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Alcune riflessioni sul ruolo dell’Italia nel Mediterraneo

Il neo nominato premier italiano, Matteo Renzi, ha scelto di condurre la sua prima visita ufficiale “non a Berlino, non a Bruxelles, ma a Tunisi”. La visita si è svolta lunedì 4 marzo quando il primo ministro è stato accolto dall’omologo tunisino, Mehdi Jomaa, all’aeroporto di Tunisi Cartagine.

 

Durante la giornata, Renzi ha incontrato anche il presidente interinale Moncef el Marzuqi, il presidente dell’Assemblea nazionale costituente, Ben Jafaar, e una delegazione di donne della società civile tunisina, tra le quali la famosa blogger Lina Ben Mhenni. Prima di tornare in Italia, il capo del governo ha incontrato anche gli imprenditori italiani che operano in Tunisia e il Presidente della Confindustria tunisina, Whaida Boucha Maoui.

In conferenza stampa Renzi ha rimarcato l’importanza dei rapporti tra i due paesi e ha detto che il Mediterraneo non deve essere considerato come il confine meridionale dell’Europa, quanto il suo snodo centrale. Queste affermazioni arrivano in concomitanza con la conclusione del semestre greco alla testa dell’UE e la successiva presidenza italiana. Dopo questi due semestri, infatti, la presidenza UE non sarà affidata per diverso tempo a paesi “mediterranei” ed è verosimile pensare che la centralità del “mare nostrum” potrà essere depotenziata.

Il discorso di Matteo Renzi arriva, dunque, in un momento molto delicato sia per il futuro dell’UE, sia per quello dei rapporti tra Italia e Tunisia.

Prima ancora di diventare capo del governo, Renzi aveva prospettato la possibilità di organizzare una grande conferenza del Partito Democratico a Palermo, per affrontare il tema di Lampedusa, del Mediterraneo e delle relazioni italiane con i paesi della sponda sud.

L’interesse per il Mediterraneo non è certo nuovo e la sua visita ha replicato, sotto alcuni aspetti, quella tenuta l’anno scorso da Pier Luigi Bersani, poco dopo la vittoria alle primarie del PD (contro Renzi). L'ex segretario del PD Bersani scelse la Libia come prima meta, seguita, nell’ordine, da Tunisia, Israele, Libano ed Egitto. Anche in quell’occasione gli incontri istituzionali si sono mescolati a quelli da “strada”, come nel caso dei giovani di Piazza Tahrir al Cairo.

 

La Tunisia e la transizione democratica

La Tunisia ha recentemente adottato la sua nuova Costituzione (gennaio 2014) concludendo così la fase più importante della transizione democratica. La nomina di Mehdi Jomaa a capo del governo e la formazione di un esecutivo di tecnici rientrava nella road map decisa dai partiti della Troika (al-Nahda, CPR ed Ettakatol) con il "quartetto" (sindacati e associazioni di categoria tra i quali l’UGTT) per superare il blocco che, dall’omicidio politico del deputato dell’opposizione Brahmi nella scorsa estate, aveva di fatto arenato la transizione.

Il leader della formazione islamica al-Nahda, Rashid al-Ghannushi, aveva dichiarato che il suo partito abbandonava il governo, dimostrando così ampia maturità politica, ma non il potere, alludendo probabilmente al mantenimento del controllo, diretto o indiretto, sul Ministero dell’Interno e su quello per l’edilizia popolare.

Di là dalle vicissitudini politiche e nonostante una situazione economica che continua ad essere stagnante, la Tunisia si candida ufficialmente a diventare esempio di una “transizione riuscita”.

Ho sempre sostenuto che la gestione del “regime change”, almeno da un punto di vista teorico e istituzionale, è avvenuto nel migliore dei modi, specie in rapporto ai vicini Libia ed Egitto. Certo, anche in Tunisia si sono verificati casi di assorbimento nei principali partiti di pezzi del vecchio regime. Senza dimenticare che è ancora in discussione una legge sulla giustizia transitoria che dovrebbe cercare di rimediare ai torti del regime di Ben ‘Ali ma che sembra avrà natura politica, piuttosto che giuridica.

Inoltre, la situazione securitaria del paese è migliorata negli ultimi mesi ma non è del tutto pacificata per via della presenza continua di sacche di bande armate che compiono azioni violente sotto il falso slogan del jihad.

In un simile contesto, la visita del governo italiano è sicuramente da apprezzare. L’incontro con gli imprenditori italiani rilancia il tema dei rapporti economici tra i due paesi, considerando da un lato la presenza degli operatori italiani in Tunisia e dall’altro che l’Italia assorbe il 50% delle esportazioni del suo vicino mediterraneo.

In sintesi, in un momento di difficoltà economiche e disoccupazione sia per Roma che per Tunisi, la cooperazione regionale è cruciale. Fin dal 2011, chi scrive ha supportato la necessità di concentrare gli sforzi diplomatici del tricolore per riportare il Mediterraneo al centro degli equilibri mondiali (si veda il volume scritto con Daniele Scalea dal titolo Capire le rivolte arabe. All’origine del fenomeno rivoluzionario). In quest’ottica, la visita di Renzi lascia ben sperare sebbene si possano sollevare due critiche importanti.

 

Il futuro del Mediterraneo passa per le relazioni italo-iraniane

In alcune dichiarazioni precedenti alla sua nomina, Renzi si era lanciato in critiche verbali nei confronti dell’Iran, paese che è stato apostrofato come il vero problema del Medio Oriente allargato. Sul piano internazionale, di fronte alla crisi siriana e al più recente problema dell’Ucraina, il dossier nucleare iraniano sembra essere passato in secondo piano, ma non è ancora stato risolto del tutto, nonostante la volontà di partecipazione del governo di Rouhani.

Le critiche del capo del governo italiano, inoltre, erano in netto contrasto con la linea perseguita dal precedente ministro degli Esteri, Emma Bonino, intenzionata a ripristinare l’antico ruolo di broker dell’Italia in Medio Oriente.

In occasione della sua visita nel paese, nel dicembre 2013, la Bonino aveva detto di voler “dare corpo all’intuizione dell’Italia sul ruolo strategico che l’Iran può svolgere nelle tante crisi dell’area mediorientale” e al contempo desiderava “rassicurare gli amici israeliani”.

La linea perseguita dall’attuale governo sembra essersi discostata dalla precedente, in favore della tradizionale alleanza con Tel Aviv e, quindi, a scapito delle opportunità che la continuazione del dialogo con Tehran potrebbe produrre.

La conferenza di Roma degli “Amici della Libia” in programma per il 6 marzo è un esplicito segnale di come Renzi abbia scelto il Maghreb quale principale area d’implicazione degli interessi del suo governo. Se ciò è di certo molto rilevante, non si deve sottostimare l’importanza degli interessi italiani nella zona del Mashreq, specie in Siria, che prima della crisi attuale era un partner economico di rilievo e proprio in Iran dove opera anche l’ENI insieme ad altre compagnie italiane.

In occasione del forum economico mondiale di Davos del dicembre scorso, l’amministratore delegato di ENI, Paolo Scaroni, aveva affermato che: “la via migliore per giungere all’eliminazione delle sanzioni [contro l’Iran] è quella di rispettarle oggi, ciò significa che non cominceremo a operare in Iran fino a quando le sanzioni non saranno tolte”. L’attività del colosso italiano dell’energia nell’Iran stretto nella morsa delle sanzioni è ritenuta anti-economica e ciò giustifica le ragioni di Scaroni, dettate dall’utile più che da un’insormontabile scelta ideologica.

 

Il dossier immigrazione-integrazione

Ciò che il Premier Matteo Renzi deve dimostrare è che l’interesse suo e del suo governo per la Tunisia e per il Mediterraneo non sia in realtà limitato al dossier immigrazione. È noto che dopo la “primavera araba”, le coste italiane sono diventate ancor più meta ambita per centinaia di immigrati di varia provenienza (specie di libici e tunisini ma anche di egiziani e siriani).

Che Renzi abbia discusso di politiche di lotta all’immigrazione clandestina, controllo dei confini e pattugliamento dei mari con Mehdi Jomaa lascia intuire che è quello il suo interesse principale, sebbene di certo non sia l’unico.

A fare da contraltare a ciò, è noto che il governo Renzi non preveda un Ministero dell’Integrazione, affidato nel governo Letta a Cécile Kyenge. Si tratta di un ministero senza portafoglio ma dal grande valore “culturale” in una società globalizzata, come quella italiana, che deve ancora imparare a gestire la multiculturalità, sovente avvertita come “problema” e non come ricchezza.

Le politiche relative all’immigrazione sono state decise, negli ultimi anni, dall’asse PDL-Lega ma, a conti fatti, nonostante l’alternanza ciclica (più presunta che reale) dei governi Monti, Letta e Renzi, nulla è mai cambiato nella sostanza. Anzi, l’abolizione del ministero suddetto appare come un grave difetto, una seria mancanza che contrasta con la spinta mediterranea conclamata dall’ex sindaco di Firenze.

 

Conclusioni

Quando l’Italia completò la sua unità, nella seconda metà del XIX secolo, sentiva di essere destinata a una grande missione storica. Tuttavia non c’era accordo su quale dovesse essere tale missione, se contribuire a creare l’Europa delle nazioni sognata dal Mazzini o se, invece, tentare di ripristinare i fasti lontani della Roma imperiale.

Nella nostra storia recente, peraltro, ci sono esempi illustri di un’attiva politica mediterranea, in grado di dialogare con parti avverse e svolgere un ruolo di bilanciamento e stabilizzazione dell’area.

Nel 1958, lo storico fondatore della DC, Amintore Fanfani, riuscì a imprimere una decisa svolta mediterranea alla politica estera italiana. In quel caso, la manovra era figlia del suo tempo: ingaggiare gli arabi, si pensava, avrebbe evitato un loro spostamento in direzione dell’Unione Sovietica.

La scelta mediterranea, in concomitanza con la formazione del nuovo governo italiano e la prossima presidenza europea, è oggi una necessità che s’innesta al di fuori di qualsiasi afflato ideologico o grande strategia. Pertanto deve rispondere all’interesse nazionale italiano e di ciascuna delle parti coinvolte in modo da produrre vantaggi condivisi.

Ripensare le linee d’azione dell’Italia è lecito oltre che possibile e partire dal paese "padre" della “primavera” è di certo un’abile mossa. L’auspicio, però, è che i decisori politici vogliano aggiungere a questa spinta iniziale, i passi necessari a imprimere una svolta concreta.

 

05 Marzo 2014
di: 
Pietro Longo