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Libia. L'allarmismo che giova al mercato delle armi

L'isterico (e tardivo) allarmismo sullo scenario libico, se da un lato rivela la tragicità della guerra e il caos attualmente dominante nel paese, dall'altro mostra un interesse occidentale tuttaltro che sorprendente: Francia e Italia infatti si contendono un triste primato. Negli ultimi anni hanno guidato la classifica dei paesi UE esportatori di armi nel paese. 

 

 

Attentati sanguinari, decapitazioni, armi chimiche in mano alla jihad, terroristi dello Stato Islamico sui barconi diretti in Italia. L’isterico e tardivo allarmismo sullo scenario libico, contrassegnato da una tragica guerra civile scoppiata già in seno al variegato movimento di liberazione del post-Gheddafi del 2011, ha scoperto improvvisamente l’instabilità di un paese sconvolto da anni di violenze.

L’Egitto del generale golpista Al Sisi palesa la sua presenza strategica in Cirenaica bombardando postazioni Isis.

La comunità internazionale comincia a ragionare su un nuovo intervento militare proprio mentre la produzione petrolifera crolla vertiginosamente. Negli ultimi quattro mesi l’estrazione di greggio è infatti precipitata da 900 mila a poco più di 300 mila barili al giorno.

Come sottolineano Facon e Kantchev sul Wall Street Journal, le tre aziende americane Conoco Phillips, Marathon Oil e Hess, assieme al colosso francese Total e alla tedesca Wintershall Holding, sono state costrette a sospendere o rivedere in larga parte le rispettive importazioni.

I 300 chilometri che separano le coste libiche da Lampedusa preoccupano seriamente per la prima volta l’Italia, un paese che, con la dipartita del dittatore Gheddafi promossa in prima fila dalla Francia di Sarkozy, ha visto contemporaneamente un forte ridimensionamento del peso industriale dell’Eni e un’aumento incontrollato dell’immigrazione dal paese nordafricano (nel 2014 +64%) dal quale dipende per più del 90% l’afflusso di migranti.

Dopo l’accantonamento dell’operazione a conduzione italiana Mare Nostrum, nelle acque territoriali tra Libia e Italia nel solo mese di gennaio è quadruplicato il numero delle vittime. Cinquanta contro i dodici del 2014.

In Libia di pari passo aumenta lo scontro interno tra le numerose e frammentate fazioni in campo. Dall’estate 2014 il conflitto vede infatti contrapposte la coalizione islamica moderata di Alba Libica uscita sconfitta dalle elezioni, divisa tra i leader civili di Misurata a favore dei negoziati e l’ala più radicale jihadista, e l’esercito governativo del premier Abdullah al Thani, a sua volta lacerato da tensioni interne capeggiate dal generale Khalifa Haftar, esiliato per vent’anni negli Stati Uniti e considerato da Washington l’uomo giusto da affiancare al dittatore egiziano Al Sisi nella lotta ai Fratelli Musulmani.

E se la Cirenaica con sede governativa a Tobruk vede il prevalere dell’esercito libico che si contende Derna e Bengasi per lo più con lo Stato Islamico e altre milizie jihadiste, la componente tribale del tessuto sociale libico emerge nella sua complessità in Tripolitania.

Le milizie Tuareg dominano il profondo ovest controllando principalmente la città di Ghat e le milizie Tubu il sud confinante con Niger e Ciad, mentre la capitale Tripoli e le vaste aree desertiche intorno si trovano sotto l’egida di Alba Libica. A eccezione di Zintan, unica roccaforte governativa della zona.

In questo difficile scenario l’esercito islamico, che ha ottenuto l’appoggio dei miliziani jihadisti di Ansar al-Sharia, avanza rapidamente nelle principali città libiche. Come a Sirte, l’ultimo baluardo del cruento regime di Gheddafi dove venne arrestato e ucciso il raìs. La risultante è un inasprimento delle violenze in tutta la Libia, con un conto delle vittime al momento incalcolabile.

Nella tragedia libica Francia e Italia si dividono un triste quanto paradossale primato. Tra il 2005 e il 2012 Parigi e Roma guidano la classifica dei paesi UE esportatori di armi leggere e pesanti nel paese nordafricano.

Hanno in pratica fornito armamenti al regime di Gheddafi che hanno poi combattuto sul campo fornendo un supporto decisivo alla vittoria definitiva dei ribelli. La Francia avrebbe infatti venduto rifornimenti militari per la bellezza di 431,7 milioni di euro contro i 375,5 milioni dell’Italia.

Armi e milioni al servizio del caos. Soprattutto considerato che nel corso della primavera libica tali equipaggiamenti sono stati ampiamente saccheggiati non solo dai ribelli, ma anche da forze jihadiste che hanno minacciato direttamente l’Italia nel corso delle ultime settimane.

“Distribuire armi in contesti instabili, fomentando violenza diffusa – ha dichiarato Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia – è prima di tutto un problema di sicurezza”. Soprattutto alla luce della cifra mostruosa pari a quasi 900 milioni di euro che l’Italia ha ricavato dalla vendita di armi nelle zone calde del Medio Oriente e del Nord Africa.

Dato che si aggrava ulteriormente dopo la clamorosa denuncia della Rete Italiana per il Disarmo riguardante l’assenza di un effettivo controllo da parte del Parlamento italiano in merito allo smercio internazionale di armi prodotte dalle aziende italiane.

Nonostante la legge preveda la discussione delle Relazioni sulle esportazioni di sistemi militari nelle commissioni competenti “sono otto anni, dal 2008 a oggi, - ha spiegato Beretta - che queste Relazioni non vengono neppure prese in esame”.

Con il pericolo imponderabile che le cessioni di armi da parte di Finmeccanica, partecipata del ministero dell’Economia, risultino del tutto indipendenti rispetto alla politica estera e di difesa del nostro paese. E il rischio più che concreto che queste armi finiscano nelle mani sbagliate.

Come recita l’ultima relazione del 2013, pare dominare una logica sconvolgente: “(…) il conflitto, finchè non bussa alle nostre porte – si dice nel dossier – fa bene all’Italia”.

E infatti nonostante sanzioni ed embarghi, se nel 2012 il fatturato complessivo del made in Italy sfiorava i tre miliardi di euro, nel 2013 sono stati spediti nel mondo armamenti per poco meno di due miliardi e otto. Trecento milioni dei quali arrivano dall’Arabia Saudita, paese segretamente finanziatore delle milizie jihadiste del Califfato islamico.              

Intanto in Libia impazza la guerra civile. E a quattro anni dalla “giornata della collera” del 17 febbraio 2011 che ha segnato di fatto l’inizio della fine del regime autoritario militare di Gheddafi, nessuno festeggia più.

Il giornale londinese The Guardian ha raccolto testimonianze di ex combattenti pentiti fuggiti dal paese. “Non pensavo che l’avrei mai detto, odiavo Gheddafi – ha dichiarato un ribelle che ha preferito restare nell’anonimato – ma allora le cose andavano meglio. Eravamo al sicuro”.

Per la gente comune la quotidianità si trasforma di giorno in giorno sempre più in lotta per la sopravvivenza. Lo scenario somalo è diventato realtà. E la Siria pare solo un passo avanti nella conta delle vittime. 

 

22 Febbraio 2015
di: 
Alessio Marri
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