• ISSN: 2240-323X
  • Icona Facebook
  • Icona Twitter
  • Icona Youtube
  • Icona RSS Feed
Loading

Tu sei qui

Afghanistan, lo sfogo di un ufficiale: arriva il Dossier-Davis

“Quanti altri uomini devono ancora morire per una missione che non sta avendo alcun successo?”. Se questa domanda l'avesse fatta un attivista o un membro della società civile non ci sarebbe stato nulla di strano. Ma a farla è stato invece un ufficiale dell'esercito Usa, per giunta rivolgendosi al Congresso americano. 

 

 

 

di Anna Toro

 

Si chiama Daniel L. Davis, tenente colonnello: alle spalle diciassette anni di servizio tra cui diverse missioni sul fronte, da Desert Storm fino all’Afghanistan nel 2010 e 2011, come rappresentante della Forza rapida di equipaggiamento.

Soldato apprezzatissimo da sottoposti e superiori, il tenente-colonnello Davis ha recentemente lanciato una dura accusa contro i vertici militari statunitensi, colpevoli di aver mentito al popolo americano proprio riguardo la reale situazione della missione in Afghanistan.

Lo ha fatto non solo tramite un articolo pubblicato sull'Armed Forces Journal, periodico di affari militari indipendente dal Pentagono, ma anche con un dettagliato dossier che ha presentato al Congresso Usa, e che, naturalmente, è stato subito secretato. 

Il perchè è facilmente intuibile: “I vertici militari statunitensi hanno distorto così tanto la verità, sia verso i deputati sia verso il popolo, che la verità stessa è diventata irriconoscibile", scrive Davis.

"Quello che ho visto in Afghanistan non assomiglia per niente alle loro rosee dichiarazioni ufficiali riguardo la situazione sul terreno. Al contrario, in tutti i luoghi che ho visitato, la situazione tattica era cattiva o addirittura catastrofica”.

L'articolo di Davis, dal titolo “Verità, bugie e Afghanistan - Come i nostri capi militari ci hanno lasciato soccombere”, ha inizialmente suscitato clamore negli Usa.

La notizia è stata lanciata dal New York Times e ripresa da Rolling Stone, mentre in Europa e in Italia ha girato pochissimo.

Rolling Stone è riuscito perfino a pubblicare una versione non riservata del dossier-Davis, dal titolo “Dereliction of Duty II: Senior Military Leader’s Loss of Integrity Wounds Afghan War Effort”: si tratta di 84 pagine ricche di dettagli e descrizioni, frutto di un viaggio di 15mila chilometri in lungo e in largo per tutto l’Afghanistan, in cui Davis ha raccolto oltre 250 interviste.

Il veterano ha visitato basi, avamposti, presidi, e ha parlato con tutti, dalle reclute diciannovenni ai comandanti di divisione, dagli ufficiali della sicurezza afghana ai civili.

Ed è così che è venuto a sapere dei patti privati di non aggressione tra forze afghane e talebani, confermati in maniera non ufficiale dagli stessi soldati.

Ha riscontrato notizie di rapimenti e uccisioni in luoghi che avrebbero dovuto essere sotto il controllo delle truppe internazionali.

A scioccarlo maggiormente è stata poi la morte, qualche tempo dopo, di numerosi soldati che aveva intervistato. “Tutte queste morti per cosa?”

Una volta tornato a casa dalla missione, Davis si è messo così a rovistare tra le dichiarazioni dei vertici militari, incluso il generale Petraeus, comandante delle truppe Usa in Afghanistan prima di diventare, in giugno, il capo dell'agenzia centrale di Intelligence.

Il quale, ad esempio, nel marzo scorso aveva rassicurato il Senato sostenendo che l'espansione dei talebani “era stata arrestata nella maggior parte del Paese”.

Proprio Petraeus era stato chiamato in Afghanistan a ripetere il “successo” iracheno, ma Davis scrive che in realtà di successi non ce ne sono mai stati né nel primo né tanto meno nell'altro paese.

E racconta una storia tutta diversa, quella di una disfatta totale, sottolineando come in 10 anni non vi sia stato nessun miglioramento per quanto riguarda la vita dei civili afghani, in un territorio ormai per la maggior parte sotto controllo dei talebani e dei miliziani delle tribù locali, privo di un'amministrazione funzionante, e con un numero di morti sia tra i soldati sia tra i civili che cresce di anno in anno. 

“Gli eventi che ho descritto – afferma ancora Davis – potrebbe essere parte di una situazione di guerra difficile per un paese impegnato in un conflitto da un anno, due o quattro. Ma è inconcepibile se si parla di 10 anni”.

Ora non resta che vedere cosa succederà se e quando i parlamentari americani discuteranno il dossier di Davis.

Secondo lui le alte sfere hanno talmente paura dalla prospettiva di “perdere” una guerra che probabilmente continueranno a sacrificare altre vite e risorse pur di non ammettere di essersi sbagliati.

E i militari? Per il momento la risposta degli altissimi gradi dell'esercito alle esternazioni del veterano “ribelle” è stata stranamente sobria: hanno detto infatti che, seppure in disaccordo con le sue affermazioni, non avrebbero preso provvedimenti contro di lui. Ma il tenente colonnello non si fa illusioni, e in una recente intervista ha dichiarato: “Verrò distrutto”.
 

 

22 febbraio 2012

Area Geografica: