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Siria. #FreeBassel, prigioniero nelle carceri del regime

Bassel Safadi è un attivista siriano che ha commesso un crimine imperdonabile per il regime di Damasco: diffondere informazioni, scrivere articoli, contribuire alla libera circolazione del sapere. Per salvargli la vita è stata lanciata una campagna internazionale. Che parla di lui, e di altre migliaia di detenuti nelle carceri siriane. 

 

 

“Sono venuti a prendermi quelli della sicurezza militare, non so dove mi portano…”. E’ la mattina del 3 ottobre scorso quando Noura Ghazi Safadi, una giovane avvocatessa di Damasco, risponde al telefono.

Dall’altro capo c’è il marito Bassel Khartabil, meglio noto come Bassel Safadi. Informatico, attivista e ricercatore siriano, è stato prelevato insieme ad un compagno di cella dalla prigione di Adra dopo 1.296 giorni di prigionia.

Noura ha cercato di sentire altri prigionieri, i rumos che circolano parlano di un trasferimento verso l’area militare di Qaboun e Bassel avrebbe lasciato ad un compagno di prigionia la sua fede nuziale evidentemente per paura di non tornare più. 

E’ un attivista nonviolento siro-palestinese Bassel, che ha preso parte alla rivoluzione siriana fin dai primi giorni, mettendo a disposizione le sue competenze di informatico specializzato nella libera circolazione dei saperi e dell’open source.

Ha collaborato con organizzazioni internazionali come Human Rights Watch e scritto articoli, un crimine gravissimo agli occhi del regime. 

Tra i più noti progetti a cui ha lavorato come informatico, oltre a promuovere in Siria il lavoro della Creative Commons Foundation, ci sono Wikipedia, Mozzilla e Global Voices. I suoi interessi spaziavano anche all’uso dell’informatica per valorizzare il patrimonio archeologico siriano e, con un software oper source da lui programmato, ha creato una rappresentazione in 3D dell’ area archeologica di Palmira dal realismo fotografico, divenuta particolarmente preziosa alla luce dei danni inferti da Daesh e visto il costante martellamento cui la cittadina è sottoposta.

Bassel è stato arrestato dal regime di Bashar Al-Asad il 15 marzo 2012, nel primo anniversario dell’inizio della rivoluzione siriana, pochi giorni prima della data prevista del suo matrimonio con Noura Ghazi, conosciuta durante le manifestazioni di piazza. Si sarebbero poi sposati dietro le sbarre della sua cella. 

Nei primi giorni di prigionia Bassel è stato torturato ed interrogato, poi è stato accusato di spionaggio per conto di uno Stato ostile e da allora fino a sabato scorso è rimasto imprigionato ad Adra, a nord-est di Damasco. 

Probabilmente il suo destino sarebbe stato ancora peggiore se la sua cattura non avesse provocato una forte reazione della società civile siriana e non avesse attirato una grande attenzione mediatica. 

Grazie agli sforzi della campagna #FreeBassel del suo caso si sono occupate numerose organizzazioni internazionali tra cui Amnesty International e persino l’allora Alta Rappresentante dell’ Unione Europea per la politica estera Caterine Ashton, che nel 2014 ne ha chiesto l’immediata scarcerazione

Il 21 aprile del 2015 il Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulla Carcerazione Arbitraria ha riconosciuto come illegittima la detenzione di Bassel Safadi, che viola gli articoli 9, 14 e 19 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, sottoscritta dalla Siria nel 1969. 

Con il trasferimento del 3 ottobre la vita di Bassel potrebbe essere di nuovo in pericolo, come denunciano gli attivisti della campagna #FreeBassel, che hanno lanciato una petizione urgente online per chiedere nuovamente al regime siriano l’immediato rilascio dell’ informatico. 

“Questo trasferimento potrebbe essere un segnale positivo o far temere il peggio” ha detto Noura Ghazi a Osservatorio Iraq, che l’ha raggiunta telefonicamente. “Ma io ho una terribile sensazione, vi prego fate il possibile, bussate ad ogni porta per far pressione sul regime siriano”. 

Noura sta per pubblicare "In attesa", un libro di poesie dedicate da diversi poeti siriani a Bassel e che potrebbe essere pubblicato presto anche in italiano. 

“Noi non vogliamo assolutamente lasciare la Siria, ma se saremo costretti a farlo quando Bassel uscirà, sicuramente sceglieremo l’Italia, un paese che somiglia alla Siria per il calore umano e le abitudini della sua gente. Oltretutto Bassel ha una nonna italiana”.

In questi tre anni e mezzo a Bassel sono stati anche assegnati premi e riconoscimenti per i suoi sforzi per portare la libertà in Siria, uno dei paesi più repressivi del mondo e classificata come “nemico di Internet” da Reporters Senza Frontiere, e per il contributo dato alla libera circolazione delle idee e delle informazioni. 

Nel 2012 l’illustre rivista Foreign Affairs lo ha inserito al 19° posto nella sua classifica annuale dei “Top thinkers” per la perseveranza mostrata nel sostenere la necessità di una natura nonviolenta della rivoluzione siriana, nonostante tutte le difficoltà. 

Ma il caso di Bassel non è isolato: erano decine di migliaia i prigionieri per reati d’opinione in Siria prima dello scoppio della rivoluzione, ed il loro numero è aumentato drammaticamente con l’inizio della crisi. 

Il regime siriano da sempre ricorre alla tortura e a trattamenti inumani e degradanti a danno dei suoi prigionieri, ma con l’inizio della rivoluzione questa pratica si è estesa a dismisura, come testimonia il “Rapporto Caesar”, con cui attraverso documenti trafugati da un disertore è stata documentata l’uccisione attraverso tortura o privazione del cibo di almeno 11mila detenuti nelle strutture carcerarie ufficiali e non ufficiali del regime di Damasco. 

Secondo le stime sono oltre 3mila i siro-palestinesi uccisi dalle forze governative nelle carceri o nelle aree assediate del paese.

 

05 Ottobre 2015
di: 
Fouad Roueiha
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