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Iraq: a secco di oro nero in 30 anni?

La questione fa drizzare le antenne: l’Iraq può diventare come l’Arabia Saudita? Secondo il Factsheet su petrolio e gas iracheni dell'UNDP (settembre 2011), il paese è destinato a diventare una superpotenza energetica. Anche grazie all'Eni.

 

 

di Giovanni Andriolo

 

I dati OPEC mostrano come ad oggi l’Iraq detenga riserve di petrolio per 143 miliardi di barili, classificandosi quarto paese al mondo per riserve provate dopo Venezuela (296 miliardi), che nel 2010 ha superato l’Arabia Saudita, al secondo posto con 264 miliardi di barili, e l'Iran (151 miliardi).

Il rapporto UNDP stima che siano presenti nel paese altri 200 miliardi di barili di petrolio già identificati ed estraibili, sebbene non ancora accertati: qualora questa quantità fosse veramente provata, l’Iraq diventerebbe di colpo il primo paese al mondo per riserve di petrolio, e ne controllerebbe così all’incirca il 20% sul totale del pianeta.

In un tale scenario, l’Iraq entrerebbe nella cricca dei paesi capaci di influenzare, con le proprie politiche energetiche, il mercato globale del petrolio. Si ricorda come già in passato simili strumenti -e parliamo soprattutto delle crisi degli anni ’70 - abbiano creato scompiglio nelle economie di tutto il mondo: una tale prospettiva nel secondo decennio del 2000, con una crisi finanziaria ed economica globale in corso senza precedenti, avrebbe effetti sicuramente devastanti. Tutto ciò fornirebbe all’Iraq un potere contrattuale notevole.

Le autorità irachene stimano che la produzione di petrolio del paese è destinata ad aumentare fino a 12 milioni di barili al giorno nel 2016-17. Secondo diversi analisti, queste stime sarebbero troppo ottimistiche e non terrebbero conto di una serie di fattori, come l’inadeguatezza delle infrastrutture o la volatilità del mercato, che potrebbero influire in negativo.

Una più realistica previsione spiega come l’attuale produzione di 2,6 milioni di barili al giorno potrebbe giungere nel 2015-16 ad un livello che oscilla tra 4 e 5 milioni di barili giornalieri. Secondo un tale scenario, e se il prezzo del petrolio restasse stabile attorno ai 100 dollari al barile, le entrate dalla esportazioni potrebbero raddoppiare per il 2016, contro l’attuale livello stimato in 75-80 miliardi di dollari statunitensi.

 

La realtà dei fatti è differente.

Tuttavia, si sta ragionando nel campo delle ipotesi. La realtà dei fatti mostra come diverse difficoltà e inceppi nel meccanismo economico iracheno potrebbero vanificare questo sogno di crescita smisurata.

 

Quali sono le maggiori minacce?

Innanzitutto, l’eccessiva dipendenza dal petrolio: il settore oil infatti contribuisce per il 60% del PIL iracheno, costituisce il 99% delle esportazioni del paese e più del 90% delle entrate pubbliche. Un quarto degli investimenti pubblici del paese è concentrato nel medesimo settore, che riceve circa l’87% degli investimenti totali.

L’Iraq produce circa 2,6 milioni di barili di greggio al giorno, di cui più di 2 milioni sono esportati, circa 400 mila barili sono raffinati e altri 70 mila sono utilizzati come carburante per la produzione di energia.

Per l’Iraq si può quindi parlare, senza molti dubbi, di un’economia export-led con un settore dominante, quello petrolifero. Fino a qui, la somiglianza con l’Arabia Saudita è notevole. Inoltre, verrebbe da pensare che, sebbene la diversificazione dell’economia sia fondamentale per dare maggiore stabilità allo sviluppo, per un paese come l’Iraq, nella sua situazione attuale, i proventi del petrolio potranno dare una spinta notevole e determinante verso la strada della crescita e della ricostruzione, almeno in una fase iniziale.

Tuttavia, la riuscita di un tale processo presuppone che le entrate dalle esportazioni di petrolio entrino in circolo nel sistema economico del paese, e quindi, parlando chiaramente, siano equamente distribuite tra la popolazione, attraverso la creazione di posti di lavoro e il coinvolgimento degli iracheni nei meccanismi di crescita economica e sviluppo.

Il quadro attuale della situazione in Iraq è agghiacciante: il rapporto della UNDP mostra come il settore petrolifero, pur contribuendo al 60% del PIL, crei occupazione in realtà soltanto per l’1%, e ripeto, l’1%, della popolazione irachena. Ciò significa che a fronte di una popolazione di 34 milioni di abitanti (Dati IMF), soltanto 340 mila beneficiano dei proventi del settore petrolifero. E’ come se, mutatis mutandis, del 99% delle entrate dell’export italiano beneficiassero soltanto gli abitanti di Genova.

Questo non è certamente un dato di partenza incoraggiante, dal punto di vista del processo appena descritto: se i proventi del petrolio raggiungono una minima parte della popolazione, soltanto una minima parte di tali proventi entrerà in circolo nel sistema, svilendo di fatto qualsiasi possibilità di sviluppo.

Ma c’è di peggio. Infatti, se queste risorse entrassero nelle tasche degli iracheni, seppur pochissimi, ma pur sempre iracheni, un certo impulso potrebbe in qualche modo nascere: in Arabia Saudita si è assistito a fenomeni analoghi nei decenni scorsi. In realtà, il rischio iracheno forse più grave è proprio che soltanto una parte di queste entrate potrebbe raggiungere la minima parte di iracheni che ne possono beneficiare.

 

E dove finirebbe il resto delle risorse? Alle companies straniere.

Negli ultimi anni, infatti, sia il governo federale iracheno sia il governo regionale del Kurdistan hanno concluso contratti con le imprese petrolifere straniere per lo sviluppo di progetti nel campo degli idrocarburi. Tali contratti, stando al rapporto UNDP, sono principalmente di due tipi: i Technical Services Contracts (TSC), che prevedono una partecipazione statale del 25%, e i Production Sharing Agreements (PSA). I secondi, utilizzati dal governo regionale del Kurdistan, prevedono, oltre ad una partecipazione statale minore (20%), che alle imprese straniere coinvolte sia riservata una quota del petrolio che producono.

La liceità di tali contratti con la Costituzione irachena è dubbia, e anche per quanto riguarda i TSC, questi non sono stati approvati dal Parlamento. In questo caso, gli articoli della Costituzione che trattano di gestione delle risorse petrolifere sono vaghi, e il disaccordo federale-regionale sulla loro interpretazione ha finora bloccato qualsiasi tentativo di redazione di una legislazione adeguata in materia. Insomma, nel caos tutto è lecito!

Le companies straniere che hanno ottenuto la maggior parte di questi contratti sono i 'soliti ignoti': l’inglese BP, l’olandese Shell, l’italiana Eni, la statunitense ExxonMobil: molto poco casualmente, si tratta di imprese dei paesi partecipanti alla “Coalizione dei Volonterosi” di bushiana memoria, quella che vanta la liberazione dell’Iraq dalla tirannia di Saddam Hussein. Salvo poi imporre la propria, con buona pace delle teorie delle “industrie bambine” o dei poli di sviluppo "à la Perroux".

 

Che cosa resta quindi agli iracheni?

In buona sostanza, agli iracheni restano diversi problemi. I due terzi della forza lavoro sono occupati, secondo i dati ICE, nella pubblica amministrazione: sommando quindi ad un 66% di forza lavoro impegnata in tale settore, un 1% nel settore petrolifero e un 14% di disoccupati (dati IIF), si ottiene che solo il 19% della forza lavoro è impegnato in settori non pubblico e non oil.

Un dato poco incoraggiante, per quanto riguarda lo sviluppo di una diversificazione dell’economia.
Inoltre, il settore pubblico ricava il 90% delle proprie entrate dal petrolio, piuttosto che dalla tassazione dei cittadini, rendendo così questi ultimi impotenti di fronte alle necessità di controllo sulle istituzioni, e scoraggiando contemporaneamente le istituzioni stesse dall’intraprendere serie politiche di privatizzazione del settore oil. Insomma, uno Stato che rimane accentratore, non tanto di potere politico, allo sbando, quanto piuttosto di potere economico.

E questa sembra essere la ricompensa che il governo iracheno riceve dai “Volenterosi”, in cambio di contratti con le loro imprese e di acquiescenza con le loro politiche internazionali. Sotto questo punto di vista, il popolo iracheno si può soltanto augurare che la produzione di petrolio non aumenti: infatti, se al tasso attuale di produzione le riserve di petrolio iracheno dovrebbero durare 140 anni, una produzione di 12 milioni di barili al giorno (quella, guarda caso, auspicata dal governo) le esaurirebbe in 30 anni.

Ciò significa che, dato l’attuale sistema appena descritto, la torta della potenziale maggiore riserva petrolifera del mondo potrebbe essere mangiata da companies e governo in pochi decenni: con buona pace, anche qui, della redistribuzione delle ricchezze all’interno del sistema economico.

A questo proposito, il factsheet dello UNDP auspica che le imprese statali arrivino a separare la proprietà dalla gestione operativa, riducendo così il controllo diretto del Governo sull’economia e favorendo l’emersione di un settore privato che potrebbe vivacizzare la competizione sul mercato.

Infine, agli iracheni restano infrastrutture fatiscenti, difficoltà di approvvigionamento idrico che soffocano l’agricoltura e mettono in pericolo la popolazione, nonché i danni materiali e sociali di una guerra lunga e non ancora terminata. E ancora: caos politico, scontri tra fazioni opposte e l’attuale governo, e i militari stranieri.

E resta la consapevolezza che, fintantoché l’Iraq sarà considerato un pozzo di greggio per le companies straniere e una testa di ponte statunitense al confine con l’Iran, l’Arabia Saudita rimarrà un sogno lontano.

 

26 settembre 2011

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