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Il ruolo dei curdi nel caos iracheno

Dopo anni in cui la questione curda è stata ignorata, oggi la comunità internazionale vi dedica un’attenzione fuori dal comune. Ma di cosa parliamo quando parliamo di Kurdistan? 

 

 

Dopo le dichiarazioni dei paesi Nato, dell’Unione Europea e di alcuni dei rispettivi parlamenti riuniti in sedute straordinarie “per aiutare i curdi e salvare le minoranze con armi e munizioni e per fermare l’avanzata jihadista”, da metà agosto raid Usa colpiscono le postazioni dell’Is sul confine con il Kurdistan e a Baghdad. 

Per la prima volta un Segretario generale dell’Onu ha visitato il Kurdistan. Quasi tutti i paesi dell’area occidentale, compresi Giappone e Australia, si dichiarano pronti a fornire aiuti umanitari ai civili in fuga e sostegno militare ai curdi.

Tutti questi episodi rappresentano un grande riconoscimento politico-diplomatico, oltre che morale. 

Dalla fine della Prima guerra mondiale – dal Trattato di Sèvres del 1920, passando per la scoperta del petrolio nei territori curdi e per un altro trattato, quello di Losanna (1923) – il sogno di uno Stato curdo è passato dall’essere un’idea concreta a una mera delusione.

Il Kurdistan è stato smembrato da frontiere artificiali e l’unità linguistica, politica, culturale e socio-economica della popolazione, divisa tra Turchia, Siria, Iraq e Iran, è stata disintegrata. 

Da allora sono scoppiate rivolte, ribellioni e vere rivoluzioni senza un disegno comune o coordinamento fra le diverse dirigenze curde, per questo brutalmente soffocate. Di fronte allo sterminio della popolazione curda in passato l’opinione pubblica e le istituzioni internazionali sono sempre state impassibili.

Solo alcuni momenti tragici hanno fatto notizia, come il massacro di Halabja nel marzo 1988, la rivolta dei curdo-iracheni nella guerra del Golfo del 1991, oppure in occasione di eventi clamorosi come il sequestro di cittadini europei da parte della guerriglia curda o l’arrivo di Abdullah Ocalan nel 1998 in Italia. 

Oggi, per contro, di fronte alle sfide dello Stato Islamico, la stampa e la politica internazionale si concentrano sui curdi e una parte di loro viene riconosciuta come interlocutore “privilegiato” nella guerra contro il terrorismo, senza che siano sollevati interrogativi su chi effettivamente si sta sostenendo. Chi è dunque questa parte “privilegiata”?

Stiamo parlando dei curdi del Kurdistan iracheno, gli unici ad aver sviluppato negli anni sempre più potere fino a ottenere ufficialmente lo status di “semi-autonomia”.

Un risultato raggiunto in un contesto caratterizzato da tre elementi fondamentali: la fragilità dello Stato centrale, la presenza di risorse economiche, e le opportunità di alleanze con l’esterno.

Già durante la guerra per la liberazione del Kuwait i curdo-iracheni, supportati dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, ebbero un ruolo importante nell’indebolire le truppe di Baghdad cacciandole dai loro territori. Ma proprio mentre il governo centrale oscillava, gli Usa preferirono garantire la sopravvivenza di Saddam Hussein anziché mettere in discussione i confini dell’Iraq, temendo la presenza di un nuovo governo filo-iraniano a Baghdad.

Così, indirettamente, hanno contributo a sostenere il regime nel soffocare le rivolte sciite al centro e al sud del paese e quella dei curdi al nord. Nel maggio 1992 i curdi, guidati dai due grandi partiti da sempre dominanti – il Partito Democratico del Kurdistan di Masud Barzani (Pdk) e l’Unione Patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani (Upk) – votarono per l’istituzione di un Parlamento regionale.

Da allora la politica, l’economia e molti altri aspetti della società curdo-irachena sono stati profondamente influenzati da questi due partiti.

Si può affermare che la regione fosse fisicamente divisa in due: due amministrazioni, due sistemi politici, due forze distinte di polizia, sicurezza e intelligence, dominate rispettivamente dal Pdk a Erbil e dall’Upk a Sulaymania, che si consideravano per auto-proclamazione “Governo Regionale del Kurdistan” (Krg).

Questa situazione portò, nel maggio 1994, a una guerra interna che durò fino al 1998 e nella quale entrambe le parti commisero gravi violazioni dei diritti umani. Un conflitto che si aggravò il 31 agosto 1996 quando il Pdk, con l’appoggio delle truppe di Saddam, occupò Erbil e cacciò i miliziani dell’Upk.

Solo nel 1998, sotto la pressione degli Usa, i due partiti raggiunsero una tregua. Dopo la caduta di Saddam, con la nuova Costituzione del 2004, si ottiene un primo risultato: viene sancito il principio del federalismo e con esso il riconoscimento delle istituzioni curde.

Talabani diventa presidente della Repubblica, Barzani presidente regionale del Kurdistan, e i curdi assumono un ruolo primario nella vita politica del “nuovo Iraq”. Nel giugno del 2005 i due “governi” di Erbil e Sulaymania si uniscono formalmente.

Tuttavia la governance del Kurdistan non è cambiata: si può affermare con rammarico che non esiste un sistema di separazione dei poteri, piuttosto due clan che si stanno impossessando di tutte le risorse.

Le elezioni non sono immuni da brogli e falsificazioni. Il potere di Pdk e Upk ha pervaso tutti gli ambiti sociali: la nomina di giudici, ministri, capi delle forze armate, docenti universitari, presidi delle facoltà e delle scuole di ogni ordine e grado è nelle loro mani. 

Enormi risorse del paese vengono letteralmente rubate per favorire le casse dei due partiti. A oggi non è noto a quanto ammonti e come venga speso il ricavato della vendita di petrolio, estratto su larga scala in Kurdistan dal 2003.

Tutte le società petrolifere, di commercio, della telefonia, dell’edilizia e le grandi e medie imprese sono sotto controllo dei due partiti e dei loro dirigenti, spesso appartenenti alle grandi famiglie di Barzani e Talabani. Non esiste alcun mezzo di informazione, Ong o associazione che sia risparmiata dall’ombra della politica.

Ognuno dei 110 membri del Parlamento ha diritto a quattro guardie private e al pensionamento dopo pochi mesi di servizio con 6mila dollari al mese in un paese in cui un impiegato pubblico ne guadagna 300. Inoltre il presidente del Parlamento e i ministri hanno diritto di nominare un numero indefinito di “consiglieri”, anch’essi privilegiati da “pensioni d’oro”, di cui godono, a oggi, anche migliaia di giornalisti vicini ai due partiti. 

Una situazione che, con il passare del tempo, ha fatto crescere il malcontento popolare, al punto che i due partiti sono arrivati a siglare un accordo strategico per spartirsi il potere noto come “patto d’Acciaio”, i cui dettagli sono stati resi noti nel 2010. Un atto di trasparenza che tuttavia non ha impedito la continua promulgazione di leggi limitative delle libertà dei cittadini.

È nell’ambito delle elezioni del luglio 2009 che, per la prima volta, si presenta sulla scena politica curda il movimento laico e liberale Gorran (“il Cambiamento”) che, nonostante i brogli e le proteste diffuse, ottiene il 25% dei consensi.

In quattro anni il fronte dell’opposizione, con Gorran e le due formazioni islamiste minoritarie, ha portato avanti dure battaglie contro la corruzione, presentando molti disegni di legge e ottenendo l’approvazione parlamentare della legge finanziaria. I cittadini hanno iniziato a informarsi sul malaffare del governo, sulla corruzione e sullo spreco di denaro pubblico, ed è montata la protesta.

Durante le rivolte che hanno investito il mondo arabo nel 2011, Pdk e Upk hanno approvato una legge che imbavagliava le manifestazioni pubbliche di dissenso. Nel febbraio 2011 diverse dimostrazioni, in particolare a Sulaymania, sono state represse nel sangue.

Questo è dunque il contesto in cui le armi internazionali affluiscono.

Attualmente il governo è composto da una larga coalizione che include, oltre a Pdk e Upk, anche Gorran e le formazioni islamiste. Da questo esecutivo ci si aspetta molto: riforme strutturali, limitazione dei poteri del presidente della Regione, approvazione di una Costituzione moderna e lotta alla corruzione.

Problemi che riguardano anche il resto dell’Iraq, che vive uno dei suoi momenti più drammatici. Il 7 settembre scorso il Parlamento di Baghdad ha concesso la fiducia al nuovo governo guidato da Haider al-Abadi. I rappresentanti curdi non hanno partecipato al voto e si sono riuniti nella sede del Gorran, a Sulaymania, per decidere se farne parte o meno.

Alla riunione hanno assistito anche inviati di Usa, Onu e Gran Bretagna per convincere i curdi a dare il loro consenso e poter così presentare il nuovo governo iracheno in occasione del discorso di Obama per la ricorrenza dell’11 settembre. La stampa curda e le dichiarazioni successive dei politici che hanno assistito a quella riunione parlano di una “sconfitta politica”, dal momento che i problemi fra governo centrale e regionale con ogni probabilità resteranno irrisolti.

In particolare non risulta nessun accordo scritto per risolvere la questione dell’art. 140 della Costituzione– che prevede l’impegno di tutte le forze politiche irachene per dirimere le controversie sui territori contesi, ricchi di petrolio – e quella degli stipendi dei dipendenti pubblici del Kurdistan bloccati da tempo come ritorsione da parte di al-Maliki contro i rapporti commerciali petroliferi tra Erbil e Ankara non autorizzati da Baghdad.

Il nuovo governo centrale, inoltre, nonostante sia nato dalle pressioni internazionali su al-Maliki perché lasciasse il potere, è in realtà ancora nella mani del suo partito, appoggiato dall’Iran e dagli Stati Uniti.

È in questo contesto che oggi l’Is occupa un territorio di 70mila chilometri quadrati e minaccia di marciare su Baghdad ed Erbil.

I curdi, che negli ultimi tre anni hanno accolto oltre 200mila rifugiati siriani e attualmente circa 860mila sfollati dal resto dell’Iraq, potrebbero sfruttare la congiuntura internazionale per il “sogno dell’indipendenza”.

Ma anche se, per la prima volta nella storia, i combattenti di tutte le aree del Kurdistan storico combattono contro un unico nemico, non è affatto scontato che le rispettive agende politiche siano compatibili tra loro e soprattutto con le intenzioni dei paesi che appoggiano la nuova “guerra globale contro il jihadismo”.

Sulla questione delle armi dunque sono più che doverose serie e adeguate riflessioni sul contesto politico e sociale del Kurdistan, a fronte di aiuti umanitari che sono importanti, ma insufficienti.

Occorrerebbe fare pressioni sui curdi, sostenerli nel dotarsi di istituzioni democratiche e moderne, nel rispetto delle regole, dei diritti e delle libertà fondamentali.

Dialogare con una sola parte per ottenere ancora una volta un risultato positivo nel breve medio-termine contro un nuovo nemico comune lascia pensare che in realtà siamo ben lontani dal riconoscere il diritto di autodeterminazione del popolo curdo.

 

*Jasim Tawfik Mustafa è un analista curdo-iracheno, esule dal 1982 in Italia. Vive a Pisa ed è autore di numerose pubblicazioni, tra cui "Kurdi: il dramma di un popolo e la comunità internazionale" e "L'ingerenza umanitaria: il caso dei kurdi. Un profilo storico-giuridico". Questo saggio è stato scritto per il libro "La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna", a cura di Osservatorio Iraq. 

 

01 Marzo 2015
di: 
Jasim Tawfik Mustafa*
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