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Speciale Iraq/ “Benvenuti nella città della pace”

Al via oggi il Forum Sociale Iracheno per la Pace e la Coesistenza, in cui attivisti da tutto il paese si confronteranno sulla costruzione di un altro Iraq, ancora possibile. Anche noi di OssIraq siamo arrivati a Baghdad: la città della pace, che vuole sfidare la paura. 

 

 

 

“Benvenuti nella città della pace”. “Questa è l’ultima occasione per molti, troppi iracheni”. “Le autobombe qui sono all’ordine del giorno”.

I primi passi per Baghdad possono iniziare con una di queste frasi. Un saluto di accoglienza da parte di un cittadino e attivista, un confronto di opinioni sull’aereo da Erbil circa le attuali proteste di piazza nel centro e nel sud dell’Iraq, oppure le prime parole scambiate sul taxi dall’aeroporto all’albergo.

La diversità delle situazioni corrispondenti rivelano già quanto questa città abbia da offrire. L’assaggio che si ha dal finestrino dell’aereo consiste in un’immensa distesa confusa di luci. Quello che invece dà la preparazione al viaggio è una costante attenzione alla sicurezza personale. 

Mai muoversi da soli, chiedere sempre prima, mandare continui messaggi, non prendere iniziative. Baghdad è una delle città più insicure al mondo, con tantissimi e sofisticatissimi check-points, autobombe e attacchi terroristici piuttosto frequenti, polizia poco efficace e potere a bande criminali e milizie in crescita.

E la storia potrebbe chiudersi qui, considerando che il filone di questa narrativa è già abbastanza noto. 

Di violenza, guerra, morte e Baghdad se ne sa già abbastanza, quindi si aggiungerebbe poco al riguardo. Eppure, è proprio per questo che c’è un grande margine per parlare di altro. 

Dopo 6 ore di permanenza puoi già captare che l’immensa distesa di luci va oltre le considerazioni sulla sicurezza. E’ vero che c’è un checkpoint ogni 2 km circa, e che questo non abbia nulla a che vedere con quelli all’interno del Kurdistan iracheno, dove l’unico vero problema che ti presenta il soldato ha a che fare con il tuo essere arabo o curdo, cristiano, musulmano o ezida. 

L’atteggiamento fiero, serio, l’aspetto muscoloso, netto, professionale, armato fino ai denti, e i carri armati e filo spinato lucenti, nonché i blocchi di pietra che separano tutto il separabile, non lasciano spazio a varietà di interpretazioni. Qui non si scherza. 

“Posso morire da un giorno all’altro. Le autobombe qui sono all’ordine del giorno, ne ho viste alcune, ed è brutto, molto brutto”, ci confida il tassista, impassibile, mentre ci accompagna in hotel. 

Però lungo il tragitto, mentre ci racconta di come “la gente non ce la fa più, perché vuole avere un futuro e una vita normale, come voi in Europa”, notiamo che tra un checkpoint e l’altro si trova un parco giochi, una splendida moschea illuminata, un ristorante all’aperto pieno di clienti. Arrivati in centro, in zona Abu Nuass, si trova ancora qualche negozio aperto, anche se “la sera qui non gira mai nessuno”, e si vedono due donne fare acquisti negli ultimi negozi rimasti aperti. 

Cose che osserviamo con iracheni che tornano a Baghdad dopo tanto tempo, emozionati dall’aver preso l’aereo per la prima volta (è la prima volta, infatti, che non possono raggiungerla in macchina: troppo rischioso l’incontro tra Erbil e Baghdad con diverse e opposte milizie che controllano il territorio) e felici di rivedere una città che hanno vissuto per un certo periodo.

La vitalità culturale, il cibo, la diversità, la bellezza del Tigri e il calore della gente. Poi se ne incontrano altri, di iracheni, quelli che ci accompagneranno durante l’Iraqi Social Forum (ISF). Giovani, che mettono volontariamente a disposizione il loro tempo perché credono che valga la pena di pensare, riflettere e agire insieme per un Iraq diverso, a partire da Baghdad.

E incontrando loro si scopre che in realtà le cose non vanno poi così male.

“Nel 2013 la situazione era peggiore. Davvero non potevi fare un passo sentendoti libero, fuori di casa. E di checkpoint ce n’erano il doppio”, ci racconta Habib, uno dei volontari dell’ISF. “Quest’anno abbiamo già avuto il Peace Carnival con 14mila persone e per il Social Forum ci aspettiamo molta più gente rispetto a due anni fa”.

Sorride, molto, Habib. Scherza, racconta, spiega, ed ascoltarlo, da novizi assoluti in una delle città più antiche al mondo, è per lo meno istruttivo. Serve ad avere un’idea, può essere utile ad immaginare spazi, suoni e odori che probabilmente in questi 5 giorni continueranno ad essere astratti, anche se piazza Tahrir e al-Mutannabi street sono state inserite in agenda. 

La prima sarà una tappa necessaria per toccare con mano e approfondire cosa e come gli iracheni stanno chiedendo al governo, dimostrando il loro dissenso, da ormai oltre due mesi. La seconda è una delle strade più culturalmente attive della città, con biblioteche, librerie, negozietti e tanta, tanta gente che la vive. Giovani e meno giovani, non importa in questo periodo di proteste. 

O forse no, conta per capirle meglio.

Secondo Husam, attivista dell’organizzazione irachena Azidi Solidarity and Fraternity League (ASFL) e collaboratore di Un ponte per..., “questa è l’ultima occasione per molti, troppi iracheni”. 

“Abbiamo vissuto l’infanzia e l’adolescenza sotto dittature e autoritarismi. Ora siamo sfollati dalle nostre case e non vogliamo perdere altro tempo, né per noi né per le nostre future famiglie”, sottolinea, riferendosi anche alla fuga che diversi iracheni stanno effettuando verso l’Europa. “E non vogliono perdere tempo neanche le vecchie generazioni, quelle che si sono anche stabilizzate in Iraq a livello socio-economico: alcuni di loro oggi protestano insieme ai giovani perché sanno che di fronte alla corruzione e l’indifferenza della politica l’unica speranza che hanno è provare a convincere le persone a restare per lottare qui e contribuire a un sistema diverso”. 

Di giovani, proteste, giornalisti indipendenti, diritti umani, rispetto per le minoranze, sindacati, uso dei social network e tanto, tanto altro, tra cui la classica maratona per la pace (sì, perché Baghdad è “città della pace” secondo il suo antico epiteto) si parlerà a partire da oggi pomeriggio ad Abu Nuass, uno dei parchi più grandi della città, che ospiterà l’Iraqi Social Forum (ISF)

Se ne discuterà sempre con un occhio di riguardo su tutto, considerando che Baghdad non può dormire sonni tranquill, che i checkpoint non sono lì solo per far paura.

Perché Imad è qui con le stampelle, dopo che tre mesi fa in un attacco bomba ha perso amici e colleghi, e ne porta le ferite. C’è Suha, sfollata da Mosul, che vive a Sulaymania da sola, senza la famiglia, rimasta “in cattività” nella città di origine. C’è Hayder, che mentre beve un caffé ha il cellulare sempre acceso per coordinare gli attivisti e la loro sicurezza. 

Tutti qui sembrano avere un rapporto stretto con la paura. E’ evidente negli sguardi, nei sorrisi, nei racconti.

Tutti però - e non è retorica - mostrano la grande voglia di esprimersi di questa città, e la sfidano, la paura. Non solo da Baghdad: ci sono tanti giovani da Basra, da Najaf. Un altro Iraq esiste, e vuole farsi conoscere. 

 

*Nella foto, Firdawz square a Baghdad, dove un tempo sorgeva la statua di Saddam Hussein, abbattuta dall’esercito americano nel 2003.

 

01 Ottobre 2015
di: 
Stefano Nanni da Baghdad
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