• ISSN: 2240-323X
  • Icona Facebook
  • Icona Twitter
  • Icona Youtube
  • Icona RSS Feed

Tu sei qui

Egitto. Ritorno al carbone: problemi ambientali e crisi energetica

Con l’approvazione di una controversa legge l’Egitto ha dato il via alla possibilità di importare carbone. Questa manovra ha lo scopo di diminuire i deficit produttivi causati dalle carenze energetiche. Gli unici a beneficiarne sembrano essere i grandi proprietari delle industrie produttrici di cemento.

 

 

Una decisione contestata

Al principio dello scorso aprile il Primo ministro Ibrahim Mahlab ha approvato una legge che permette ad alcune industrie di sopperire alle pressanti carenze energetiche attraverso l’acquisizione e l’importazione di carbone. Questa manovra è stata approvata dopo un lungo dibattito in cui si sono mescolate questioni energetiche e produttive a quelle ambientali e legate alla giustizia sociale.

Scopo principale delle autorità sembra essere quello di produrre una quantità superiore di energia, differenziando le fonti, poiché da anni il fabbisogno energetico del paese è in crescita e le riserve energetiche (petrolio e gas) non sono più sufficienti a coprire le necessità.

Il realtà dietro la decisione vi sono le ombre delle potenti compagnie del cemento, responsabili di una grande fetta dell’economia egiziana (e anche del consumo di energia: circa il 10% del totale del paese), che avrebbero pressato il governo in questa direzione.

Forti le proteste da parte di numerose associazioni e persino da diversi ministri. È soprattutto la questione ambientale ad essere chiamata in causa dai numerosi oppositori alla decisione. In particolare Laila Iskandar, ministro dell’Ambiente, è stata chiarissima nel condannare gli “incalcolabili danni all’ambiente e alla salute dei cittadini egiziani”.

 

Chi ci guadagna e chi ci perde

Se si analizzano le dinamiche e le cifre relative alla questione, i principali beneficiari di questa proposta sembrano essere appunto le imprese di produzione e distribuzione del cemento. Queste - Lafarge e Suez Cement in primo luogo - si sono lamentate negli ultimi ventiquattro mesi di aver diminuito fortemente la produzione arrivando persino ad una pericolosa perdita del 50% della produzione a causa delle ristrettezze energetiche in cui si è trovato il paese.

Per ovviare a queste esigenze ed evitare un calo della produzione, le suddette compagnie hanno iniziato lo scorso anno ad importare, illegalmente, ingenti quantitativi di carbone. I procedimenti legali in atto, non hanno sinora impedito a queste grandi imprese di continuare il processo di importazione e anzi questa “lobby del carbone” è persino riuscita a condizionare le decisioni governative ottenendo il permesso di utilizzare il combustibile “legalmente” importato.

A contrastare questo gruppo, il fronte degli scontenti ha visto la mobilitazione di una importante fetta dell’opinione pubblica. In particolare la Campagna degli Egiziani Contro il Carbone, coordinata da Ahmed Droubi, ha portato avanti una forte protesta incentrata sulle potenziali pericolosità ambientali della decisione e sulla sua mancanza di legittimità.

Secondo Droubi infatti un governo ad interim che non può assumersi la responsabilità di prendere una decisione che influenzerà per decenni il paese. Il collettivo ha creato e coordinato eventi, sostenuti da un altro importante attore, questa volta istituzionale.

Vi sono infatti uomini e donne appartenenti a due ministeri che hanno contrastato accanitamente la decisione: il già citato ministero dell’Ambiente e quello del Turismo. Il ministro Iskandar ha fatto persino pubblicare un report in cui non solo analizza la dannosità del consumo di carbone, ma prende anche in considerazione il rendimento, la gestione e gli sprechi energetici delle imprese considerate come le principali artefici del lobbying: quelle del cemento.

Questo studio ha dimostrato che le imprese egiziane consumano in media il 30% in più rispetto alle corrispettive europee, denotando come il problema vero non sia unicamente legato alla mancanza di risorse energetiche, ma dipenda anche dalla cattiva e miope gestione dei magnati dell’industria.

 

Rischi e problematiche ambientali

Le analisi della World Health Organization confermano la pericolosità dell’uso del carbone: quattro milioni e mezzo di persone muoiono ogni anno a causa dell’inquinamento ambientale.

In Egitto, uno dei paesi più inquinati al mondo soprattutto a causa delle sue industrie (in primis quelle del cemento e dei fertilizzanti), la scelta di importare carbone potrebbe avere effetti drammatici sulla qualità dell’aria e su quella delle vite degli egiziani, i quali già oggi inalano veleni aerei per una quantità 20 volte superiore a quelle considerate a norma.

Nel paese solo il 3% del PIL viene investito in sanità pubblica e servizi di cura. Cifre del tutto insufficienti che non consentono ovviamente un incremento dei degenti e di coloro che necessitano delle cure di lungo periodo.

A tutte queste ragioni vanno sommate inoltre considerazioni puramente economiche. Se da una parte Alaa Ezz, segretario generale della Camera di Commercio egiziana, richiama all’attenzione i numerosi vantaggi legati alla decisione governativa, sono in molti a sottolineare come in realtà questa scelta non servirà a risolvere il circolo vizioso di insufficienza energetica e deficit produttivo.

La Banca Mondiale ha stabilito che l’inquinamento atmosferico costa al paese quasi 3 miliardi di dollari (su 130 di PIL nazionale), e che un ulteriore aggravamento della situazione comporterebbe perdite sostanziale a livello economico.

A questo proposito è intervenuto il ministro del Turismo, il quale si è caldamente dichiarato contrario alla questione poiché la decisione è un chiaro fattore di ulteriore debolezza per l’industria turistica. Demolirebbe infatti l’idea di green-Egypt che il ministero ha cercato di portare avanti in questi ardui mesi e danneggerebbe direttamente i porti del mar Rosso che verrebbero invasi di carichi che dovrebbero essere trasportati lungo le strade del Sinai, chiaramente inadeguate per sostenere il massiccio passaggio di automezzi da trasporto (circai 500 mila l’anno).

 

La crisi energetica e le sue possibili soluzioni

La verità è che la necessità di indirizzarsi sul carbone per limitare le perdite produttive è tutt’altro che scontata.

Nel report del ministero dell’Ambiente che abbiamo citato citato si legge che i risultati, diretti e indiretti, del ritorno al carbone sarebbero non solo dannosi per l’inquinamento, ma anche poco redditizi dal punto di vista economico: in altre parole la peggiore tra le scelte possibili. 

Secondo numerosi studi, tra cui quello di Adel Tawfiq, esperto nel settore del consumo energetico, il problema principale sono gli sprechi e il governo dovrebbe concentrarsi su questo aspetto piuttosto che continuare a produrre energia immancabilmente sprecata. 

Sempre secondo l’esperto esistono innumerevoli fonti di energia che ad oggi non sono sfruttate adeguatamente in Egitto, in primis quelle solari ed eoliche. Si potrebbe ad esempio ricreare un esperimento come quello marocchino che ha dato vita al più ampio sito dedicato alla produzione di energia solare nei pressi della città di Ouarzazate.

Altra opzione potrebbe essere legata all’utilizzo degli scarti delle altre industrie, le cosiddette refuse-derivedfuel, che comportano non solo un ciclo ottimale di utilizzo delle sostanze di scarto, ma limiterebbe inoltre una diminuzione delle emissioni perché i rifiuti verrebbero bruciati alimentando un processo produttivo e non unicamente come scarti.

Il ritorno al carbone non sembra dunque risultare una scelta né vantaggiosa e tantomeno obbligata, come invece dichiarato dall’esecutivo e dai produttori di cemento.

Se osserviamo inoltre la questione dal punto di vista della sicurezza nazionale, il passaggio da sussistenza energetica a dipendenza da una fonte esterna potrebbe determinare un grave deficit in termini di potere.

Una decisione apparentemente giustificata da una necessità impellente (carenza di risorse energetiche) rischia di tramutarsi inun grave errore strategico dovuto alla poca lungimiranza dei politici incaricati di gestire il paese, che hanno preferito accontentare un gruppo ristretto - ma abbiente - di cittadini, creando un notevole impoverimento sociale, un peggioramento ambientale e della qualità della vita, nonché una diminuzione della sicurezza. 

 

*Foto by Nina Hale via Flickr in CC. 

 

22 Maggio 2014
di: 
Matteo Gramaglia
Area Geografica: