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Tunisia. Al Sajjin 52. Controllare e punire

“Otto poliziotti ci sono piombati in casa in assetto antisommossa per un’operazione antiterrorismo. Non avendo trovato prove, ci hanno obbligato a fare il test delle urine e arrestato per consumo di droga”. La storia di Slim è la quotidianità di ordinaria repressione giovanile.

Si farà fatica a crederlo in Italia, a causa della presenza di numerosi tunisini negli anelli visibili del traffico dell’hashish di molte città italiane. Ma in Tunisia si rischia la detenzione incondizionata per un banale spinello.

Per comprendere le contraddizioni del paese della cosiddetta “rivoluzione riuscita”, alcuni strumenti di repressione privilegiati restano ottime diapositive per leggere con realismo la situazione di quello che rappresenta per gran parte della sua popolazione attiva “una prigione a cielo aperto”.

Se alcune libertà collettive sono oggi conquiste consolidate della rivoluzione, il deep State si manifesta ancora attraverso l’applicazione di leggi moralizzatrici e draconiane risalenti all’epoca di Ben Ali o addirittura al periodo della colonizzazione e che incidono nella fruizione di diritti e libertà individuali.

Il consumo e la vendita degli stupefacenti è regolato in Tunisia da una legge estremamente severa - la Legge 52 del 1992 - approvata da Ben Ali per mostrare la mano dura contro uno scandalo di droga che coinvolgeva il fratello Moncef, ma ben presto divenuta uno dei mezzi di controllo sociale più radicati del regime e l’incubo della gioventù ribelle.

Con la Legge 52 infatti si passa alla tolleranza zero verso consumatori e venditori, contravvenendo ad una tradizione di tolleranza verso la cannabis che caratterizzava anche i paesi limitrofi. Il dispositivo impone tuttora pene di prigione da uno a cinque anni per possesso o consumo di qualsiasi tipo di droga compreso l’hashish, conosciuto in Tunisia come “zatla” e di un’ammenda da 1000 a 3000 Dinari (lo stipendio minimo garantito dalla legge corrisponde a 330 Dinari). 

“L’attuale legge sugli stupefacenti ha un impatto devastante sulla vita di migliaia di cittadini tunisini”, sostiene Amna Guellali, direttrice dell’ufficio tunisino di Human Rights Watch. “Questo genere di dispositivi non ha più senso di esistere in un paese consapevole dell’importanza dei diritti umani”.

La legge dà alla polizia il diritto di fermare qualsiasi persona sospettata di consumo e di sottoporla, con le buone o con le cattive, ad un test delle urine. La polizia talvolta si spinge fino ad entrare nei domicili privati senza mandato giudiziario in nome della legge 52. Se la sua applicazione viene oggi spesso banalizzata dai rappresentanti politici, il dispositivo è responsabile di un numero esorbitante di arresti, che colpiscono in particolare giovani dai 15 ai 25 anni.

Secondo i dati del Ministero della Giustizia, ammontano a 6.700 solo per l’anno 2016 i giovani arrestati e sbattuti in carcere con l’accusa di avere consumato cannabis, principalmente uomini. Ovvero circa un terzo dell’intera popolazione carceraria.

Nella maggior parte dei casi si tratta di persone arrestate casualmente e sottoposte in modo forzoso a test delle urine. Anche in caso di possesso di un solo spinello, il giudice non ha l’autorità di imporre altre soluzioni che non siano il carcere, senza attenuanti o condizionale. 

“In alcuni quartieri popolari, la polizia va quotidianamente alla ricerca di sospetti e sottopone con la forza il test delle urine a chiunque sia stato fermato per una rissa o per un evento simile”, confessa Moncef, giovane abitante di Bab Jdid, quartiere popolare di Tunisi. “Dopo la rivoluzione le stesse leggi liberticide strozzano la gioventù. La legge 52 è uno strumento di potere della polizia, che se non ama qualcuno per strada gli fa passare il test e lo ingabbia.”

Da tempo la legge 52 è oggetto di feroci critiche da parte di organizzazioni dei diritti umani e movimenti cittadini spontanei, come il gruppo Al Sajin 52 ("prigioniero della 52"), che la denunciano come mezzo di controllo sociale e che ne chiedono l’abrogazione o una riforma integrale.

Dopo le vacue promesse di riforma della legge da parte dell’attuale presidente Essebsi, la revisione è poi sparita dalle priorità del governo per riapparire a dicembre 2015 grazie alle mobilitazioni virtuali e reali che ne forzano la rimessa all’ordine del giorno.

Il 30 dicembre 2015 il governo approva e invia al Parlamento un progetto di revisione della legge sugli stupefacenti, la proposta 79/2015, che resterà “in cantina” fino al gennaio 2017. Con stupore della società civile impegnata nella battaglia per la riforma, il 12 gennaio il ministero della Giustizia deposita alla Commissione Generale del Parlamento una versione modificata del progetto di revisione che annulla molti dei miglioramenti potenziali contenuti nel progetto iniziale, riportando il dibattito alla casella di partenza.

In particolare, l’abolizione delle pene di prigione per le prime e seconde infrazioni in tutti i casi di possesso per uso personale. La versione del ministero reintrodurrebbe infatti la pena carceraria anche per le persone incensurate e aumenterebbe addirittura la pena pecuniaria fino a 5000 Dinari (circa 2.300 €). Altro elemento di preoccupazione è, per l’avvocato Ghazi Mrabet, la criminalizzazione del rifiuto di accettare le analisi delle urine, punita con un anno di carcere. 

Il dibattito in Commissione Parlamentare si contraddistingue soprattutto per i tentativi delle forze partitiche di escludere la società civile dalle consultazioni. Come già sperimentato per altre leggi di importanza cruciale per il nuovo ordinamento dello Stato, le organizzazioni della società civile vengono consultate fino ad una certa fase dell’iter legislativo, per essere poi estromesse nella fase cruciale e ritrovare nel frattempo in Commissione una versione non concertata del testo. 

“Si tratta di un cambiamento radicale nella filosofia del progetto di legge, compiuto in maniera unilaterale e senza consultazione, nell’opacità più assoluta. È inquietante e ci ricorda a che punto le manovre delatorie sono eredità della cultura del segreto, della manipolazione e dell’autoritarismo con cui dobbiamo rompere definitivamente”, sostiene Amara Guellali di HRW.

Solo dopo una forte pressione sociale e sui social, l’ufficio della Commissione della legislazione generale del Parlamento accetterà di consultare nuovamente la società civile, ma con risultati ancora tutti da definire rispetto al testo finale.

Il monitoraggio dei lavori parlamentari effettuato dalla brillante organizzazione Al Bawsala ("La Bussola") testimonia del forte conservatorismo bipartisan caratterizzante i dibattiti sulla legge. Se la maggior parte dei deputati considera l’incarcerazione come l’unico mezzo per lottare contro il consumo di zatla, alcuni arrivano a reclamare la pena di morte come pena massima per la vendita di stupefacenti.

Si nota un inquietante parallelismo con il dibattito sul ritorno dei jihadisti nel paese, che già aveva attirato recentemente numerose polemiche da parte delle organizzazioni dei diritti umani. Una delle poche prese di posizione coraggiose da segnalare sarà quella di Lotfi Zitoun, del partito islamista Ennadha, che si spingerà a rivendicare la “pura e semplice depenalizzazione del consumo di sostanze illecite”, invitando la politica a “concentrarsi su altri soggetti prioritari come l’educazione o il lavoro”.

L’abrogazione della legge 52 è considerata priorità da parte di organizzazioni della società civile e movimenti e rappresenta un’urgenza per il rispetto dei diritti umani. Con dei costi economici esorbitanti legati alla repressione (38 milioni di dinari all’anno secondo Nawaat), la legge 52 è responsabile di aver fatto esplodere il numero della popolazione carceraria senza dissuaderne il consumo e aumentando i profitti del mercato nero (la Tunisia non è un paese produttore ma importa dal Marocco e dall’Algeria) e della corruzione legata alla vendita e come scappatoia alla sanzione penale.

Human Rights Watch e Avvocati Senza Frontiere hanno pubblicato recentemente dei rapporti che documentano di abusi polizieschi, arresti arbitrari, torture e violazioni dei diritti umani causate dall’applicazione della legge 52 e le pesanti conseguenze sul piano sociale risultanti dagli arresti di massa.

Come raccontano numerose testimonianze del “Collettivo delle famiglie dei detenuti 52”, i consumatori di cannabis non sono i soli condannati: le loro famiglie subiscono destini simili e ancora più perniciosi. Vittime collaterali del calvario, schiacciate dal peso della vergogna e della colpevolezza, le famiglie dei detenuti e delle detenute vivono come appestate. 

E questo spiega anche perché le manifestazioni pubbliche e visibili per la revisione del quadro legislativo si organizzano con difficoltà e con poco seguito. 

Laddove la gioventù tunisina tenta di ricostruire sogni e traiettorie dopo decenni di dittature, la legge 52 rovina le esistenze di molti, creando talvolta anche un effetto perverso: per evitare un test positivo, molti giovani si rivolgono a droghe come il Subutex, un sostituto all’eroina indecifrabile dalle analisi. Il cui consumo è riesploso nuovamente in corrispondenza al giro di vite che ha colpito duramente la vendita di cannabis in questo inizio 2017. 

Ancora una volta la repressione la fa da padrone su prevenzione e trattamento. E lo Stato dimostra l’ennesimo disinteresse e distacco totale dalle preoccupazioni delle fasce più fragili e giovani della popolazione.

 

*La vignetta è di Willis for Tunis che ringraziamo per la gentile concessione.

 

25 Gennaio 2017
di: 
Debora Del Pistoia
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