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Yemen: l’era dei Saleh è davvero finita?

Era da più di un anno che il presidente yemenita Abu Rabbu Mansour Hadi ci provava. Con una raffica di decreti etichettati dai media internazionali e locali come le iniziative più importanti adottate da quando ha preso la guida del paese, il capo di Stato yemenita ha cancellato in un colpo solo quanto rimaneva del vecchio regime.

 
 
 
 
 
 
 
 
di Ludovico Carlino
 
 
Senza entrare nel dettaglio dei decreti approvati, che di fatto hanno diviso il paese in nuovi distretti militari, riformato le forze armate sulla base di criteri organizzativi e cercato di imporre una maggiore controllo del ministero della Difesa sull’establishment militare, quella del 10 aprile scorso è stata una la decisione salutata dalle piazze yemenite come realmente rivoluzionaria.
 
Dopo essersi (probabilmente) reso conto che dei semplici 'aggiustamenti amministrativi' non avrebbero placato le minacce di sanzioni da parte dell’Onu, Hadi è ricorso a uno stratagemma vecchio almeno quanto la politica stessa: l’esilio.
 
Parlare di esilio è in realtà riduttivo, probabilmente sarebbe più corretto definirlo "riassegnazione", come recita lo stesso decreto, ma nella sostanza il risultato non cambia.
 
Ad ogni modo, sulla base di questa "riassegnazione" il figlio più grande dell’ex dittatore Saleh, Ali Ahmed Mohammed, da molti considerato come un aspirante alla poltrona presidenziale nonché ex comandante delle potenti Guardie repubblicane, è stato nominato ambasciatore negli Emirati Arabi Uniti.
 
Una nomina rilevante, in primo luogo perché la decisione scongiura una sua candidatura in vista delle elezioni del prossimo anno.
 
In secondo luogo perché con il suo allontanamento vengono sciolte le Guardie repubblicane, un’unità da circa 10.0000 soldati d’élite che negli ultimi anni ha funzionato da centro di potere autonomo nelle mani di Saleh padre alla stregua di una forza paramilitare personale. 
 
Le Guardie erano considerate il baluardo dell’influenza che l'ex presidente manteneva ancora sulle forze armate e, di conseguenza, sulla politica nazionale, e il loro scioglimento era stata una delle principali richieste del movimento rivoluzionario sin dal marzo 2011.
 
L’unità capeggiata da Ahmed Ali fu tra l’altro in prima linea nella repressione del marzo 2011 ai danni dei giovani yemeniti e del movimento che iniziò allora a formarsi attorno a loro, repressione che in definitiva contribuì all’escalation della rivolta creando la frattura insanabile tra sostenitori ed oppositori di Saleh.
 
Ad essere inviato all’estero non è stato tuttavia solo Ali Ahmed: Ammar Mohammed, nipote di Saleh e vice capo dell’Intelligence, è stato nominato attaché militare in Etiopia.
 
Il fratello di Ammar, Tareq, comandante delle guardie presidenziali (altra pseudo milizia personale dell’ex dittatore), è stato invece inviato in Germania, sempre come attaché militare.
 
Decisioni simili hanno poi interessato all’incirca una decina di comandanti considerati uomini di Saleh, sparpagliati tra Africa e Medio Oriente con incarichi diplomatici e consolari. 
 
Il terremoto politico innescato dall'attuale presidente sembra dunque aver cancellato dal panorama politico yemenita quanto rimaneva del passato regime, una coalizione di reti familiari e personali ampiamente considerato come uno dei maggiori ostacoli alla tenuta della transizione yemenita.
 
Se queste decisioni avranno poi realmente l’impatto che per ora possiedono sulla carta, rimane tuttavia da vedere.
 
Diverse organizzazioni per i diritti umani tra cui Human Right Watch  hanno giustamente sottolineato come queste decisioni, seppur importanti, non rompano nettamente col clima d’impunità che ha caratterizzato tutto il meccanismo sponsorizzato dal CCG.
 
I familiari e gli alleati di Saleh sono stati sì allontanati, ma in qualità di diplomatici godranno ad ogni modo dell’immunità dai procedimenti giudiziari (tra l’altro concessa dallo stesso accordo del CCG), aprendo la strada a una situazione in cui i responsabili della repressione della sollevazione del 2011 non risponderanno mai dei crimini commessi.
 
Nella sostanza si è trattato dunque di un’estensione della ratio di quell’accordo ai familiari più stretti di Saleh, immunità in cambio di allontanamento dal potere.
 
La differenza, per ora, è l’ex dittatore si trova ancora nello Yemen, dove viene accusato di continuare a tessere trame contro l’amministrazione Hadi. A mandato concluso, sono il molti a scommettere che anche Ali Ahmed, Ammar e Tareq lo raggiungeranno. 
 
 
 
 
 
30 aprile 2013
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