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Yemen: un voto per la democrazia o un referendum per la stabilità?

La pseudo-transizione yemenita è entrata nella sua fase di ufficialità. Dopo 33 anni il paese ha un nuovo presidente, Abd Rabu Mansur Hadi, uscito vincitore dal singolare esercizio di democrazia concesso alla popolazione yemenita. La sua elezione è stata accolta dalla comunità internazionale come un passo storico, ma quella che nei fatti è stata una “selezione” appare più una scelta di stabilità.

 

 

 

 

di Ludovico Carlino (CISIP)

 

La data fissata dalla road-map sponsorizzata dal Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), Stati Uniti ed Onu è stata quindi rispettata.

Il 21 febbraio, circa 6 milioni e mezzo di yemeniti si sono recati alle urne, sancendo ufficialmente la fine dell’era di Ali Abdullah Saleh e dando il via alla presidenza di Abd Rabu Mansur Hadi.

La sua schiacciante vittoria, con circa il 98% delle preferenze, non è stata chiaramente una sorpresa, poiché Hadi era il solo candidato a concorrere e la scheda elettorale non prevedeva l’opzione no, cioè la possibilità per l’elettorato yemenita di esprimere una parere negativo a quella che è stata a tutti gli effetti una designazione dall’alto.

Il dato assume maggiore significato poiché per votare era sufficiente la sola carta d’identità ed un’età superiore ai 18 anni, unici requisiti richiesti in assenza di registri elettorali che in definitiva non permettono di quantificare con esattezza quanti yemeniti non si siano recati alle urne con l’intento di esprimere un voto negativo.

L’esercizio elettorale è stato ad ogni modo considerato un successo dalle cancellerie internazionali, con in prima fila quella statunitense, che al momento sembrano poter finalmente declassare l’instabile Yemen nella lista delle priorità, ora che lo spettro della guerra civile sembra essersi temporaneamente defilato.

Stabilità, piuttosto che democrazia, appare difatti essere stato l’obiettivo primario della pilotata transizione yemenita.

Se da una parte è vero che le elezioni del 21 febbraio hanno segnato la fine del quarto regime autocratico in seguito alle sollevazioni popolari che hanno colpito il mondo arabo per tutto il 2011, dall’altra è evidente come nel caso yemenita il passaggio di poteri sia stato una dinamica imposta da attori terzi che non chiude definitivamente la 'Primavera yemenita'.

La scelta stessa di consegnare la presidenza nelle mani di Hadi è apparsa legata a due ragioni di fondo: quest’ultimo era già presidente e la sua personalità non è forte abbastanza per sfidare i centri di potere reali dello Yemen, quelli che si annodano attorno a dinamiche tribali ben consolidate e fatte di milizie armate, feudi personali e alleanze di lungo corso.

Di fatti Hadi non è legato a nessuna delle principali confederazioni tribali del Paese, gli Hashid ed i Bakil, né possiede una milizia a lui fedele, ma è ad ogni modo parte integrante della storia recente dello Yemen di cui è stato vicepresidente per circa 17 anni.

In virtù di quella sua conoscenza della politica yemenita che gli ha permesso di sopravvivere così a lungo accanto a Saleh, senza tuttavia esporsi a un punto tale da essere assimilato automaticamente al passato regime, ad Hadi è stato in buona sostanza affidato il compito di traghettare lo Yemen verso una più solida stabilità.

E in questo frangente e secondo i canoni della comunità internazionale, stabilità per lo Yemen significa in primo luogo essere in grado di contrastare la minaccia jihadista e non lasciare spazio ad una possibile espansione di al-Qaeda nella Penisola Araba.

Non è quindi un caso se alla vigilia delle elezioni, la prima visita di un funzionario straniero nel paese in un certo senso ufficiale sia stata quella di John Brennan, consigliere del presidente Obama per l’anti-terrorismo. 

Prima preoccupazione di Brennan è stata quella di ricevere rassicurazioni da parte della nuova amministrazione yemenita sulla continuità della cooperazione bilaterale in materia di anti-terrorismo, il ché vuol dire secondo Washington continuare ad avere carta libera per i propri raid con droni nel sud del paese.

L’ex capo stazione della CIA a Riyadh ha poi sottolineato l’importanza della ristrutturazione delle forze di sicurezza che Hadi sarà chiamato ad effettuare quanto prima, lasciando intendere che gli Usa supporteranno solo quei generali “professionali”, e chiedendo direttamente ai vari generali yemeniti di mettere da parte le loro agende politiche e di agire nell’interesse generale del paese.

Il riferimento di Brennan è stato duplice. Il primo era indirizzato al generale Ali Mohsen al-Ahmar, comandante della 1° Divisione armata, nonché uno degli uomini più potenti del paese, che dopo anni di fedeltà prestata a Saleh, il marzo scorso ha invece deciso di schierarsi con i manifestanti.

Il secondo era rivolto a parte dei generali dell’aeronautica che da settimane stanno manifestando per chiedere le dimissioni del loro comandante, Mohammed al-Ahmer Saleh, fratellastro dell’ex presidente e solo uno delle decine di familiari che Saleh ha piazzato nei ranghi più alti dell’apparato della sicurezza yemenita.

Il punto centrale della ristrutturazione delle forze yemenite è esattamente questo, scardinare anni di alleanze e pratiche corrotte rese ancora più complesse dalle dinamiche tribali e da quelle personali.

Saleh ha trascorso 33 anni a costruire questa rete, e sbrogliarla richiederà una grande dose di pazienza e conoscenza della realtà yemenita, elementi che non sembrano certamente caratterizzare le politiche statunitensi degli ultimi anni nei confronti dello Yemen.

Saleh amava dichiarare che governare lo Yemen è come danzare sulla testa dei serpenti. Ristrutturare le forze di sicurezza yemenite sarà probabilmente entrare nella trappola dei serpenti.
 

27 febbraio 2012

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