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Turchia: la marcia per la libertà dei curdi in arrivo a Strasburgo

Tredici anni di isolamento forzato, mille soldati di guardia e mezz’ora d'aria al giorno. Questa è l’attuale condizione di Abdullah Ocalan, un terrorista per alcuni, un leader per la sua gente che non si arrende per ottenere un riconoscimento, quello di essere uguali ma diversi nello stesso paese, la Turchia. Continua la lunga marcia dei curdi in Europa per chiedere giustizia e libertà.

 

 

 

di Luca Bellusci

 

Quello che si sta perpetuando in Turchia nei confronti dei curdi è un vero e proprio ‘genocidio politico’, con una media di 29 persone che ogni giorno finiscono in carcere.

Nelle ultime 48 ore, 237 tra esponenti politici e attivisti curdi sono stati arrestati in un'operazione di polizia che ha coivolto 28 città.

Secondo le fonti dell’agenzia Firat, il numero di persone poste in stato di fermo tra il 1° e il 14 febbraio, per motivazioni politiche, è salito a 445.

Se si considerano le 887 persone prese in custodia solo nel mese di gennaio, questa cifra sale drammaticamente a 1.332.

Parlando dalla tenda del BDP a Van, la città colpita dal devastante terremoto di qualche mese fa, il presidente del partito filo-curdo Demirtas ha dichiarato che: “L'AKP (il partito al governo) ha colpito la gente di Van più duramente di quanto l'avesse fatto il terremoto. Hanno approfittato del sisma per annientare la città. Un terzo della popolazione di Van è emigrata in altre città".

"Il denaro investito nell'acquisto di un singolo aereo da guerra, potrebbe bastare per fornire a ogni famiglia un container. Ma noncurante della situazione, il governo non ha nemmeno fornito le tende. Preferiscono bombardare e massacrare i bambini innocenti di Roboski, invece di aiutare gli sfollati del terremoto. E' una politica mirata e l'AKP deve pagare il prezzo di questa discriminazione".

 

Italia – Turchia: 'gli affari sono affari'

 

Anche l’Italia, uno dei principali alleati della Turchia, ha le sue responsabilità. L'Inviato speciale del ministro degli Esteri per il Medio Oriente e il Mediterraneo, Maurizio Massari, ha ricordato recentemente in un incontro bilaterale ad Ankara che l'Italia è “sponsor” dell'ingresso della Turchia nell'Ue.

Uno sponsor che però prevarica le questioni sociali, i diritti civili e politici delle popolazioni e che consente ai propri “amici” comportamenti non in linea con i trattati ratificati.

Come nel caso libico, la nostra diplomazia diventa improvvisamente cieca quando si tratta di fare affari: lo scorso 4 febbraio il quotidiano turco ‘Hurriyet’ pubblicava un'intervista all’ambasciatore italiano in Turchia, mentre con orgoglio annunciava la proposta di iniziare un programma per la creazione di un aereo da combattimento di fabbricazione turca.

 

Riforme della giustizia insufficenti secondo HRW

 

Nelle settimane scorse avevamo affrontato la riforma della giustizia annunciata dal governo Erdogan. Il 13 febbraio Human Rights Watch ha diramato un comunicato ufficiale con il quale giudica insufficienti i provvedimenti previsti dalla riforma, per due ragioni fondamentali: non ci sono correttivi per la libertà di parola e di stampa e non esiste una chiara regolamentazione per quanto riguarda le detenzioni in attesa di giudizio.

Aspetti che invece dovrebbero essere centrali per il governo turco, dopo le numerose richieste da parte delle istituzioni europee di rivedere e modificare alcune leggi troppo spesso soggette a generiche interpretazioni da parte della magistratura turca.

 

La lunga marcia per la libertà

 

Era il 15 febbraio del 1999 quando il leader del movimento separatista curdo Abdullah “Apo” Ocalan veniva catturato in Kenya dai servizi segreti turchi grazie all’aiuto di quelli israeliani e americani.

Terminava così la lunga fuga del fondatore del Partito dei lavoratori del Kurdistan, meglio noto come Pkk, che dopo aver trascorso la propria latitanza in diversi paesi, tra cui Grecia e Italia, fu rimpatriato in Turchia per essere sottoposto a giudizio e – secondo le leggi anti-terrorismo dell’epoca – condannato a morte.

A salvare Ocalan dal patibolo fu molto probabilmente l’aspirazione turca a entrare de facto nell’Unione Europea, che in quegli anni stava definendo le proprie fondamenta del futuro sistema politico ed economico.

Nel 2002 la Turchia abolì la pena di morte e commutò la sentenza di Ocalan con l’ergastolo.

Un ergastolo che a distanza di tredici anni sembra una prolungata condanna a morte fatta di silenzi e isolamento che è impossibile poter descrivere, neanche con le parole dei suoi avvocati.

Sono infatti sei mesi che nessuno ha avuto la possibilità di raggiungere il detenuto numero zero del carcere di Imrali e del collegio difensivo del leader curdo rimangono solo due rappresentanti, ormai rassegnati a dover subire continue minacce da non bene identificate persone che vogliono bloccare qualsiasi tentativo di avvicinamento a Ocalan.

Lo scorso 31 gennaio un folto gruppo di attivisti e gente comune ha iniziato la “Marcia per la libertà” che da Ginevra arriverà il 18 febbraio alla sede della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo, per chiedere a gran voce un intervento deciso da parte delle istituzioni europee nel tentativo di spezzare quel muro di gomma che circonda la questione curda e l’isolamento di Ocalan.

Una lunga marcia contraddistinta dalla ferma volontà di informare il maggior numero di persone sulla grave situazione per il popolo curdo in Turchia, soggetto a persecuzioni, arresti arbitrari, discriminazioni sociali ed economiche ma anche a torture e operazioni militari, l’ultima della quale ha provocato la morte di circa quaranta persone nel villaggio di Roboski, tutti civili e per la maggior parte sotto i vent’anni.

La lunga marcia dei curdi per la libertà terminerà fra tre giorni.

La loro speranza è di non finire nel dimenticatoio delle politiche trans-nazionali e di ricevere un maggiore supporto dalla società civile europea che ha le capacità e le potenzialità per rendersi protagonista di grandi azioni, soprattutto quando si tratta di diritti mancati.  
 

 

16 febbraio 2012

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