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Siria. Tutti gli uomini del presidente

"Asad deve rimanere, è il male minore" è un coro quasi unanime che si alza dallo scacchiere internazionale. Ma come si può pensare che chi ha ridotto un paese in macerie sia ora responsabile per la sua pacificazione? 

 

 

Asad deve rimanere”, è un coro quasi unanime intonato da voci tradizionalmente molto distanti tra loro: c’è un’armonia che si distende dagli Stati Uniti alla Federazione Russa, dal premier turco Erdogan a Salah Muslim, leader del principale partito curdo siriano, senza dimenticare l’Unione Europea, dove sono Germania e Regno Unito a sostenere questo nuovo corso, dopo aver per anni dichiarato che Asad non poteva essere parte della soluzione. Un cambio di rotta simile a quello australiano.

Tuttavia continuano ad avere dei dubbi l’Alta Rappresentante per la politica estera dell’UE Federica Mogherini e la Francia, anche se in queste ore Parigi ha lanciato i primi bombardamenti “per autodifesa” contro Daesh non coordinati con la Coalizione statunitense, come aveva già fatto Londra a partire da quest’estate.  

Nei giorni scorsi la storica consigliera politica del presidente Asad, Bouthaina Shaaban, ha dichiarato alla televisione di Stato siriana che Stati Uniti e Russia avrebbero raggiunto un tacito accordo per porre fine alla crisi siriana.

A mettere ancora più in chiaro che le cose sono cambiate sono arrivate anche le esplicite dichiarazioni rese dal presidente iraniano Rouhani ai microfoni della CNN: ormai c’è un accordo generale sulla necessità di mantenere Asad al potere per contrastare l’autoproclamato Stato Islamico, tanto che gli Stati Uniti sarebbero stati al corrente che Putin avrebbe inviato mezzi e uomini in Siria.

Nelle dichiarazioni dei vari leader politici quel che cambia è solo la durata del regno di Asad, che negli auspici Turchia, Unione Europea e curdi dovrebbe essere breve e finalizzata solo a contrastare il terrorismo, per poi garantire una fase di transizione il più possibile indolore verso un nuovo assetto politico. 

Al clima cordiale partecipa anche Israele, che ha stabilito di coordinarsi con il Cremlino per evitare il fuoco amico tra le rispettive aviazioni.

A mettere d’accordo tutti l’impellente esigenza di porre un freno all’espansione del “Califfato” di Daesh, per nulla rallentata da oltre un anno di bombardamenti portati avanti dalla Coalizione internazionale di 63 paesi guidata dagli Usa (nonostante il considerevole bilancio di civili uccisi) e solo parzialmente bloccata nelle aree curde della Siria, dove alle operazioni aeree della coalizione si affianca la resistenza congiunta delle milizie curde YPG e dell’Esercito Libero Siriano. 

Oggi alla Coalizione statunitense si aggiungono le citate iniziative unilaterali di paesi come Francia, Regno Unito e Turchia, e la nascita di una nuova alleanza formata da russi, iraniani, cinesi ed iracheni.

Si tratta di una vittoria della lungimirante tattica del regime siriano, che ha de facto favorito l’ascesa di Daesh e delle forze islamiste in seno all’opposizione siriana, prima rilasciando centinaia di estremisti islamici dalle sue carceri con la generosa amnistia del 2011, poi concentrando i propri attacchi quasi esclusivamente sulle zone del paese controllate dalle forze di opposizione lasciando mano libera a Daesh, quando non addirittura fornendo copertura aerea agli uomini di al-Baghdadi o attaccando le stesse zone già strette nella morsa del Califfato, come se si trattasse di manovre a tenaglia coordinate tra eserciti alleati. 

La terrificante barbarie che Daesh ha saputo promuovere attraverso un uso più che professionale dei social media, arrivando a dettare l’agenda delle notizie diffuse dai grandi media internazionali, insieme al deteriorarsi del fronte dei rivoluzionari siriani, hanno fatto sì che nella percezione di tutti l’autoproclamato Califfato fosse il male per eccellenza, nonostante in realtà nell’ultimo anno sia stato responsabile solo di 1/8 delle vittime civili, stando ai dati della Rete Siriana per i Diritti Umani.

Asad, che nel 2012 sembrava sull’orlo della caduta e fino a poco tempo fa veniva considerato impresentabile da larga parte della diplomazia internazionale, è riuscito quindi ad allontanare gli sguardi dai propri crimini e ad accreditarsi come “male minore”, garante della stabilità, della salvezza delle minoranze e dell’unità della Siria.

Tutto questo nonostante abbia al suo attivo oltre 250mila vittime, la distruzione di gran parte delle infrastrutture del paese, l’uso di armi chimiche e di armi proibite come i barili bomba (sono almeno 11mila quelli sganciati dalla sua aviazione sulle città siriane dopo l’esplicito divieto dell’ONU) e flagranti prove di crimini di guerra. 

 

D’improvviso, il lupo diventa agnello

Non basta lo spauracchio di Daesh a spiegare questa riabilitazione, seppur parziale, da parte di quasi tutti i giocatori della partita a risiko in corso su terra siriana.

Le dichiarazioni di questi giorni non stupiscono i più attenti osservatori della crisi: oggi è venuta in superficie una politica che era sotto traccia ma di cui si intuivano da parecchio i contorni. 

A portare alla luce la volontà di mantenere in sella Asad, chi in maniera definita e chi “solo” per una fase di transizione, sono stati due cambiamenti di scenario, uno sul piano diplomatico e l’altro sul piano militare. 

L’accordo sul nucleare iraniano è il primo di questi due elementi: fin dai primi bombardamenti contro Daesh in territorio iracheno e siriano della Coalizione guidata dagli Usa è apparso evidente il coordinamento con le forze iraniane e con le milizie sciite irachene (che a loro volta sono dei proxies iraniani). Fonti militari di Teheran e Washington hanno fatto sapere alla stampa di scambi di intelligence e dei dati raccolti dai droni delle due parti. 

Il giorno dopo l’accordo sul nucleare, il regime siriano gongolava sui suoi media e si dichiarava fiducioso che l’iniezione di liquidità nelle casse degli Ayatollah si sarebbe tradotta in un maggior sostegno sul campo in Siria. Poche ore dopo la Guida Suprema iraniana, Khamenei, gli faceva eco ribadendo l’intenzione di mantenere invariata la linea del suo paese e di voler contrastare con ancora maggiore forza gli interessi occidentali in Medio Oriente. 

Lo scenario cui si assiste in Siria, con l’Iran che diventa improvvisamente un “elemento di stabilità”, non è affatto nuovo: ricorda quello del 2005 in Iraq, quando di fronte all’impossibilità di controllare il paese l’amministrazione Bush favorì la salita al potere di un uomo di Teheran come Nuri Al-Maliki, che poi avrebbe governato per circa un decennio imponendo politiche settarie tese ad escludere la minoranza sunnita dalla sfera pubblica.

L’altro elemento che ha determinato il cambiamento di atteggiamento della comunità internazionale verso Asad è stato l’intervento militare diretto ed esplicito della Federazione Russa sul territorio siriano.

Se negli scorsi anni questo intervento era sottotraccia e Mosca si limitava a confermare la presenza di consiglieri militari russi e le forniture di armamenti al regime, ora Putin non fa mistero di aver portato nella fascia costiera almeno 500 soldati, una forza di élite, 24 aerei da guerra, 15 elicotteri da combattimento ed un certo numero di carri armati. 

Le foto satellitari mostrano come l’aeroporto Basel Al-Asad di Lattakia sia stato allargato e fortificato per diventare una base aerea russa, a pochi chilometri dalla base navale già presente a Tartous, mentre i droni russi già solcano i cieli della Siria.

Ma, a dispetto dell’intento dichiarato di combattere contro Daesh, sorvolano sopratutto le aree controllate dai ribelli da cui potrebbe partire un attacco contro la zona costiera, da sempre roccaforte del regime di Damasco perché abitata da una maggioranza di alawiti, correligionari della famiglia Asad. 

Inoltre i primi scontri a cui hanno preso parte le forze regolari russe sono stati contro Jeish Al Islam, formazione guidata da Zahran Alloush e finanziata dai sauditi, che nulla ha a che fare con Daesh o con la branca siriana di Al Qaeda, Jabhat Al Nusra. I russi hanno voluto anche inviare un messaggio esplicito alla Coalizione internazionale e alla Turchia, fornendo l’esercito lealista di contraerea di ultima generazione nonostante ne’ i rivoluzionari ne’ i jihadisti che lottano contro Asad siano dotati di forze aeree. 

Questo pone fine ad ogni ipotesi di una no-fly zone (invero, già piuttosto remota) come richiesto da Ankara e da alcuni paesi occidentali. Naufragata anche l’ idea di costruire un’area sicura per i civili siriani in fuga nel nord del paese promossa da Erdogan, che nel frattempo ha concesso l’uso delle sue basi aeree alla Coalizione in cambio di indulgenza verso il suo violento attacco contro il PKK, il partito curdo su cui (con la sua branca siriana, il PYD) gli Stati Uniti avevano puntato per contrastare Daesh, fornendo armamenti e copertura aerea.

Si colloca in questo quadro la visita a Mosca del premier israeliano Netanyahu, accompagnato dai suoi consiglieri militari. In questa visita Russia e Israele hanno stabilito di coordinarsi per evitare “incidenti”, cioè che i caccia russi e quelli israeliani si incrocino nello spazio aereo siriano. 

Una scelta coerente con la posizione di spettatore interessato tenuta da Tel Aviv in questi quattro anni: se da un lato il governo Israeliano ha denunciato la brutalità di Asad per sfruttarla sul piano retorico - come a dire “Guardate cosa fa questo leader arabo al suo popolo e ai rifugiati palestinesi, perché non protestate contro di lui anziché contro di noi?” – dall’altro sa bene che quello con la Siria è storicamente il più tranquillo tra i suoi confini. E che, al di là della retorica infuocata, i regimi di Asad padre e figlio sono stati e restano piuttosto “affidabili”, tanto da non reagire a vari bombardamenti sul proprio territorio portati a termine dall’aviazione israeliana su obbiettivi considerati strategici. 

Questa consapevolezza è stata confermata da varie fonti militari e diplomatiche, la più notevole delle quali è rappresentata dall’ex ambasciatore israeliano in Germania e presso l’Unione Europea Avi Primor che, senza mezzi termini, ha definito Asad “il nostro miglior nemico”, pensando alla possibilità che dopo di lui potrebbe esserci il caos, un governo islamista o, nella migliore delle ipotesi, un governo comunque più ostile ad Israele di quanto non sia l’attuale regime. 

D’altra parte Tel Aviv non ha esitato a fornire aiuti medici ai ribelli della zona di Qunaytara e Daraa, cioè ai suoi confini, in cambio di garanzie per la propria sicurezza, ne’ a colpire in territorio siriano quando lo ha ritenuto necessario, magari perché Hezbollah stava ottenendo armi che secondo Israele avrebbero costituito una minaccia. Israele insomma attende ed osserva, si preoccupa di un eventuale vuoto di potere e cerca di creare le premesse per evitare una eccessiva ostilità, chiunque esca vincitore dal conflitto. Intanto la minoranza drusa israeliana vorrebbe però che Tel Aviv intervenisse direttamente in sostegno del regime siriano.

Non stupisce neanche la posizione del PYD, espressa in questi giorni dal suo leader Salim Muslim che ha definito “una tragedia per l’umanità” una eventuale caduta di Asad, prevedendo che il dittatore potrebbe essere rimpiazzato da forze jihadiste. 

Il PYD, branca siriana del PKK, controlla il Rojava fin dai primi mesi della crisi siriana grazie al ritiro delle forze lealiste, con un tacito accordo di non belligeranza che dura da oltre due anni, ed il regime siriano continua a corrispondere gli stipendi dei dipendenti pubblici. 

Dopo l’entrata in gioco di Daesh le forze curde hanno superato le diffidenze, dovute soprattutto al sostegno offerto dalla Turchia ai rivoluzionari siriani, e si sono alleati nel comando militare congiunto denominato “Burcan al Furat” (Il Vulcano dell’Eufrate) per combattere contro il nemico comune. Tuttavia le milizie YPG controllate dal PYD all’occorrenza non disdegnano di combattere anche al fianco dell’esercito lealista contro Daesh, e solo raramente si sono scontrate con Asad, offrendo un mirabile esempio di cerchiobbottismo volto alla difesa degli interessi particolari del PYD stesso, e in seconda battuta della componente curda del popolo siriano anziché degli interessi dei siriani in genere. 

Significativi in tal proposito gli episodi di espulsione delle popolazioni arabe presenti in zone curde o che consentirebbero la continuità territoriale tra le varie enclave, giustificate con accuse di collaborazionismo con Daesh o con esigenze militari, salvo poi prevenire il ritorno degli abitanti arabi alle loro case anche dopo la fine delle operazioni.

 

Un re travicello

Ma mentre Asad sembra sempre più forte da un punto di vista diplomatico, sul campo il suo potere appare sempre più formale e meno fattuale.

Gli analisti già da un anno parlano di un esercito alla deriva, in grave difficoltà a reclutare nuovi uomini e colpito dalle ingenti perdite inflitte dai ribelli in oltre 4 anni di guerra. La macchina militare di Asad si affida ormai sempre di più alle variegate milizie irregolari e straniere che combattono per il regime o finanziate dai suoi sponsor.

A queste vanno aggiunte la citata presenza militare russa e quella iraniana, fatta sopratutto di consiglieri militari e forze speciali, a cui si affianca la presenza cinese, con la portaerei Liaoning che ha attraversato il canale di Suez per schierarsi a ridosso delle coste siriane.

I russi non si stanno limitando ad allargare le basi esistenti e creare infrastrutture per una loro maggior presenza militare: hanno ottenuto il controllo totale del principale aeroporto del paese e, come dimostra il coordinamento con Israele e quello auspicato da Putin con gli Usa, si sentono in condizioni di trattare su chi e come può effettuare operazioni militari in Siria.

Allo stesso modo sono gli iraniani che in questi giorni stanno trattando con Jeish Al Fatah - la più effettiva alleanza militare d’opposizione oggi attiva in Siria - la possibilità di un cessate il fuoco che includerebbe varie parti del paese, una tregua in 25 punti che dovrebbe essere garantita dall’Onu e che prevede, tra le altre cose, la fine degli attacchi aerei di Asad ed il rilascio di prigionieri dalle carceri del regime. 

Ne esce il quadro di un “presidente” sotto tutela straniera, che non esita a sgomberare interi quartieri della capitale con la scusa del contrasto all’abusivismo edilizio per far spazio agli uomini di Teheran.

L’economia dipende in gran parte dagli aiuti e dagli scambi commerciali di questi due paesi, Iran e Russia, e del gigante cinese, mentre sempre Teheran e Mosca sembrano essersi spartiti la responsabilità della difesa delle aree sotto il controllo del regime: la fascia costiera ai russi, quella al confine con Libano e verso sud agli iraniani. 

Da registrare anche l’uscita di scena dell’opposizione politica all’estero, che nessuno sembra più considerare: la Coalizione Nazionale delle Forze di Opposizione si limita a commentare con un breve comunicato in cui denuncia il fatto che Asad servirebbe interessi stranieri sulla pelle dei siriani, mentre la seconda alleanza di forze di opposizione per importanza, il Comitato di Coordinamento Nazionale per il Cambiamento Democratico, si allinea con la tendenza prevalente e pensa ad un ruolo simbolico per Asad durante la fase di transizione, assegnando la priorità alla lotta contro Daesh.

Nella stanza dei bottoni in cui si decide il futuro della Siria manca all’appello la società civile siriana, che pure resta vivace come dimostra una nuova mappatura delle varie organizzazioni attive.  

Nessuno sembra chiedersi come può la gente accettare di sedersi al tavolo dei negoziati presieduto da chi ha ucciso, incarcerato, stuprato o costretto alla fuga almeno un siriano su due.

O come possa avviarsi un processo di ricomposizione della società senza che si avvii una fase in cui vengano perseguiti i gravissimi crimini di guerra che hanno colpito i siriani in questi 4 anni e che, in oltre il 90% dei casi, sono da imputare alle forze lealiste. 

Eppure i giuristi internazionali che hanno esaminato le immagini trafugate dal disertore Caesar e raccolte dall’omonimo report trasmesso alle Nazioni Unite hanno parlato di “pistola fumante” e di “tutte le prove che il procuratore di un tribunale internazionale possa augurarsi di avere”.

Quelle foto sono state esposte alle Nazioni Unite, nel museo dell’ Olocausto di New York, nelle sale del Parlamento Europeo, come potremo ora fingere che tutto questo non sia successo e che il responsabile possa guidare la pacificazione di un paese che egli stesso ha ridotto in macerie pur di non cedere il potere? 

 

27 Settembre 2015
di: 
Fouad Roueiha
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