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Turchia: riforma della giustizia in vista?

Nei giorni scorsi il presidente dell’Assemblea parlamentare turca Cemil Ciçek ha ricevuto una lettera di propositi per la riforma costituzionale da un gruppo di bambini, in rappresentanza della Commissione per i diritti dell’infanzia. Nella missiva si formula una richiesta per un maggiore coinvolgimento dei più piccoli nel processo di riforme, con il sostegno dell’UNICEF. 

 

di Luca Bellusci

 

La lettera non è stata inviata a caso. Il 18 gennaio scorso il ministro della Giustizia turco Sadullah Ergin ha annunciato un nuovo pacchetto di riforme costituzionali che andranno a colmare alcune lacune del sistema giudiziario turco, evidenziate peraltro dall’Unione Europea.

Nel dettaglio, il ministro ha confermato che sarà rivisto il codice penale, e più precisamente la parte che prevede il fermo giudiziario.

In Turchia, infatti, un soggetto a cui viene imputato un reato può attendere in media cinque anni prima che il processo abbia luogo; questa attesa di solito viene trascorsa in carcere senza reali motivazioni.

Gli emendamenti che saranno presentati andranno perciò a limitare questo “vizio giuridico”, imponendo ai tribunali di presentare precise accuse nel caso di fermi in attesa di giudizio.

Come evidenziato dall’ultimo rapporto della Corte europea per i diritti dell’uomo (CEDU), la Turchia è il primo paese dell’area europea per quanto riguarda i casi pendenti di giudizio: nel 2011, secondo stime CEDU, in Turchia sono circa 16mila i processi non ancora celebrati e che costringono in detenzione un gran numero di persone (circa 57 mila; l’Italia è al terzo posto, ndr).

Il referendum popolare del 12 settembre 2010 ha sicuramente portato importanti cambiamenti, come l’obbligo per i militari ad essere giudicati da tribunali civili per i reati commessi o l’introduzione di maggiori garanzie per quanto riguarda le pari opportunità nelle istituzioni.

Rimane aperto il capitolo sull’articolo 69, che prevede la chiusura arbitraria dei partiti politici, presentata dal partito di governo dell’AKP dopo l’esperienza del 2007, dove il partito di Erdogan rischiò addirittura la chiusura in nome della laicità dello Stato turco.

Il pacchetto di riforma presentato il mese scorso, perciò, dovrebbe modificare diversi aspetti del codice penale, del codice di procedura criminale, della legge anti-terrorismo e alcune norme sulla finanza.

In tutto sono circa cento gli emendamenti che dovranno essere discussi nell’Assemblea parlamentare turca.

La Commissione europea, tramite il proprio responsabile per l’allargamento, Stefan Füle, ha espresso un parere positivo circa l’annuncio di nuove riforme all’apparato costituzionale turco.

Anche nel rapporto stilato da Bruxelles - “Enlargement Strategy and Main Challenges 2011 – 2012” - si afferma come la Turchia abbia migliorato diversi aspetti del proprio sistema giudiziario, sebbene esistano ancora diversi capitoli da dover affrontare nel breve periodo per raggiungere gli standard richiesti dalla Commissione.

Nel rapporto si fa cenno al mancato rispetto della libertà d’espressione, che ha portato all’arresto di diverse personalità della società civile turca, ma anche di molti giornalisti. E poi al processo Ergenekon, che ha evidenziato numerose ombre sul sistema giudiziario turco, così come il fenomeno della corruzione negli apparati pubblici, la questione del finanziamento dei partiti politici, di cui manca una chiara regolamentazione (nel 2010 scoppiò una polemica sul presunto finanziamento da parte del governo iraniano alla campagna elettorale dell’AKP per l’anno successivo).

La questione curda rimane però il vero tallone d’Achille di questo paese a due velocità, che non ha un valido interlocutore (Unione Europea in primis) che sappia dare il giusto indirizzamento, forse anche per una sorta di convenienza strategica.

 

4 febbraio 2012

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