• ISSN: 2240-323X
  • Icona Facebook
  • Icona Twitter
  • Icona Youtube
  • Icona RSS Feed
Loading

Tu sei qui

Piazza Tahrir torna a riempirsi: ma perché l'Egitto protesta?

Faraone, dittatore. Ancora una volta gli slogan scanditi accomunano Muhammad Morsi ad Hosni Mubarak. Piazza Tahrir torna a riempirsi, e al Cairo i manifestanti affollano le strade per esprimere il proprio dissenso nei confronti del presidente egiziano. E' di nuovo rivoluzione?

 

 

 

 

Di Marco Di Donato e Pietro Longo

 

 

L'Egitto è nel pieno del suo processo di transizione. I lavori dell'Assemblea costituente non sono ancora terminati, e il Parlamento eletto dopo la caduta di Mubarak è ancora oggetto di scontro fra il presidente e l'apparato giudiziario.

La gente protesta oggi, ma sono mesi che l'operato di Morsi è sotto accusa.

Negli ultimi giorni le manifestazioni sono diventate anche violente, in alcuni casi. A Damanhour, nel nord del paese, durante l'assalto ad una sede della Fratellanza è morto un ragazzo di quindici anni (Islam Fathy Masoud, giovanissimo membro) ed altre 40 persone (sessanta secondo fonti vicine al partito Libertà e Giustiza) sono rimaste ferite.

Scontri, sebbene di minor rilievo, sono stati registrati anche al Cairo, dove la polizia ha dovuto utilizzare i lacrimogeni per disperdere la folla riunitasi in Piazza Tahrir e dinanzi alla moschea di Omar Makram.

Gli agenti hanno costruito una barriera di cemento nei pressi di Qasr El Aini.

Protestano i giudici di Alessandria, Damanhour e Minya, così come scioperano i giornalisti e molte altre sigle sindacali di diversi settori hanno annunciato che a breve incroceranno le braccia.

Il dissenso è esploso in seguito all'emanazione di un decreto ad opera del presidente egiziano, contenente una Dichiarazione Costituzionale.

 

Ma cos'è una “Dichiarazione Costituzionale”?

Questo particolare strumento normativo non è certo una novità in Egitto: prima dell’adozione della Carta del 1971 durante il governo di Sadat e dopo l’abrogazione della Costituzione monarchica del 1923 ad opera di Nasser, il paese è stato governato per lungo tempo attraverso una serie di 'Dichiarazioni Costituzionali'.

Nella gerarchia delle fonti, secondo la dottrina giuspubblicistica, l’esatta collocazione è impossibile, non potendosi considerare una legge ordinaria ma neppure una Costituzione.

Calzante (ma non troppo) è forse la dicitura tipica della giurisprudenza francese di “legge organica”, espressione con la quale ci si riferisce sovente ad un particolare atto propedeutico (donde l’aggettivo organico) al funzionamento del sistema politico.

In questo caso, tuttavia, la Dichiarazione Costituzionale è ancor più che propedeutica, facendo le veci di una Costituzione interinale.

Comunemente la Dichiarazione Costituzionale è adottata in casi di necessità ed urgenza, tipici del momento rivoluzionario. Pertanto la sua natura non è quasi mai negoziata e, come nel caso della prima Dichiarazione Costituzionale del marzo 2011, viene adottata da un ristretto numero di personalità influenti.

Tale argomentazione è ancora più rilevante nel caso del nuovo testo, adottato in modo unilaterale dal presidente.

Il gesto rientra tra i cosiddetti “atti di sovranità”: Morsi è finora “l’unico potere” che gode di legittimazione popolare diretta (se si esclude il Parlamento disciolto dalla magistratura e la cui sorte è ancora ignota), un dato questo fatto che da un punto di vista legale gli consente di adottare le misure adeguate ad interpretare la sovranità del popolo, finanche agendo in deroga dello Stato di diritto.

Ma perché mai Morsi avrebbe dovuto ritenere che l’adozione di un nuovo testo quasi-costituzionale interinale fosse conforme agli umori della nazione?

E soprattutto, tale decisione è conforme al suo ruolo di protettore della sovranità nazionale in momento in cui il Parlamento è dissolto?

Non contrasta forse con l’obbligo gravante sulla sua persona di rispettare la Costituzione, come sancito ex art. 25 della Dichiarazione di marzo?

La Costituzione è l’ultimo atto di ogni rivoluzione.

Essa rappresenta il momento in cui il potere politico, tornato nelle mani del popolo in forma magmatica ed assoluta, si cristallizza in una forma compiuta evitando la realizzazione di quella che secondo Aristotele è la forma degenerativa, ma speculare, della democrazia: l’anarchia.

La rivoluzione inibisce la nozione weberiana di “violenza legittima”, mentre la Costituzione la ripristina conferendo questa prerogativa ad un unico centro di imputazione.

Tuttavia l'adozione di una Carta implica l’acquisizione di una forma rigida che, in virtù del principio di Stato di diritto e della nozione di Costituzione rigida, difficilmente potrà essere modificata.

Da qui deriva la necessità di adottare una Dichiarazione Costituzionale, un documento che non ingabbia il potere costituente, costringendolo nell’ordinario processo politico ma, proprio in virtù della sua natura pre-politica, mantiene uno scenario incompiuto.

La Dichiarazione Costituzionale del marzo 2011 era già stata emendata per volontà dello SCAF dopo la decisione di scioglimento del Parlamento da parte della Suprema Corte Costituzionale e l’ammissione alla corsa presidenziale di Ahmad Shafiq, uomo del passato regime. 

Nel delicato momento in cui era in corso lo scontro tra Fratellanza Musulmana e l’esercito, lo scioglimento ad opera della magistratra del Parlamento, nel quale i partiti islamici detenevano circa la metà dei seggi, era finalizzato a limitare anche le prerogative presidenziali, specie sotto il profilo della convocazione dell’Assemblea Costituente.

L’emendamento all’art. 60 della Dichiarazione Costituzionale aveva concesso alla Giunta la possibilità di nominare una nuova Assemblea nel caso in cui quella vigente, eletta dal dissolto Parlamento, non fosse riuscita a portare a termine i propri compiti nel tempo stabilito di tre mesi.

Inoltre lo SCAF, il presidente, il primo ministro, il supremo consiglio giuridico e 1/5 dei componenti dell’Assemblea venivano abilitati a contestare ogni singolo articolo contenuto nella bozza costituzionale, ritenuto in contrasto con gli scopi della rivoluzione o i suoi principi basilari ed ancora se in contrasto con i fondamenti della Costituzione precedente.

In tal caso, l’Assemblea era chiamata a ridiscutere gli articoli contestati entro 15 giorni e in caso di empasse la Suprema corte costituzionale poteva decidere nel merito.

L’articolo 56, anch’esso emendato, ha conferito alla giunta la potestà legislativa fino al rinnovo dell’organo assembleare.

La Dichiarazione Costituzionale conteneva al medesimo articolo simili previsioni: se da un lato il testo definiva minuziosamente i compiti e i poteri della giunta, non accennava alla sua procedura di scioglimento che è rimasto un fatto politico sollevato dalla certezza del diritto.

Ciò che si contestava alla Dichiarazione Costituzionale erano i suoi natali illegittimi ed il fatto che rimanesse nella piena disponibilità dell’organo che l’aveva voluta e creata, cioè lo SCAF.

A metà dello scorso giugno, infatti, il tribunale amministrativo del Cairo aveva iniziato a scrutinare la legalità degli emendamenti adottati dallo SCAF e doveva anche pronunciarsi in merito alla validità dell’Assemblea Costituente.

Lo stesso organo ha poi ammesso di non possedere giurisdizione sulla Dichiarazione Costituzionale, in quanto fase di interregno compresa tra la fine del regime di Mubarak e il completamento della transizione, poiché essa spetta alla Giunta in virtù della legittimità rivoluzionaria, devoluta a questo organo dal medesimo Mubarak. 

L’adozione di una nuova Dichiarazione Costituzionale appare, sotto il profilo giuspubblicistico, come un’astuta mossa per recidere completamente ogni filo di continuità con il regime precedente e, a ben vedere, permette alla Fratellanza di mettere in sicurezza il potere fin qui acquisito.

Inoltre assolve almeno altri due compiti: difendere l’Assemblea Costituente e neutralizzare eventuali attacchi della magistratura.

Nel primo caso, il presidente ha implicitamente ammesso l’impossibilità dell’Assemblea di concludere il proprio mandato nel tempo stabilito, fatto che, data la disciplina precedentemente riportata, avrebbe riaperto la partita conferendo alla Giunta il potere di nominarne una nuova.

Nel secondo caso, l’adozione della Dichiarazione Costituzionale è stata giustificata dalla necessità di far fuori il procuratore generale Abdel-Meguid Mahmoud.

Costui in ottobre era già stato indotto da Morsi a lasciare il proprio incarico, in cambio della nomina ad ambasciatore presso la Santa Sede.

In quel caso, dati i principi di indipendenza ed inamovibilità dei membri della magistratura, l’attacco presidenziale non era andato a buon fine.

Mahmuod, accusato da più parti di voler difendere l’ancien régime, replicava di rimanere al suo posto, dato che l’organo esecutivo non può dimettere un membro del giudiziario.

Da ciò è derivata la necessità del presidente di agire attraverso lo strumento delle norme quasi-costituzionali.

Chiarita dunque natura e scopi della dichiarazione costituzionale nella recente storia dell'Egitto, cosa c'è scritto nell'ultimo documento firmato da Muhamamd Morsi?

Innanzitutto il testo non sostituisce, bensì integra, quello precedente emendandolo in alcune disposizioni. Non casualmente il primo dei sette articoli introdotti si riferisce ai crimini commessi durante la fase rivoluzionaria.

Leggendo il testo si deduce che tutte le indagini relative ad atti di violenza compiuti contro i manifestanti nei giorni delle rivolte di piazza saranno riaperte e poste sotto l'attenta analisi di nuovi e più neutrali organi giudicanti.

L’articolo richiama infatti la “Legge per la protezione della rivoluzione” e stabilisce che tutti gli ufficiali, siano essi attivi nella politica o nell’apparato burocratico, implicati in fatti criminogeni accertati saranno dismessi dal proprio incarico.

 
Dopo la carota, il bastone 

 

Il secondo articolo non lascia spazio ad altre interpretazioni: le Dichiarazioni di rango costituzionale, le leggi e i decreti adottati a partire dalla data di assunzione degli offici da parte di Morsi non soltanto non possono essere rimossi, ma è vietata l'impugnazione da parte di ogni soggetto politico o di governo.

Il testo stabilisce tuttavia un limite temporale a tale immunità, rimarcando come quanto stabilito si debba considera efficace fino all’adozione di una Costituzione permanente.

Il cuore delle nuove norme, e delle polemiche in patria, è l’articolo terzo ove si stabilisce che il procuratore generale è nominato dalla magistratura per un mandato di 4 anni, scelto tra quanti, d’età non inferiore ai 40 anni, soddisfino i requisti stabiliti per far parte del medesimo giudiziario.

Gli articoli 4 e 5 mirano invece a difendere l’Assemblea costituente.

In primis se ne allunga la vita, concedendo due ulteriori mesi al suo mandato ed emendando così l’art. 60 della Dichiarazione di marzo.

Ai sensi dell’articolo 5 nessuna autorità giudiziaria, cioè né tribunale né il Procuratore, può disporre o intentare la dissoluzione della Costituente né della camera alta del Parlamento che, pertanto, si considera in attività.

Infine l’articolo 6 concede al presidente l’autorità di adottare qualsiasi misura necessaria a preservare e salvaguardare la rivoluzione, l’unità nazionale e la sicurezza nazionale.

Occorre infine sottolineare come l’atto di sovranità, categoria entro la quale rientra la mossa di adottare queste norme, sia un gesto politicamente populista, accettabile nei casi di un pretorianesimo paternalistico.

Se è chiaro che Morsi ha inteso sfruttare la tempistica derivante dalla recente vittoria diplomatica riscossa con la crisi a Gaza, è rilevante ricordare come la sua elezione sia avvenuta con il 51% dei voti espressi.

Ciò mette in dubbio la liceità al ricorso di strumenti legali compiuti nel nome del popolo sovrano. 

Proprio per questo motivo, le forze di opposizione lo accusano di voler accentrare tutti i poteri nelle sue mani, gli imputano tendenze autoritaristiche ed in buona sostanza criticano il suo operato e lo paragonano a quello di Hosni Mubarak.

Morsi starebbe sostituendo una dittatura con un'altra.

Bisogna tuttavia ricordare come il decreto costituzionale tocchi e riguardi in maniera sostanziale proprio uno degli apparati più forti del vecchio regime: quello giuridico, e come inoltre preveda la riapertura di numerosi casi di violenza durante i giorni della rivolta egiziana.

In quest'ottica sono i militari ad essere nel mirino e più che attribuirsi nuovi poteri, Morsi li sottrae ad altri organismi statali.

Certamente questa mossa gli garantisce maggiore libertà di azione, o meglio assoluta libertà di azione se consideriamo che ogni sua decisione diventerà inappellabile ed indiscutibile.

La rimozione del procuratore generale Abdel-Meguid Mahmoud va del resto così interpretata.

I Fratelli musulmani si erano scontrati in più occasioni con il procuratore. Un membro della Fratellanza nell'Assemblea costituente, Mohamed Abdel Moneim al-Sawy, aveva recentemente denunciato di aver ricevuto esplicite minacce dal vecchio procuratore e già lo scorso ottobre il presidente aveva cercato di rimuoverlo dal suo ufficio nominandolo ambasciatore al Vaticano.

Quando in seguito alle pressioni dei giudici e di tutto l'apparato giudiziario egiziano, Morsi aveva desistitom lasciando che Abdel-Meguid Mahmoud mantenesse la sua carica.

Abdel-Meguid Mahmoud è considerato nel paese come un uomo decisamente vicino al vecchio establishment militare e si schiera certamente fra i sostenitori di Mubark.

Nonostante questo, Hamdeen Sabbahi, Muhamamd El Baradei ed 'Amr Moussa sono in prima linea nel criticare il governo. I tre hanno dato vita ad un National Front per contrastare i contenuti del decreto costituzionale.

Secondo l'Ahram on-line, la nuova coalizione è formata dal Constitution Party, dall'Egyptian Popular Current, dal Social Democratic Party e dal Socialist Popular Alliance Party oltre ad una serie di piccoli atri partiti.

 

Un nuovo autoritarismo?

Se parte della stampa internazionale e soprattutto locale condanna il presidente egiziano, alcuni studiosi e analisti interpretano in maniera diversa quanto sta accadendo in Egitto.

Iss ndr El Amrani riporta sul suo blog l'autorevole versione di Nathan J.Brown, secondo cui l'azione di Morsi potrebbe anche, e sottolinea anche, essere interpretata a favore del processo rivoluzionario e a tutela della transizione.

La vera domanda, il vero punto in sospeso, è proprio questo: Morsi sta assumendo maggiori poteri per proteggere le istituzioni statali dai residui del vecchio regime oppure con una scusa sta coprendo  manovre tese all'istituzione di un altro autoritarismo? Troppo presto per dirlo.

In queste ore il presidente sta tentando di rassicurare la piazza e di incontrare i giudici, cercando di ricucire il possibile strappo.

Esponenti della Fratellanza hanno sottolineato il valore temporaneo del decreto (fino a quando i lavori dell'Assemblea costituente non saranno conclusi) e rassicurato circa le reali intenzioni del capo dello Stato.

Inoltre sembra quasi paradossale che le forze politiche di opposizione protestino contro misure che colpiscono primariamente esponenti del vecchio regime.

Il genuino sentimento di paura della popolazione di rivedere materializzarsi gli spettri della dittatura, rischia forse di essere strumentalizzato da quei soggetti politici che hanno fallito finora nel presentarsi come alternative credibili.

Certo i mezzi del presidente appaiono ambigui e possono essere passibili di diverse interpretazioni, soprattutto in un momento così delicato dove manca la fiducia nella istituzioni. Tuttavia se Morsi sarà davvero un nuovo Mubarak è davvero troppo presto per dirlo.
 

 

26 novembre 2012

Area Geografica: