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Israele. Il voto che allontana la giustizia

A sorpresa Nethanyahu vince le elezioni in Israele, avviando il suo quarto mandato. Un voto che è stato soprattutto un referendum sulla sua persona, e che spinge sempre più a destra il paese, allontanando definitivamente ogni prospettiva di pace e giustizia per il popolo palestinese. 

 

 

Cannibalizzando il voto dell'estrema destra, Benjamin Netanyahu ha vinto a sorpresa le elezioni politiche israeliane del 17 marzo scorso, e ottenuto l'incarico di governo dal presidente Reuven Rivlin.

Il leader conservatore, al quarto mandato, ha realizzato il colpo di mano pianificato con lo scioglimento del Parlamento nel dicembre scorso: cacciare gli scomodi alleati di governo Tzipi Livni e il centrista Yair Lapid per raccogliere intorno alla sua leadership una maggioranza solida (67 seggi circa su 120) marcatamente orientata a destra e i religiosi ultraortodossi. 

Grazie ad una campagna elettorale spregiudicata e demagogica improntata sulla paura e i nemici esterni d'Israele, il Likud ha raccolto 30 seggi contro i 24 di Campo Sionista, l'avversario di centro-sinistra guidato dal laburista Isaac Herzog.

Contro i sondaggi che lo davano sconfitto, Netanyahu si è imposto su quello che per molti osservatori era un referendum sulla sua persona. E per farlo non ha risparmiato sferzate xenofobe e dure prese di posizione contro il processo di pace. “Pullman carichi di arabi – aveva dichiarato con tono allarmistico e sprezzante – sono diretti alle urne” e “mai uno stato palestinese sotto il mio governo”, aveva promesso. 

Affermazioni poi rettificate ma evidentemente inscenate per togliere con efficacia voti all'estrema destra, arretrata significativamente nell'attuale tornata elettorale. Esemplare il tracollo di Israel Beitenu (Israele casa nostra), partito del falco oltranzista Avigdor Lieberman, che si è visto dimezzare il consenso rispetto alle ultime elezioni del 2013. Stessa sorte per la destra nazionalista di Habayit Hayehudi (Casa Ebraica) dell'ex militare delle Forze speciali Naftali Bennett, fautore di una politica di espansione e annessione unilaterale delle colonie in Cisgiordania. 

La conta dei voti sembra quindi supportare un forte assorbimento dell'elettorato radicale da parte del Likud di Netanyahu, un leader in grado di giocare cinicamente la sua intera campagna elettorale sullo spettro del nucleare iraniano, la preservazione dell'identità ebraica e l'ampliamento strategico dell'insediamento di Har Homa, 1.500 abitazioni che separerebbero definitivamente Gerusalemme dalla Cisgiordania. 

Prospettive estremiste che incontreranno l'unico elemento di moderazione nel leader Moshe Kalon di Kulanu, ex Likud, pronto a partecipare al nuovo esecutivo con i suoi 10 seggi insieme agli ultraortodossi di Shas e United Torah Judaism, entrambi fermi a 7 parlamentari.

Dalle elezioni del 17 marzo esce un governo forte con un leader che potrebbe a legislatura terminata diventare il premier più longevo della storia di Israele, superando il suo fondatore David Ben Gurion. Il prezzo però appare altissimo. 

Nonostante un ammorbidimento immediato delle esternazioni elettorali, Netanyahu rischia di relegare Israele in uno stato di isolamento internazionale. Dopo le forti critiche agli accordi sul nucleare con l'Iran (paragonato ai terroristi dello Stato Islamico) ribaditi al Congresso degli Stati Uniti d'America in un controverso discorso preelettorale, i rapporti con gli Usa sono ai minimi storici. Almeno sul fronte democratico. 

Il presidente Barack Obama non ha lesinato dure critiche alla campagna del premier israeliano: “Ha usato toni al di fuori della tradizione democratica israeliana”.

Sulla questione palestinese Obama ha poi espresso tutto il suo dissenso: “Lo status quo è insostenibile – ha dichiarato il presidente al giornalista dell'Huffington Post Sam Stein – la soluzione dei due Stati è l'unica scelta per la difesa di Israele ed estendere gli insediamenti non è la soluzione per la stabilità dell'area”. 

Secondo un recente rapporto dell'Ufficio degli affari umanitari dell'Onu, le offensive militari israeliane nel 2014 hanno causato 2314 vittime palestinesi e circa 17mila feriti. Un dato storico che segna un tragico primato dal 1967. 

Una direzione ostinatamente contraria a qualsiasi progetto di pacificazione che riflette a questo punto non solo l'agenda politica di Netanyahu ma anche la posizione del popolo israeliano. Una nazione che agli occhi dello storico israeliano Ilan Pappe con questo voto ha abbandonato definitivamente la “riconciliazione con i palestinesi come precondizione per il futuro”. 

Al contrario di Israele, la Palestina ha appena aderito alla Corte penale internazionale (Cpi), tribunale presso il quale potrà denunciare i crimini di guerra commessi su Gaza e nella West Bank. Un passo considerato fondamentale anche dal leader di Iniziativa nazionale palestinese Mustafa Barghouti che ha commentato: “E' la fine del clima di impunità di cui Israele ha beneficiato negli ultimi 67 anni”.

Nonostante sulle colonie di Har Hama sia stata fatta in questi giorni una parziale retromarcia, il nuovo esecutivo proseguirà il percorso interrotto a dicembre 2014: politiche neoliberiste in campo economico interno, ignorando le sostanziali disuguaglianze economiche crescenti; colonizzazione della Cisgiordania, interventismo militare nella già martoriata Striscia di Gaza dove l'ultimo conflitto ha causato circa mezzo milione di sfollati, e promulgazione per decreto legge dell'esclusiva “ebraicità” dello Stato d'Israele. 

Un provvedimento che confermerebbe definitivamente le discriminazioni a danno della comunità arabo-israeliana interna, quel 20% di popolazione (circa 1 milione e 700mila persone) che in gran parte si è rifugiata nella Lista araba unita, l'altra sorpresa di queste elezioni, divenuto terzo partito in Parlamento con la conquista di ben 13 deputati. 

Il leader Ayman Odeh ha parlato di “risultato storico”, anche se la progressiva virata a destra di queste ultime elezioni stringe di molto il raggio d'azione per la tutela della minoranza araba, afflitta da un doppio standard di trattamento nei diritti, nei servizi e soprattutto nelle condizioni economiche. 

 

05 Aprile 2015
di: 
Alessio Marri
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