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Libia. La speranza di risorgere dalle proprie ceneri

Lo scorso 12 luglio, nella città di Skhirat in Marocco, è stato firmato l’accordo di pace e di riconciliazione in Libia, dopo diversi tentativi di negoziazione iniziati in Svizzera e passati per lo Stato libico.

 

 

Il testo, elaborato dall’inviato speciale dell’ONU, il diplomatico spagnolo Bernardino Leòn, prevede la fine dei combattimenti e un periodo di transizione di un anno per la costituzione di un governo di unità nazionale guidato da un premier e due vice dotati di poteri concreti.

Al momento della finalizzazione dell’accordo, tuttavia, mancava una delle due parti in conflitto.

Qualche giorno prima del raggiungimento dell’intesa finale, infatti, il Parlamento di Tripoli ha abbandonato il tavolo dei negoziati a causa di alcune forti incomprensioni che, a loro avviso, rendevano l’accordo inaccettabile.

Il punto fondamentale sul quale Tripoli non intende soprassedere, è la previsione contenuta all’interno del testo che riconosce come unico Parlamento quello di Tobruk, legittimamente eletto e riconosciuto dalla comunità internazionale, ma esiliato ad est dal governo di Tripoli che ha rifiutato i risultati delle elezioni del 2014.

L’altro elemento chiave che divide le due parti in causa riguarda lo status del Generale Khalifa Haftar, nominato dall’amministrazione di Tobruk comandante delle forze armate, mentre Tripoli ne vorrebbe la rimozione e l’allontanamento da qualsivoglia posizioni di potere.

A dar forza alle rivendicazioni di Tripoli, la legge approvata a maggio 2013 sul cosiddetto "isolamento politico", provvedimento che esclude dalle cariche pubbliche le figure accusate di aver servito il regime di Gheddafi, comprendendo quindi, l’ex ufficiale gheddafiano Haftar.

Nonostante queste incomprensioni strutturali e l’assenza dei rappresentanti del GNC di Tripoli, tuttavia, l’accordo è stato salutato con entusiasmo.

Il motivo di tanto ottimismo è rappresentato dalla firma dell’accordo da parte di importanti fazioni, seppur minori nel mosaico libico, prima fra tutte la milizia di Misurata, alleata di Fajr Libia, il braccio armato che controlla la Tripolitania dallo scorso agosto, dopo l’attentato all’aeroporto della capitale.

Tuttavia, a raffreddare gli entusiasmi e a ribadire con fermezza le proprie posizioni, il 28 luglio il Tribunale di Tripoli ha condannato alla pena di morte Saif al-Islam, secondogenito di Gheddafi, ed altri 9 esponenti dell’ex regime, per la violenta repressione durante la rivoluzione del 2011, condanna fortemente ostentata da Tobruk.

Il Parlamento internazionalmente riconosciuto infatti, sostiene la necessità di estradizione del delfino del dittatore sul quale pende un mandato di cattura internazionale emanato dalla Corte Penale Internazionale nel 2011, affinché venga equamente processato all’Aja.

Questa ipotesi, tuttavia, è stata sempre rifiutata dalle milizie di Zintan, che detengono il figlio del dittatore dal 2011, catturato mentre cercava di fuggire in Niger.

In questo modo, il governo di Tripoli ha voluto dare un chiaro esempio di quella che, a loro avviso, dovrebbe essere la punizione esemplare per gli ex sostenitori del regime. Nessun riferimento a cosa o persone è puramente casuale.

Per comprendere a fondo il caos libico, tuttavia, bisogna fare un passo indietro ed analizzare le cause e gli effetti di un regime quarantennale che ne ha annientato le fondamenta strutturali, e di un intervento internazionale i cui drammatici effetti hanno innescato una bomba ad orologeria.

Tra le peggiori iniziative di Gheddafi, un posto di primo piano è ricoperto dalla sua politica di stampo socialista, inserita nel quadro del progetto ideologico elaborato tra il 1976 e il 1979 e teorizzato nel Libro Verde (Kitab al-akhdar), titolo che rimanda al libretto rosso di un altro dittatore, il cinese Mao Tse-tung.

L’opera, bruciata pubblicamente durante la rivoluzione popolare del 2011 a Bengasi, è suddivisa in tre parti, dedicate rispettivamente alla politica, all’economia e alla società, dando vita ad un programma organico con il quale il dittatore intendeva avviare una rivoluzione culturale e popolare e diffondere il suo progetto di una nuova società governata dalle masse (Jamahiriyya traducibile dall’arabo come “stato delle masse”).

Con la sua ideologia delirante, dal punto di vista politico, nel giro di qualche anno il Colonnello ha abolito il sistema parlamentare, i partiti, la libertà di stampa e la Costituzione, considerati tutti strumenti finalizzati all’instaurazione di una dittatura delle minoranze e spazzando via, come se niente fosse, la storia di secoli di battaglie che hanno portato alla democrazia liberale.

Nella parte del Libro Verde dedicata al socialismo e alla soluzione del problema economico, invece, le proposte elaborate dal luminare libico hanno portato all’abolizione della proprietà privata - con conseguente distruzione dei registri catastali - dei salari e del profitto, definiti come strumenti suscettibili di corrompere l’animo umano e di creare disparità in una società che doveva essere basata sull’eguaglianza.

L’applicazione di questi principi ha portato alla nazionalizzazione di tutte le attività produttive, espropriate ai privati ed accentrate nelle mani dello stato.

Queste politiche folli, nell’arco di trent’anni hanno spinto la popolazione più qualificata ad abbandonare il paese a causa della mancanza di strutture adeguate a permettere una crescita professionale e di un ambiente politico ostile.

A livello sociale, il risultato è stato la disparità economica, la corruzione, il risentimento e la perdita di speranza, che hanno lentamente avvelenato il paese.

Ma Gheddafi non si è limitato solo a distruggere la società e l’economia libica, ha anche contribuito ad alimentare la minaccia jihadista.

Secondo l’analisi offerta Da Lorenzo Declich, docente dell’Università Orientale di Napoli ed uno dei massimi esperti italiani di jihadismo, la deriva del fenomeno jihadista in Libia era prevedibile sin dallo scoppio della guerra nel 2011, essendo un effetto naturale di una catena di responsabilità che coinvolge tanto l’Occidente quanto i Paesi Arabi e lo stesso leader libico.

Secondo quanto sostenuto da Declich, "i jihadisti che oggi in Libia combattono in nome dell'Isis non sono altro che i sopravvissuti del jihadismo storico della Cirenaica, dei combattenti mandati in Iraq a partire dal 2003, di alcuni detenuti della prigione Usa di Guantanamo e di diversi terroristi, (circa 850), rimessi in libertà da Gheddafi a partire dal 2009 e fino alla vigilia delle manifestazioni popolari anti-regime del febbraio del 2011".

Questi terroristi, di ritorno dall’estero o in libera uscita dalle prigioni libiche, hanno portato la loro esperienza a servizio del già notevolmente ricco tessuto di movimenti jihadisti sul territorio libico, andando a ricoprire posizioni di primo piano all’interno di gruppi quali Ansar al-Sharia, una potente milizia dell’islamismo salafita radicale iscritto nella lista delle organizzazioni terroristiche dalle Nazioni Unite.

A facilitare la vita del terrorismo libico e ad aggravarne la pericolosità, la proliferazione di un enorme quantitativo di armi proveniente dall’arsenale di Gheddafi, arricchito negli anni dal traffico con la Russia, primo fornitore al mondo di armi al regime libico, e gli Stati Uniti, secondo quanto riportato da diverse fonti di intelligence.

Da qui, un robusto filo conduttore ci porta direttamente all’intervento internazionale della NATO, talmente concentrato sull’intento di destituire il dittatore libico da aver prestato ben poca attenzione all’incontrollata dispersione dell’arsenale.

Senza soffermarsi sulle più volte discusse conseguenze del fallimentare intervento della NATO, vale invece la pena guardare allo scacchiere libico dal punto di vista dell’attuale situazione politica interna e dei relativi blocchi contrapposti e adeguatamente supportati da partner internazionali esterni, ma profondamente coinvolti.

Come tutti sanno, da un anno a questa parte la Libia è spaccata a metà, o più correttamente in tre parti, seguendo gli stessi confini tracciati negli anni Cinquanta dalle potenze mandatarie occidentali, intervenute in seguito alla fine dell’esperienza coloniale italiana e dando inizio alla monarchia filo-occidentale di Re Idriss Al-Senussi.

L’attuale tripartizione libica vede ad est la Cirenaica, con la Camera dei Rappresentanti (HoR), il governo di Al-Thinni e l’Esercito Nazionale Libico (LNA) comandato dal Generale Haftar, blocco sostenuto internazionalmente dall’Egitto e dalla Russia.

Ad ovest la Tripolitania, controllata dal Congresso Nazionale Generale (GNC) di Tripoli, il governo di Khalifa Ghwell, le milizie di Fajr Libia e i Fratelli Musulmani, a loro volta sostenuti da Qatar e Turchia, con il supporto delle armi provenienti da Kiev.

Questi blocchi contrapposti si inseriscono all’interno di un quadro di schieramenti internazionali perfettamente logico, come ci fa notare la precisa analisi del britannico Richard Galustian, Security Analyst ed esperto conoscitore dell’area MENA e della Libia.

Ma mentre le vicende della Cirenaica e della Tripolitania sono ben conosciute e quotidianamente narrate dai mass media internazionali, meno attenzione, sia a livello internazionale che nazionale, è dedicata alle zone a sud della Libia.

Stiamo parlando della desertica area meridionale del Fezzan, zona remota e dimenticata dai governi costieri del nord, troppo impegnati a contendersi il potere e a gestire la crescente minaccia dello Stato islamico.

Nelle zone intorno alla città di Sebha, a circa 700 km dalla capitale Tripoli, un’area ricca di giacimenti petroliferi, recentemente si sono verificati nuovi violenti scontri tribali tra i Tuareg e i Tebu che, iniziati lo scorso settembre, hanno causato centinaia di vittime, dando sfogo ad una rivalità storica, seppur neanche questa immune ad intromissioni esterne.

Infatti, seguendo la classica ma sempre efficace strategia del “divide et impera”, potenze esterne stanno fomentando una guerra per procura finalizzata a dividere le tribù locali per indebolirle, approfittare dell’instabilità politica ed esercitare il controllo sull’area ricca di risorse minerarie.

Ma chi sono queste potenze esterne?

Durante l’era gheddafiana, e in particolar modo durante la guerra civile del 2011, il dittatore aveva corrotto la tribù dei Tuareg, garantendosi il loro sostegno in cambio di false promesse comprendenti ingenti somme di denaro, diritti e migliori condizioni di vita.

Con lo stesso obiettivo, la tribù dei Tebu decideva di schierarsi al fianco dei ribelli rivoluzionari, sperando in un cambiamento che migliorasse le loro condizioni.

Nella Libia post-Gheddafi divisa in due governi e due parlamenti, invece, i Tuareg sono sostenuti finanziariamente dal Ministero della difesa di Tripoli, mentre le milizie di Misurata provvedono a fornirgli medicinali e benzina, seppure la tribù, memore della delusione derivata dall’alleanza con il defunto dittatore, sia tutt’ora divisa tra i due governi.

Differentemente dai rivali Tuareg, i Tebu hanno preso una posizione ben più definita, essendo apertamente supportati dal governo di Tobruk e dalle forze del Generale Haftar.

Alla luce di questa analisi e in quello che sembra un mosaico politico sempre più denso, è difficile immaginare una prossima quanto efficace soluzione di unità nazionale che riporti l’ordine e la stabilità in Libia.

Tuttavia, talvolta è necessario aggirare gli ostacoli per intraprendere la strada giusta e nel caso libico, questo potrebbe voler dire cambiare l’ordine delle priorità nell’agenda politica del paese.

Invece di concentrarsi esclusivamente sulla questione della sicurezza, sarebbe necessario agire su un altro piano, iniziando ad adottare quelle riforme economiche di cui il paese ha disperatamente bisogno e che vengono rimandate da tempo immemore, come ci ricorda il Dottor Aref Nayed, Ambasciatore libico negli Emirati Arabi, in un’intervista con Libya Herald.

Bisognerebbe ricostruire le fondamenta economiche distrutte trent’anni fa dalla follia del Colonnello libico, affinché vi sia una più equa distribuzione delle risorse e una conseguente riduzione della diseguaglianza sociale.

Creare lavoro e delle serie opportunità per i giovani, in modo tale che non siano costretti a lasciare il paese e che abbiano un’alternativa praticabile alla pericolosa opzione dell’arruolamento nelle milizie che pagano in contanti in cambio di fedeltà armata.

Ricostituire i sindacati, così che vi sia una maggiore tutela per i lavoratori regolari e il loro diritto a salari equi, in modo tale da sradicare la diffusa mentalità clientelare, la dipendenza dai sussidi statali e i traffici illeciti, cui si ricorre a causa dei prezzi insostenibili di alcuni beni di prima necessità quali cibo e medicinali.

E’ infatti da questi traffici illeciti da cui poi ha origine la criminalità.

La lucida analisi del Dottor Nayed mette in evidenza il profondo legame che lega la necessità di riforme economiche all’architettura di sicurezza del paese, dimostrando come l’una non sia realizzabile senza l’altra, motivo per cui dovrebbero procedere simultaneamente.

Ma affinché si possa parlare di riforme e di ristrutturazione economica e sociale, è necessario un governo di unità nazionale che possa guidare il paese nel difficile e lungo percorso della rinascita e affinché si possa creare questo governo, è necessaria una base di consenso che permetta ai due blocchi contrapposti di lavorare insieme per il bene del paese.

Tutta la Libia dovrebbe cooperare per ritrovare il rispetto reciproco, risvegliare gli stessi antichi valori e la dignità di un popolo che merita di risvegliarsi da questo torbido vortice che l’ha investito e risucchiato decine di anni fa.

E il momento per farlo è adesso, prima che sia troppo tardi.

Adesso, infatti, la nuova data fondamentale per il futuro del paese è ad Ottobre 2015, data in cui dovrebbero tenersi le elezioni per il nuovo Parlamento, in concomitanza con la scadenza del mandato della Camera dei Rappresentanti di Tobruk, L’occasione di riscatto per riappropriarsi del proprio paese, delle proprie risorse e delle proprie tradizioni, l’unico modo per stabilizzare il paese e allontanare le nocive e interessate intromissioni esterne.

Ce la farà la Libia? Inshallah.

 

Foto via Wikimedia Commons

 

31 Luglio 2015
di: 
Lamia Ledrisi
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