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Droni. Se i "piloti" cominciano a parlare...

Seduto a migliaia di chilometri di distanza studia la vita quotidiana del suo bersaglio, così come dei suoi affetti e persino dei suoi ospiti. Fino a che non arriva l'ordine di annientarlo.

 

 

 

 

di Anna Toro

 

E' allora che il pilota di droni, dalla sua base nel Nevada, comincia il count-down: "Tre...due...uno... Fuoco!". A premere il bottone è però il suo assistente, detto anche co-pilota, e insieme guardano dal monitor il missile che cade sul target selezionato.

Sono 16 secondi in tutto:  questo il lasso di tempo per deviare la traiettoria del missile nel caso compaia qualcuno nei dintorni all'ultimo momento (come ad esempio un bambino).

Di solito, infatti, una delle condizioni è che al momento del fuoco non vi siano "persone innocenti" intorno. In questo modo, si punta solo al "nemico", e le vittime sotto i cieli dell'Afghanistan, dello Yemen, della Somalia, del Pakistan (per citare solo alcuni dei luoghi dove i droni sono più presenti) dovrebbero essere 'ridotte al minimo'.

Senza contare il rischio zero per i "piloti", che si trovano al sicuro nel loro abitacolo a migliaia di chilometri da quelle terre tormentate.

E' così che i funzionari del governo degli Stati Uniti giustificano il programma, che sotto l'amministrazione Obama ha conosciuto un vero e proprio boom: "I droni – dicono – colpiscono il bersaglio, ovvero i terroristi, i nemici di alto livello dell'America, che per noi sono minacce imminenti, mentre l'uccisione di civili innocenti è del tutto evitata o minimizzata".

Se le drammatiche testimonianze degli abitanti dei villaggi colpiti dai raid dimostrano che le cose non stanno proprio così, le dinamiche dell'impiego dei droni decise dai piani alti dell'amministrazione americana restano comunque top secret.

Non solo permane il rifiuto di mandare delle equipe di studio nei luoghi dei bombardamenti, ma, con la scusa che il programma è nelle mani della Cia, non esistono stime ufficiali delle vittime civili o rapporti che facciano chiarezza su questo "tiro al bersaglio" spesso mal riusciti, e che finora non hanno fatto che aumentare il sentimento anti-Usa all'estero.

Quello che gli 007 non hanno previsto, però, è che sono sempre di più i piloti che cominciano a parlare, svelando particolari inediti - e spesso agghiaccianti - riguardo al loro lavoro, da molti (compresi gli stessi soldati) paragonato a un mortale "videogame".

"A volte mi sentivo come Dio, che scaglia i fulmini da lontano" scrive il colonnello Matt J. Martin nel suo libro 'Predator', descrivendo il suo lavoro di pilota di droni.

Bill 'Sweet' Tart, pilota tra i più esperti in campo militare, afferma che in realtà non si tratta di un lavoro così semplice: "E' un compito mentale immenso – spiega – in quanto bisogna costruire un quadro a tre dimensioni del proprio aereo, farlo operare verso un obiettivo, interagendo con altri velivoli, e contemporaneamente utilizzando una fotocamera e una chat di testo, tenendo d'occhio i quadranti e gli indicatori,con uno sguardo sia dall'alto sia laterale".

In realtà, i raid sono solo la fase finale del lavoro. Prima c'è tutta una lunga parte di "spionaggio" e controllo degli obiettivi: in pratica si assiste alla vita quotidiana del presunto terrorista con cui, alla fine, il pilota di droni arriva a sviluppare un'intimità inquietante, quasi un legame emotivo.

"Questo individuo – continua Tart – indipendentemente dal numero di figli che ha, non importa quanto sia vicina la moglie e non importa quello che fanno queste persone, insomma, se l'individuo ha sparato agli americani o alle forze della coalizione, o ha piazzato uno IED [Improvised Explosive Device, ndr], entrano in gioco le regole di ingaggio e le leggi dei conflitti armati, e io sono incaricato di colpire quell'individuo".

L'unico accenno di remora è in questa frase: "La gravità sta nel fatto che, mentre sto per colpirlo, so che coinvolgerò la sua famiglia".

Ma si riprende subito: "La responsabilità – dice – è comunque di questo individuo, è lui che ha portato questo su di sé. Si è trasformato da civile a combattente nel momento in cui ha preso le armi".

 

Se arriva il crollo emotivo

Ma anche tra questi "soldati a distanza" c'è anche chi, alla fine, non regge allo stress e al senso di colpa.

Anche perché, la differenza tra questi e quelli sul campo è che, mentre questi ultimi una volta sganciate le bombe si allontanano in tutta fretta, i primi vedono il prima, il durante e il dopo della missione, compreso il momento in cui il bersaglio viene fatto a pezzi, compresi i superstiti e gli "errori collaterali" che si contorcono nel dolore.

Dai loro schermi, assistono perfino ai funerali e alle veglie funebri, alla ricerca di qualche "terrorista di spicco" venuto a salutare il proprio compagno caduto, in una sorta di macabro "Grande Fratello" in cui servono nervi saldissimi e un'enorme convinzione di essere nel giusto, per non crollare.

Come Brandon Bryant, che per cinque anni ha pilotato droni dal suo buio abitacolo oblungo senza finestre, anche lui nella grande base di controllo del Nevada.

Quando quest'uomo premeva un pulsante in New Mexico, qualcuno moriva dall'altra parte del mondo.

Nel suo lavoro era uno dei migliori, ma nel tempo i dubbi hanno cominciato a divorarlo, fino a che non è giunto quel giorno. 

Quel famoso giorno, come racconta allo Spiegel, in cui il suo drone stava sorvolando il cielo aghano, alla ricerca di una casa dal tetto di fango, con un capannone colmo di capre.

Quando riceve “dall'alto” l'ordine di sparare, Bryant preme il pulsante con la mano sinistra segnando così il tetto con il laser. Il co-pilota, seduto accanto a lui, preme il grilletto su una sorta di joystick, e dal drone parte un distruttivo missile Hellfire.

Di nuovo, ci sono 16 secondi prima dell'impatto, che Bryant descrive come “momenti al rallentatore” in cui “si controlla il monitor fino al più piccolo pixel”.

Così, 7 secondi prima del lancio, nel video non aveva scorto nulla sul terreno fino a che, 3 secondi prima dell'impatto, ha visto una piccola figura camminare nel retro dell'edificio.

"Il secondo zero è stato il momento in cui il mondo digitale di Bryant si è scontrato con quello reale in un villaggio tra Baghlan e Mazar-e-Sharif", scrive lo Spiegel, riportando il dialogo tra Bryant (che alla vista dell'edificio distrutto sente un improvviso malessere allo stomaco) e il co-pilota.

"Abbiamo solo ucciso un bambino?" chiede l'uomo seduto accanto a lui.

"Sì, credo che fosse un ragazzino", risponde Bryant.

Poi qualcuno finalmente risponde, qualcuno seduto in un centro di comando militare in qualche parte del mondo, che ha osservato il loro attacco. "No. Era un cane"

Pilota e co-pilota continuano a esaminare la scena nel video. "Un cane su due gambe?".

Quest'episodio riporta alla mente di Bryant la prima volta che ha sparato un missile, uccidendo all'istante due uomini.

Un terzo era in agonia: privo di una gamba, il suo sangue scorreva copioso sul terreno.

Il pilota racconta di aver pianto mentre tornava a casa e di aver chiamato sua madre: "Per quasi una settimana – dice – mi sono sentito staccato dall'umanità".

Ma è dopo l'episodio del bambino che le cose per lui non sono state più le stesse. Tenendosi quel rimorso dentro, per un periodo non ha più dormito, e le ore del sonno le dedicava ad allenarsi ai pesi.

Ha iniziato a rispondere male ai suoi superiori, e durante le giornate di calma, in cui doveva solo osservare il bersaglio, nel suo diario annotava frasi come questa: "Sul campo di battaglia non ci sono parti contrapposte, solo un bagno di sangue. Guerra totale. Ogni orrore viene guardato. Vorrei che i miei occhi marcissero...".

Fino al crollo totale. Oggi Bryant ha lasciato il lavoro, non ha più una casa, e viene ospitato a turno dagli amici e dalla famiglia.

I medici dell'Amministrazione Veterani gli hanno diagnosticato un "disturbo da stress post-traumatico". Proprio come i soldati che rientrano dal campo di battaglia reale.

 

Un'esigenza di verità 

Un caso tutt'altro che unico, a giudicare dai risultati di uno studio recente (tra i primi nel suo genere) condotto proprio dal Dipartimento della Difesa.

"I piloti di droni possono guardare lo stesso pezzo di terra per giorni, – spiega  Jean Lin Otto, epidemiologa e co-autrice dello studio – e testimoniare la carneficina, mentre i piloti di aerei con equipaggio non lo fanno, in quanto vanno via il più prima possibile".

I disturbi e i problemi più diagnosticati sono sempre gli stessi: ansia, depressione, disturbo da stress post-traumatico, abuso di alcol, droghe e medicinali, tendenze suicide. Ma gli studi sono ancora agli inizi.

Intanto, tra i deputati americani che chiedono maggior trasparenza sul programma droni, inizia a farsi strada l'idea che proprio i piloti dovrebbero essere portati di fronte al Congresso per testimoniare.

I gruppi per i diritti umani si scagliano contro il programma soprattutto a causa dell'alto numero di vittime civili in attacchi che si definiscono "chirurgici e precisi", e sulla cui legalità e aderenza al diritto internazionale per loro vi sarebbero moltissimi dubbi.

"Non è vero che i droni hanno causato un numero enorme di vittime civili – continua a insistere il presidente Obama – si tratta invece di uno sforzo preciso, calcolato, contro coloro che sono nella lista dei terroristi effettivi, e che vogliono danneggiare gli Stati Uniti".

Pressato dal Congresso e dall'opinione pubblica estera (meno, in realtà, da quella americana), lo scorso giovedì alla National Defence University, il presidente Obama ha annunciato che tornerà sull'argomento, anche se non si prevedono grosse novità.

"Discuterà la politica e il quadro giuridico nel quale agiamo contro le minacce terroristiche – annuncia un portavoce della Casa Bianca – tra cui, appunto, l'uso di droni".

 

 

Photo by US Air force by Wikimedia Commons

 

 

 

21 maggio 2013
 

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