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Corrompere per difendere: costante nel mondo, specialità in Medio Oriente?

“La corruzione nel settore della difesa è una violazione grave della legge, sia da parte di chi la esercita che da parte di chi la subisce.” Transparency International risponde a Berlusconi.

 

 

 

di Stefano Nanni

 

Lo scandalo che ha portato all’arresto dell’amministratore delegato di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, reo di aver pagato 51 milioni di euro in tangenti per ottenere un contratto da circa 573 milioni dal governo indiano, è solo l'ultimo in ordine di tempo. 

 
Impossibile quindi non chiedersi perché i sistemi istituzionali predisposti alla difesa dell’integrità territoriale e dei cittadini siano così vulnerabili. Per la risposta basta una parola: corruzione. Non solo politica, ma anche finanziaria e internazionale.

Secondo Transparency International è una questione che coinvolge 82 paesi, ovvero coloro che contribuiscono al 94% delle spese militari mondiali, per un equivalente di 1,6 trilioni di dollari, di cui almeno 20 miliardi si perdono in tangenti ogni anno. In pratica la stessa somma che il G8 ha stanziato nel 2009 per la lotta globale contro la fame.

 

Corruzione e difesa

E’ il risultato dell’ultimo studio sulla corruzione pubblicato dall’organizzazione non governativa internazionale più accreditata in materia di trasparenza.

Si chiama Government Defence Anti-Corruption Index, e misura il grado di prevenzione e repressione della corruzione attualmente in vigore nei settori di difesa degli 82 paesi presi in esame.

Nell’ambito di un lavoro di ricerca durato due anni, Transparency giunge alla conclusione che la “corruzione nel settore della difesa non significa soltanto mazzette e procedure segrete per ottenere armi sofisticate. Si tratta di un discorso legale più ampio, che va dal controllo parlamentare e della società civile fino alla cultura militare”.

Il rapporto, redatto a partire da un questionario sottoposto a ciascun governo, si basa su 77 domande suddivise in cinque aree ‘sensibili’.

Per quanto riguarda la politica, la corruzione si misura attraverso l'esistenza e il funzionamento di meccanismi di rendicontazione parlamentare (soltanto in 12 paesi su 82 risultano effettivi); nell’area finanziaria si guarda invece alla trasparenza delle spese militari, in particolar modo a quelle segrete che si verificano in tutti i settori della difesa esaminati (nel 75% dei casi non viene mai pubblicato il budget per la sicurezza).

Poi conta il modo in cui ufficiali e soldati vengono retribuiti e le informazioni disponibili sulle modalità di reclutamento delle agenzie di sicurezza (in 76 paesi i servizi segreti agiscono da “fuori legge” e l’élite militare è caratterizzata da logiche claniche), così come nell’ambito delle operazioni militari si valuta l’esistenza di una preparazione specifica sull'anti-corruzione e lo spazio dedicato al tema nella dottrina militare vigente (che equivale a zero nella stragrande maggioranza dei casi). Infine si prende in esame il cosiddetto procurement, ovvero tutto ciò che succede nella lunga e complessa trafila dell’acquisto e della vendita di armamenti da parte di uno Stato. 

Ad ogni domanda è stato associato un punteggio, da 0 (bassa trasparenza) a 4 (alta), e in base ai risultati ottenuti gli 82 paesi sono stati classificati in 6 fasce, dalla A (rischio di corruzione poco elevato) alla F (rischio critico).

E guardando la classifica si scopre come la corruzione all’interno del settore della difesa non sia soltanto una questione da “terzo mondo”, ma riguardi il 70% dei paesi. 

Mark Pyman, responsabile del programma Sicurezza e Difesa della sezione britannica di Transparency International, sottolinea come a questo fenomeno si leghino alti livelli di impunità, che a loro volta conducono ad una sfiducia dilagante nelle istituzioni da parte dei cittadini.

 

...e in Medio Oriente

In tutti i 19 Stati esaminati, che negli ultimi 5 anni hanno rappresentato un livello complessivo di spese militari pari a 100 miliardi annui, si registrano alti rischi di corruzione nel settore della difesa, seppur con importanti differenze tra loro.

Pyman individua i seguenti problemi: eccessiva segretezza, mancanza di supervisione e rendicontazione, scarso accesso alle informazione per la società civile.

In Algeria, Egitto, Libia, Siria e Yemen la corruzione è “critica”. E ad eccezione del primo, dove almeno sulla carta esistono delle istituzioni e dei meccanismi di controllo, quali il National Body for the Prevention of Corruption e l’Inspectorate General for Finance (sebbene il rapporto li consideri “non efficienti”), negli altri quattro si osserva un ambiente oscuro e in pratica totalmente nelle mani dell’élite governativa e militare.

Mettendo da parte la Siria, per la quale è stata registrata bassa trasparenza in tutte le aree di analisi, in Egitto, Yemen e Libia il rovesciamento dei rispettivi regimi non sembra aver apportato dei cambiamenti significativi.

In tutti e tre i casi esercito, ministero della Difesa e tutte le forze di sicurezza (polizia e servizi segreti) “fanno parte di un sistema in cui i parlamenti e i cittadini ignorano totalmente procedure di reclutamento, né possono influire in alcun modo sul budget a loro dedicato”.

In pratica algerini, egiziani, libici, siriani e yemeniti conoscono ben poco di quello che viene fatto per predisporre delle strutture adeguate alla difesa del territorio e della loro incolumità fisica. E sanno ancora meno riguardo le imprese produttrici di armi o di quelle coinvolte insieme al governo nel processo di trasferimento di armamenti nel loro paese.

Tuttavia, anche Israele, Kuwait, Libano, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Palestina, paesi in cui il rischio di corruzione nell’ambito della difesa è il più basso in Medio Oriente, sono decisamente lontani dalla media mondiale.

Prendendo infatti lo Stato che in Occidente viene spesso rappresentato come l’unica forma di governo democratica nella regione, cioè Israele, si osservano fondamentali differenze tra ciò che prevede la legge e la realtà: sebbene il budget per le spese militari, così come le informazioni sulle aziende coinvolte, vengano resi noti al Parlamento e ci siano appositi provvedimenti legislativi per punire i casi di tangenti e corruzione, a livello politico sembra mancare volontà e determinazione.

Ad esempio, “nonostante l’esistenza di un organo parlamentare di supervisione (unico caso in Medio Oriente, ndr), è un fatto noto che il ministero della Difesa sia riluttante nel permettere al comitato di svolgere le sue ordinarie funzioni”.

Inoltre emerge poca trasparenza nel dichiarare i numeri degli effettivi nell’esercito e, sempre a livello politico, Transparency International ha riscontrato un atteggiamento negativo dei governi nei confronti delle critiche pubbliche, che dimostrano "una certa intolleranza nei confronti delle Ong che si sono mostrate critiche riguardo decisioni prese in materia di sicurezza”.

In Libano, ad esempio, sussiste un’incongruenza tra ambito legislativo e pratico. Se per quanto riguarda i numeri degli effettivi delle forze di sicurezza e le modalità di retribuzione sembra esserci un’adeguata documentazione e dunque trasparenza, i problemi riguardano quello che succede di fronte a casi di corruzione che coinvolgono ufficiali e soldati, dato che aldilà della presenza di misure legislative specifiche, “spesso le inchieste rimangono segrete e si concludono con l'impunità dei colpevoli”. Mentre relativamente alla nomina di alti ufficiali, il rapporto segnala forti rischi di corruzione date “le evidenti influenze dei partiti”.

Nei restanti paesi, sia all’interno di questa fascia che in quella ad "alto rischio”, dove si trovano Bahrein, Iraq, Iran, Marocco, Oman, Qatar, Tunisia, Arabia Saudita, ma anche Turchia e Afghanistan, la corruzione sembra trovare un ambiente particolarmente favorevole alla sua diffusione all’interno delle strutture della difesa. Un ambiente caratterizzato da reti clientelari che legano politica e affari e dove esistono forti ostacoli per l’emergere di un dibattito pubblico all’interno della società, ma soprattutto dove è molto difficile anche denunciare funzionari, soldati, ufficiali.

In nessuno Stato del Medio Oriente “esiste un sistema di controllo credibile al quale potersi rivolgere in caso di corruzione”.

Un ambiente del genere, sentenzia il rapporto, può soltanto esacerbare le tensioni esistenti tra cittadini e istituzioni, in particolar modo in questo periodo di diffusa instabilità. Per questo Transparency International rivolge un appello a tutti i governi a rendere più aperto e trasparente il settore, invitandoli ad allocare maggiori risorse per combattere la corruzione nel lungo periodo.

Mentre nel breve una misura che potrebbe restringere in qualche modo la distanza tra istituzioni e cittadini consisterebbe nel rendere accessibili le informazioni riguardo al budget e al processo di acquisto e vendita di armi.

Un appello, quello di Trasparency International, rivolto a tutti i paesi, perché il problema della corruzione non è una questione di "moralismo assurdo" che ha a che fare solo con "i paesi del terzo mondo" o con le "democrazie imperfette" come affermato recentemente da Silvio Berlusconi .

Transparency International, in un comunicato di risposta alle sue dichiarazioni, ricorda senza troppi giri di parole che “la corruzione nel settore della difesa, così come in qualsiasi ambito, è una violazione grave della legge, sia da parte di chi la esercita che da parte di chi la subisce”.

Perché non bisogna dimenticare che riguardo il Medio Oriente, fatto salvo Israele che è l’unico Stato esportatore di una certa rilevanza, la maggior parte dei paesi importa armi e dunque entra in contatto, subendone le influenze, con compagnie e Stati occidentali che evidentemente praticano ed accettano questa corruzione.

 

27/02/2013