• ISSN: 2240-323X
  • Icona Facebook
  • Icona Twitter
  • Icona Youtube
  • Icona RSS Feed

Tu sei qui

Tunisia. A Gafsa, culla della rivoluzione, la ricchezza scompare e l’inquinamento resta

E’ nel bacino minerario di Gafsa, nel cuore del paese, che tutto è cominciato. I cittadini, stanchi di essere depredati della ricchezza dei loro fosfati, erano scesi in strada già nel 2008. E lì sono rimasti, nonostante la violenta repressione.

 
 
 
 
 
 
di Nolwenn Weiler per Basta! - traduzione a cura di Andrea Ranelletti
 
 
“La Tunisia mormorava ancora quando noi stavamo già gridando, urlando la nostra collera”. Per Alaa, giovane chimico, l'essere originario di Redeyef è una ragione di orgoglio. Per tornare a casa, nel cuore del bacino minerario di Gafsa, bisogna viaggiare per oltre 5 ore da Tunisi.
 
E’ qui che cinque anni fa è germogliata la rivoluzione tunisina che ha poi rovesciato Ben Alì.
 
“Era il mese di gennaio del 2008 - ricorda Alaa - La compagnia dei Fosfati di Gafsa (CFG), unica industria della regione e principale fonte d’impiego, rese pubblici i risultati truccati di un concorso di reclutamento. Non era la prima volta. Ma noi abbiamo deciso che sarebbe stata l’ultima!”
 
 
Un movimento sociale precursore
  
“Dignità, lavoro, libertà”: gli slogan intonati a Gafsa diventeranno tre anni più tardi quelli della sollevazione di tutta la Tunisia. Tre anni durante i quali la repressione del regime di Ben Alì ha messo il bacino minerario sotto una cappa di piombo.
 
Centinaia di poliziotti e militari sono stati dispiegati sul posto, con il compito di soffocare la contestazione.
 
Gli abitanti, che hanno animato sit-in e manifestazioni, sono stati messi sotto assedio. Molti sono finiti in carcere e sono stati picchiati. In quattro sono morti sotto i colpi d’arma da fuoco della polizia.
 
Appoggiata con forza dai comitati di sostegno che stavano nascendo nel resto del paese, oltre che in Francia, la contestazione è proseguita. Giovani blogger fanno le loro prime esperienze, forzando le barriere poste dalla censura.
 
La rivolta si diffonde oltre le frontiere: “Le condizioni di vita sono talmente difficili che le persone non hanno esitato ad investirsi fino in fondo” analizza Zakia Dhifaoui.
 
Poetessa e scrittrice, Zakia è una delle 38 persone condannate alla prigione dopo un processo contrassegnato dalle irregolarità.
 
Ma nei suoi ricordi la rivolta è come una grande festa, “dura, ma bella”, nel corso della quale i tunisini hanno scelto di non rimanere più in silenzio: “Hanno fatto il primo passo e non si sono più fermati”.
 
A cinque anni di distanza, cosa resta di questo movimento sociale 'precursore' e delle sue rivendicazioni, in una Tunisia in piena transizione?
 
  
Una regione ricca ma disastrata
 
Creata alla fine del 19° secolo, poco dopo la scoperta dei giacimenti di fosfati da parte di un geologo francese, la “Compagnia dei Fosfati di Gafsa ha conosciuto enormi trasformazioni”, racconta l’economista Abdeljelil Bedoui.
 
Impresa di Stato a partire dall’indipendenza, ha al tempo stesso assicurato la piena occupazione locale e procurato alla popolazione servizi e infrastrutture quali la distribuzione dell’acqua, dell’elettricità, commercio e borse di studio.
 
“La compagnia garantisce servizi, sicurezza d’impiego, compensando in parte la durezza e la pericolosità del lavoro”, commenta Abdeljelil Bedoui.
 
Nel corso degli anni Ottanta, le miniere situate più in profondità sono state chiuse, a favore di quelle a cielo aperto.
 
Sono arrivate la meccanizzazione e una nuova gestione del personale, sostenuta dalla Banca mondiale: i pensionamenti non sono più stati rimpiazzati e sono diminuiti i posti di lavoro.
 
“Si è passati dai 14000 operai degli anni Ottanta agli appena 5000 di oggi” spiega l’economista. La produttività cresce, ma il tasso di disoccupazione esplode.
 
Nel bacino di Gafsa, il 24% della popolazione attiva è senza lavoro (contro il 17%  del livello nazionale). Questo tasso cresce fino al 50% tra i giovani laureati. L’offerta di servizi scompare poco a poco.
 
“Da noi, non c’è nulla” riassume Rifqa Issaoui, presidente della nuova Associazione delle donne minatrici (AFM). “Non abbiamo né strade né servizi pubblici”. Nessun ufficio della Compagnia Nazionale delle Telecomunicazioni all’orizzonte, né un’amministrazione, né un tribunale di primo grado.
 
E bisogna viaggiare per 200 km prima di trovare il primo ospedale. “Noi viviamo nella miseria, nonostante la nostra regione sia una fonte di ricchezza per l’intero paese. E’ ingiusto”. I fosfati rappresentano il 13% delle esportazioni tunisine. In breve, una regione ricca di risorse, ma socialmente disastrata.
  
 
L’inquinamento minerario in eredità
 
“La sola cosa che ci resta delle miniere, sono le malattie” protesta Khadra. Madre di 3 bambini, deve sbrigarsela con 200 dinari mensili (100 euro) che guadagna suo marito, netturbino pagato a giornata.
 
“La regione è molto inquinata – conferma Alaa – La polvere che vola per le strade è piena delle polveri rilasciate dai fosfati, così come l’acqua. C’è una forte diffusione del cancro”.
 
Per depurare la materia prima dai componenti radioattivi come cadmio o uranio, il minerale viene passato all’interno di enormi centrifughe. Gli scarti che ne escono, sotto forma di fango, sono altamente inquinanti. Non c’è alcun modo di trattarli.
 
“Questi problemi sanitari aumentano la collera della gente di Gafsa” spiega Bedoui.
 
Con un guadagno entto di 500 milioni di euro nel 2010 (e 650 milioni nel 2008), la CFG rappresenta il 3% del PIL tunisino. Il 90% dei fosfati estratti dal sito (8 milioni di tonnellate annue) sono trasformate nel paese, soprattutto in concimi. Il 10% dei fosfati grezzi restanti sono esportati in Turchia e in Europa.
 
“Dal 2007 il prezzo dei fosfati, a livello internazionale, non ha smesso di aumentare” precisa Abdeljelil Bedoui. “Stessa cosa per quello dei concimi derivati dai fosfati. Alla CFG non mancano certo i soldi! E’ in questo contesto di provocante coesistenza tra l’opulenza degli uni e la miseria crescente degli altri che si è sviluppato il movimento di contestazione sociale del 2008”.
 
 
Nuovo regime, vecchi problemi
 
Ma oggi, sostiene Zakia Dhifaoui come anche altri, nulla è cambiato in Tunisia sotto il punto di vista dei diritti economici e sociali.
 
“Ci siamo sbarazzati di Ben Ali, ma non del suo sistema”, riassume.
 
A Gafsa, i cittadini continuano a percorrere sentieri in terra battuta. La mancanza di trasparenza sulle assunzioni al CFG resta una costante. Di conseguenza proseguono i sit-in e le manifestazioni. 
 
Con quali prospettive? “La CFG potrebbe cominciare ad assumere, invece che ricorrere agli straordinari”, sottolinea Abdeljelil Bedoui.
 
“Nel 2008 l’impresa ha speso 4 milioni di euro per remunerare orari e mansioni eccezionali. Questo corrisponde all’assunzione di 1800 salariati a 400 dinari al mese!”.
 
Anche la riabilitazione di una regione estremamente inquinata da un secolo di sfruttamento dei fosfati, potrebbe generare molto lavoro.
 
“Si potrebbe dragare il fondale delle rive, dove si sono accumulati fanghi carichi di cadmio e uranio, mettere a punto sistemi di riciclaggio delle acque usate e inquinate. La costruzione e il funzionamento di tutte le infrastrutture indispensabili, che mancano in tutta la regione, sono un altro metodo per creare impieghi”.
 
 
“La regione potrebbe essere prospera”
 
Senza contare che numerose prospezioni hanno evidenziato la presenza di altre ricchezze minerarie come il marmo, l’argilla per la costruzione di mattoni, il gesso utile per le costruzioni o la sabbia siliciosa che serve alla produzione di parti elettroniche.
 
“Tutto è possibile a Gafsa. La regione potrebbe essere prospera e gli abitanti al riparo dalla miseria”, assicura Bedoui. Ma in Tunisia, non sembra essere il momento per le spese pubbliche. “La scelta liberale dell’attuale governo implica un disimpegno statale. Non esiste una vera politica industriale in Tunisia”.
 
Miraggio lontano, come quello di disfarsi del sistema clientelare che ha prevalso negli anni di Ben Ali.
 
I cittadini di Gafsa intanto - militanti, sindacalisti, giovani disoccupati e madri casalinghe - sono decisi a continuare la lotta. Finchè la loro sete di giustizia e dignità non sarà soddisfatta.
 
“Ci batteremo a non finire, costi quello che costi”, dicono le donne della regione.
 
Intervenendo in un incontro del Forum Sociale, Khadra alza la testa e lancia uno sguardo vivo e determinato, esclamando con voce forte e chiara: “Questo governo è arrivato dopo un “Degage” e se ne andrà con lo stesso slogan!”. Gafsa la ribelle non ha ancora detto la sua ultima parola.
 
 
Per la versione originale, clicca qui
 
Foto di Louis Ferdinand Antoni [Public domain], via Wikimedia Commons

 

 
15 aprile 2013
Area Geografica: