 35% per i giovani, senza dimenticare che le stime ufficiali non prendono in considerazione tutti coloro che si guadagnano da vivere nel settore cosiddetto “informale” o “sommerso”.

 

Bisogna però riconoscere che, nonostante la gravità della situazione, i cambiamenti politici degli ultimi tre anni non hanno segnato l’inizio del declino: i problemi appena menzionati – che riguardano l’Egitto così come l’intera regione del Mediterraneo – hanno una lunga storia e le proteste del 2011 non hanno fatto altro che renderli manifesti agli occhi dell’opinione pubblica e delle istituzioni internazionali, le stesse che negli anni appena precedenti avevano lodato la “stabilità macroeconomica” del Paese.

 

L’ordine dei conti pubblici è comunque rimasto la priorità del Fondo Monetario Internazionale, la condizione dirimente per la concessione del tanto discusso prestito di 4,8 miliardi di dollari (le negoziazioni sono state interrotte a luglio 2013). Se da un lato l’Egitto è stato messo al muro perché l’introduzione di misure che migliorassero la sua “credibilità” per la concessione di prestiti e aiuti, dall’altro è sinora riuscito a sfuggire alla morsa dell’austerità grazie ai generosi flussi di denaro dai Paesi del Golfo, i quali ne hanno fatto un terreno di sfida per le loro lotte egemoniche.

 

Lasciando da parte gli evidenti problemi legati all’indebolimento della sovranità, si tratta in entrambi i casi di strategie di corto respiro. Le organizzazioni internazionali insistono sul riordino dei conti pubblici in un’economia in cui diverse voci della spesa pubblica rappresentano l’unica opzione possibile e praticabile per moltissimi egiziani (si pensi ai sussidi a diversi generi alimentari e al carburante). Impossibile dire se nel lungo periodo la rimozione dei sussidi e massicce privatizzazioni e liberalizzazioni possano liberare le energie necessarie per uno sviluppo significativo e diffuso. È però ragionevole pensare che, se anche ciò avvenisse, numerosi sarebbero i cadaveri su questa strada verso la prosperità.

 

Altrettanto sensato è però ritenere che il denaro del Golfo non possa risolvere i problemi dell’Egitto, bensì semplicemente alleviarli e rimandare a data indefinita l’elaborazione di strategie per rilanciare un’economia la cui debole struttura produttiva è largamente dipendente dalle importazioni dell’estero, oltre che incapace di offrire posti di lavoro in numero adeguato alla sua popolazione.

 

Cosa cambierà con la presidenza di Al-Sisi? Le sue dichiarazioni degli ultimi mesi hanno suscitato non poche polemiche, lasciando presumere che il candidato non abbia una chiara visione di come risollevare le sorti dell’Egitto.

Si è molto discusso per esempio del discorso del 6 marzo, nel quale si è parlato di una situazione “molto, molto delicata”, precisando che gli egiziani tutti dovranno lavorare duramente il bene del Paese. Una ripresa che non darà i suoi frutti per almeno un paio di generazioni.

 

Al-Sisi ha più volte esortato alla necessità di fare “sacrifici” senza specificare nel dettaglio che cosa intenda. Parole forti, dure quanto vaghe, che fanno temere che la presidenza Al-Sisi non farà molto per rilanciare l’economia. Poco o nulla è stato detto infatti su come creare posti di lavoro, in quali settori produttivi investire, come ridurre la dipendenza dalle importazioni.

Agli egiziani si chiederà di sopportare con pazienza le avversità e provvedere da sé alla propria sopravvivenza, mentre la priorità rimane “mettere in sicurezza” del Paese contro i nemici interni ed esterni.

 

Al-Sisi sembra non avere una chiara visione strategica per il futuro dell’Egitto, ma sono molti ad accusarlo di essere assai determinato nel tutelare gli interessi economici dell’esercito. A marzo è stato annunciato un ambizioso progetto da 40 miliardi di dollari per la costruzione di un milione di unità abitative per i giovani egiziani meno abbienti.

 

 

Un’iniziativa da che contribuisce ad affrontare uno dei problemi più pressanti dell’Egitto, ma che rappresenta anche una preziosa opportunità di guadagno per la compagnia emiratina Arabtec Holding e per l’esercito stesso, visto il legame a doppio filo che tradizionalmente lo unisce al settore edilizio e del cemento. Un altro progetto assai redditizio riguarda l’allargamento e il potenziamento del Canale di Suez, con l’esercito in pieno controllo delle gare d’appalto.

 

Miope ricerca della stabilità dei conti da una parte e una spesa pubblica necessaria quanto incapace di creare sviluppo dall’altra. Condizioni capestro calate dall’alto e denaro elargito per meri calcoli di potere. E su tutto la prevaricazione di interessi particolari che, di nuovo, non sembrano in grado di porre le basi per un modello di crescita sostenuta e a beneficio di tutti.

La giustizia sociale e del cambiamento economico invocati a Tahrir dovranno aspettare. Ancora.

16 Maggio 2014
di: 
Clara Capelli (da Beirut)
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