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Libia. Dove si continua a sperare

In Libia si continua a sperare. Per una risoluzione permanente ai conflitti, per un governo unitario e rappresentativo, per la stabilizzazione del paese e per la ripresa dell’economia. Si continua a sperare, mentre i giochi di potere si infittiscono e il popolo soffre condizioni di vita insopportabili.

A livello attuale i governi che rivendicano un’autorità politica sul territorio sono tre, mentre gli attori sulla scena internazionale stanno cambiando, e con loro anche le agende politiche e le alleanze. 

Mentre la cristallizzazione degli schieramenti est-ovest resta tale - con il regime del Generale Haftar ad est e il Governo di Accordo Nazionale di Serraj a Tripoli - qualche settimana fa si è assistito ad un nuovo “colpo di Stato” da parte del disciolto Governo di Salvezza Nazionale, che in seguito al tentativo dello scorso ottobre, ha recentemente occupato militarmente alcuni ministeri nel centro di Tripoli, proseguendo nella ricerca di uno spazio di agibilità politica in cui potersi inserire, forte delle accuse di fallimento e di conseguente illegittimità del governo di Serraj.

Quest’ultimo, a quasi un anno dal suo insediamento, in un paese profondamente diviso ed impegnato nella lotta per la cacciata di Daesh da Sirte, coadiuvato dalle forze armate di Misurata e dai bombardamenti americani, non è ancora riuscito ad ottenere un reale controllo sul territorio necessario per pacificare e stabilizzare il paese e far ripartire l’economia. 

Questo il ruolo riconosciutogli sulla carta dalle Nazioni Unite a dicembre 2015, nel tentativo ambizioso di risolvere una crisi così profonda imponendo dall’altro un governo poco rappresentativo e con limitati spazi di manovra.

A dimostrazione di questo fallimento, e in seguito agli ennesimi scontri armati scoppiati nel paese, ad inizio gennaio un membro del Consiglio Presidenziale, Musa Khoni, ha abbandonato l’esecutivo di Serraj riconoscendone il ruolo sempre più irrilevante sulla scena libica. Intanto, anche gli scontri armati hanno cambiato geolocalizzazione e si sono spostati nel sud-est del paese, nei pressi della città di Sebha, centro di importanti infrastrutture nell’area desertica del Fezzan, dove l’esercito di Haftar e le forze di Misurata stanno cercando alleanze con le tribù locali per allargare la loro influenza, continuando sulla via degli scontri armati. 

Su questo sfondo, approfittando di una politica estera americana che ha progressivamente perso consistenza - se non a livello di campagne militari anti-Daesh - e di una nuova amministrazione che potrebbe potenzialmente rimescolare le carte in campo, il Cremlino ha tessuto fitte relazioni diplomatiche con il Generale Haftar, in perfetta contrapposizione al chiaro sostegno garantito dall’amministrazione Obama al Governo di Unità Nazionale.

Ma il cambio di inquilini alla Casa Bianca e il recente insediamento di Trump, lascia presagire un cambio di strategia, rendendo verosimile una virata statunitense a favore di Haftar e della sua dichiarata lotta al terrorismo, causa molto cara anche al neo-Presidente americano.

Se a questo quadro si aggiunge il fidato alleato al-Sisi, con cui si condividono programmi politici ed interessi, oltre ai confini, la ricetta per un nuovo stravolgimento politico della Libia è pronta.

D’altronde, dietro le quinte si lavora da mesi per prepararsi a questo scenario, come dimostrano le intense - e costose - campagne di lobby finanziate da Haftar e dal suo entourage, mentre il popolo libico per prelevare 200 dinari fa file chilometriche davanti alle banche ormai al collasso per mancanza di liquidità.

A novembre 2015, la Camera dei Rappresentanti di Tobruk, nella persona del Presidente Aguila Saleh, insieme a Khalifa Haftar, al capo del Libyan National Army e un altro rappresentante dello schieramento orientale, avrebbero firmato un contratto di consulenza con un’agenzia di lobby con base a Montreal, la Dickens & Madson, per fare pressione a livello internazionale al fine di ottenere supporto nei confronti di un governo di unità nazionale favorevole agli interessi di Tobruk e di Haftar (il grande escluso dal Libyan Political Agreement firmato in Marocco nel dicembre 2015), a fronte di un pagamento di 6 milioni di dollari.

A questo proposito vale la pena soffermarsi su alcuni ulteriori passaggi. Innanzitutto la data della firma del contratto, avvenuta in concomitanza allo scandalo reso pubblico dal Guardian, che ha svelato le trattative in corso tra Bernardino Leòn e gli Emirati Arabi, affinché il mediatore svolgesse negoziati parziali e tesi a delegittimare il governo di Tripoli in cambio di un lavoro lautamente remunerato negli Emirati.

Sembrerebbe strano se la coincidenza temporale fosse solo un caso, soprattutto alla luce del fatto che il contratto è stato registrato presso il Foreign Agent Regitration Act (FARA) solo l’anno successivo, il 20 luglio 2016. Inoltre, tra i servizi previsti dall’accordo, l’agenzia avrebbe dovuto agevolare un finanziamento di 500mila dollari in attrezzatura di sicurezza e supporto tecnico da parte della Russia. 

Quanto appena detto più che svelare, conferma i retroscena di un’alleanza esistente ed operativa, che da un lato spinge per far revocare l’embargo sulle armi imposto dalla Risoluzione 1970 del 2011, e dall’altro cerca di rinegoziare in modo subdolo ed illegittimo un nuovo governo di unità nazionale che preveda un ruolo di primo piano per Haftar, e che magari si presti al suo sogno di instaurare una nuova dittatura militare sulla falsa riga del suo “compianto” predecessore.

Per la contropartita russa, Putin sembra voler recuperare un investimento tra i 4 e i 10 miliardi di dollari in accordi commerciali per la fornitura di petrolio, gas e armi, firmati con il precedente regime di Gheddafi, ed espletabili solo nel momento in cui l’embargo sulle armi verrà revocato.

Intanto, da maggio 2016, l’esecutivo presieduto da al-Thinni e con base ad al-Beyda, ha iniziato a stampare nuova moneta libica in Russia, in chiara contrapposizione con il ruolo dell’internazionalmente riconosciuta Banca Centrale Libica di Tripoli, con l’obiettivo di immettere nuova moneta in circolazione e sopperire alla grave crisi di liquidità. Nonostante il gesto di sfida, la criticità delle condizioni ha portato l’esecutivo internazionalmente riconosciuto ad approvare la circolazione parallela della nuova moneta. Dando via libera al governo di al-Thinni di stampare altra valuta in Russia. 

Ad onor del vero, è importante precisare che il ricorso a costose campagne di lobby non è uno strumento ad uso unico ed esclusivo di Tobruk. Solo un anno prima, la stessa strategia è stata utilizzata dal Congresso Nazionale Generale di Tripoli, e fatto curioso è che l’agenzia di consulenza era esattamente la stessa, la Dickens & Madson.

Un documento registrato presso il Foreign Agent Regitration Act (FARA), riporta un contratto di consulenza firmato ad ottobre 2014 con una compagnia libica posta sotto la supervisione del Governo islamista di Tripoli. L’accordo, previo pagamento di 2 milioni di dollari, prevedeva i medesimi servizi, solo nei confronti di un governo di unità nazionale favorevole agli interessi dell’allora contraente, l’esecutivo di Tripoli. Il contratto aveva valenza di un anno, ed è infatti scaduto appena un mese prima che la stessa agenzia vendesse il medesimo pacchetto ad Haftar e Saleh. 

Quello che si evince da questa storia è che l’unico a guadagnarci sia stato il Presidente della Dickens & Madson, il Signor Ari Ben-Menashe, un ebreo iraniano nato a Teheran e poi trasferitosi in Israele, dove per dieci anni ha lavorato nel Mossad, per poi diventare un trafficante d’armi, farsi arrestare, e trasferirsi in Canada, dove ha continuato i suoi traffici illeciti.

Dall’altro lato della medaglia invece, gli unici a perdere davvero, adesso come in questi sei lunghi anni, sono i libici.

Stretti nella morsa degli egoismi e della fame di potere di organizzazioni illegittime, governi inefficaci e milizie armate, sono ormai stremati da una profonda crisi economica, dove la mancanza di liquidità, l’inflazione e i ripetuti e prolungati black out della corrente elettrica rendono la vita una lotta quotidiana per la sopravvivenza. 

In Libia, e per la Libia, si continua a sperare. Ma i libici hanno bisogno di tornare a respirare.

 

 

25 Gennaio 2017
di: 
Lamia Ledrisi
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