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Torture e umiliazioni: la zona grigia delle prigioni afgane

Appesi per i polsi al soffitto, insultati e percossi brutalmente con cavi elettrici e bastoni di legno, unghie dei piedi strappate, genitali torsi fino a far perdere conoscenza, umiliazioni verbali di ogni tipo. Succede nelle prigioni afgane, in cui le pratiche di tortura non sono molto diverse da quelle del più famoso carcere di Abu Ghahib in Iraq. Solo, stavolta non abbiamo le foto.

 

 

di Anna Toro

 

Sebbene manchino le immagini, esistono però diversi rapporti ufficiali, come quello pubblicato dall'Onu alla fine del 2011: un racconto agghiacciante e dettagliato che mette sotto accusa sia il Direttorato nazionale di sicurezza (Nds) sia la polizia nazionale afghana.

O come l'inchiesta condotta il mese scorso da una commissione istituita dal presidente afgano Hamid Karzai presso la prigione di Bagram: qui, a finire sul banco degli imputati sono i soldati Usa, accusati anch'essi di usare la tortura e pratiche che violano la Costituzione del paese.

Chi ha ragione?

Probabilmente entrambi, e il rimpallo di responsabilità tra il governo afgano e le forze Nato presenti sul territorio non fa che ribadire un punto: le prigioni, specie quelle di un paese in guerra, si confermano come la zona grigia per eccellenza in cui le leggi vengono sospese, e la tortura continua ad essere usata sistematicamente come strumento per intimidire i prigionieri e ottenere informazioni.

Il rapporto dell'Onu intitolato "Treatment of Conflict - Related Detainees in Afghan Custody" rivela che in ben 47 penitenziari sparsi su 24 province afgane, i militari e i poliziotti avrebbero torturato “sistematicamente detenuti, anche bambini, violando sia la legge nazionale che quella internazionale”.

Nel mirino, anche la prigione provinciale di Herat, ristrutturata e modernizzata con finanziamenti italiani (91 mila euro), le cui celle sono piene di presunti talebani catturati dai soldati italiani.

I penitenziari di Herat (la capitale del distretto a guida italiana) sono sempre stati affidati a una sorta di supervisione delle nostre truppe: possibile che non si siano mai accorte di niente?

Certo si tratta di casi che coinvolgono un po' tutti i contingenti. Ad esempio Paul Champ, responsabile del settore diritti umani di Amnesty International Canada, ha  affermato che, stando al rapporto Onu, “è probabile che alcuni prigionieri che avrebbero subito torture siano stati consegnati agi afgani dalle truppe canadesi”.

Proprio per questo la Nato avrebbe infine sospeso il trasferimento dei detenuti, che ora verrebbero dirottati in altri centri non coinvolti nel rapporto.

Difficile, comunque, che le forze internazionali non sapessero, dato hanno sempre lavorato a stretto contatto con la loro controparte afgana.

Un giornalista di France Presse ha raccolto l'anno scorso 23 dichiarazioni di soldati afgani e statunitensi, semplici soldati o ufficiali stanziati in undici basi militari americano-afgane della provincia meridionale di Kandahar, i quali hanno infatti dimostrato di essere a conoscenza dell’uso diffuso, se non sistematico, della tortura sui loro detenuti da parte delle forze di sicurezza afgane.

Ma c'è chi parla anche di partecipazione attiva alle torture da parte delle truppe internazionali.

Un’inchiesta condotta da una commissione governativa istituita lo scorso 5 gennaio dallo stesso presidente Hamid Karzai, ha denunciato ad esempio una serie di abusi perpetrati dalle autorità statunitensi ai danni dei detenuti  della prigione di Bagram, a Nord della capitale Kabul.

Bagram è la principale struttura penitenziaria della regione, gestita congiuntamente da truppe statunitensi e afgane, e ospita circa 3000 detenuti, in gran parte talebani.

Gul Rahman Qazi, presidente della commissione, ha parlato di “percosse, umilianti ricerche nelle cavità corporali e lunghe esposizione al freddo estremo”.

Qazi ha citato anche arresti indiscriminati, condanne senza processo, tempistiche di detenzione indefinite, e ha precisato: “Sui corpi dei detenuti non abbiamo rinvenuto prove di torture, ma restano le denunce dei prigionieri”.

Proprio per questo Karzai ha rimandato di un mese al 9 marzo la scadenza fissata per trasferire al governo di Kabul la gestione della prigione militare gestita dagli americani, precisando che il ritardo è dovuto a “una mancanza di cooperazione da parte degli Stati Uniti”.

Oltre alle torture, tra i maggiori motivi della contesa ci sono l’impunità dei militari stranieri davanti alle leggi afgane, e soprattutto i raid notturni indiscriminati effettuati dalle truppe americane nelle case dei civili, insieme ai bombardamenti, come quello effettuato all'inizio di questo mese nella provincia di Kapisa, a nord di Kabul, nel quale hanno perso la vita 8 bambini.

L'ambiguità di Karzai, però, sta nel fatto che mentre promuove inchieste sugli abusi nelle prigioni e  fa rimuovere diversi responsabili militari dai posti di comando, contemporaneamente trasferisce, con un decreto del 17 dicembre 2011 e diventato operativo nel gennaio 2012, tutto il controllo del sistema penitenziario dal ministero della Giustizia a quello dell'Interno.

Il problema è che proprio alle dipendenze del ministero dell'Interno opera la polizia nazionale afgana, tristemente nota per episodi di torture e comportamenti illegali.

“La giustizia criminale in Afghanistan non migliorerà lasciando a briglia sciolta i poliziotti penitenziari – ha detto Brad Adams, direttore di Human Rights Watch in Asia – e il problema, molto serio, delle prigioni non si risolverà certo trasferendo i prigionieri sotto un altro ministero che ha una tradizione di abusi perfino peggiore”.

 

21 febbraio 2012

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