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Frontex. Un esercito che combatte contro un nemico immaginario

Un gruppo di organizzazioni per i diritti umani lancia la campagna ‘FrontExit’, per denunciare la mancanza di chiarezza e responsabilità nell’operato dell’agenzia Ue per il controllo delle frontiere esterne. Un’iniziativa nata per difendere i diritti umani, contro il “braccio armato” delle politiche di sicurezza dietro cui la ‘fortezza Europa’ si è trincerata. 

 

di Cecilia Dalla Negra

Il video lancio della campagna parla da solo: soldati armati fino ai denti, impegnati in quella che sembra un’operazione militare di fondamentale importanza in una guerra contro qualche nemico da cui difendersi. “Fate attenzione” sembra dire il capitano ai suoi uomini, perché l’avversario è in agguato e potrebbe attaccare in qualunque momento. 

Ma quello che inquadrano i binocoli dei soldati non è che un gruppo di persone appena sbarcate su una costa europea. 

Rifugiati, profughi, richiedenti asilo. Esseri umani in fuga da conflitti, carestie e pericoli, o semplicemente in cerca di un futuro migliore da costruire attraverso il progetto migratorio. 

L’Europa, insomma, “è in guerra contro un nemico immaginario”: questo lo slogan scelto da Migreurop e altre associazioni internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani per la campagna FrontExit, lanciata a Bruxelles il 20 marzo scorso, nata per denunciare la mancanza di chiarezza e le violazioni che ruotano intorno all’operato di Frontex, la discussa agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne dell’Unione. 

Ma, soprattutto, per chiedere con forza che i diritti dei migranti siano rispettati e garantiti. 

Un fatto non scontato vista la natura dell’agenzia - dotata di personalità giuridica e abilitata a firmare accordi con terzi - e il mandato sperimentale che le è stato conferito, rendendola di fatto ‘autonoma’ dagli altri attori dell’area, tenuti ai margini delle informazioni sulla sua condotta e sulle politiche di decision-making su cui imposta le operazioni di controllo. 

Frontex, negli anni, ha assunto una forza e un potere inediti nel panorama delle organizzazioni europee, in grado di renderla “sproporzionata, poco chiara e pericolosa” secondo le organizzazioni firmatarie della campagna. 

Per rapportarsi a questa “invasione immaginaria” l’Ue negli anni ha investito milioni di euro, creando un’istituzione “quasi militare, coinvolta nell’intercettazione dei migranti alle frontiere e nel loro rimpatrio forzato”. 

“Un’agenzia che ben rappresenta l’approccio sempre più securitario degli Stati membri, e che solleva numerose preoccupazioni sulle violazioni dei diritti umani”. 

Cosa accade davvero ai confini d’Europa? E, soprattutto, chi ne è responsabile? 

 

Libera circolazione: sì al capitale, no alle persone

 

Favorire la libera circolazione delle persone è stato uno dei principali obiettivi delle politiche di integrazione europee sin dagli anni Cinquanta”, si legge sul sito di Frontex. “Il libero movimento di beni, persone, servizi e capitali è stato identificato come elemento fondante della Comunità nell’ambito del Trattato di Roma del 1957”. 

Peccato che, sino ad oggi, capitali e prodotti si siano mossi liberamente tra frontiere rimaste tali solo per gli esseri umani. 

È negli anni Ottanta che cinque Stati membri – Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi – decidono di creare un territorio privo di confini interni. Con la firma dell’omonimo trattato nasce la cosiddetta ‘area Schengen’, nella quale è garantita la libertà di circolazione. Il trattato diventa convenzione nel 1990, ed entra ufficialmente in vigore cinque anni dopo. 

Le dogane vengono abolite, così come i confini nazionali, sostituiti da un’unica frontiera comune.

A prescindere dalla loro posizione geografica, gli ufficiali incaricati del suo controllo dovranno operare con identiche procedure, incluse le politiche sui visti e sulla concessione del diritto di asilo. 

Per “mantenere un equilibrio tra libertà e sicurezza”, come spiega Frontex, gli Stati parte decidono di introdurre ‘misure compensatorie’ per coordinare il lavoro di polizia e autorità giudiziaria. Con l’obiettivo dichiarato di migliorarlo e renderlo sempre più efficace, un decreto del Consiglio europeo nel 2004 istituisce la European Agency for the Menagement of Operational cooperation and external borders of the member states of the European Union (Frontex), con base a Varsavia, che avvia le sue operazione l’anno successivo. 

A lei il compito di ‘proteggere’ i 42mila chilometri di costa comuni, i 9mila di frontiere terrestri e i 300 aeroporti internazionali, attraverso un budget annuale approvato dal Parlamento Europeo. 

Che negli anni aumenta a dismisura: dai 19 miliardi di euro previsti per il 2006 si arriva ai 118 del 2011. Cui si aggiungono, nello stesso anno, 32 milioni per ‘far fronte alle emergenze’ in Libia e Tunisia, da gestire con un totale di “21 aerei, 27 elicotteri, 116 imbarcazioni, sistemi radar e droni”. 

“Le lobby industriali che beneficiano dello sviluppo degli equipaggiamenti utilizzati per il controllo dei flussi migratori finiscono per avere una forte influenza sull’orientamento delle politiche di sicurezza europee”, denunciano dalla campagna.  

In seguito alle numerose polemiche che montano intorno all’agenzia, nel 2011 il suo mandato viene revisionato su decisione del Parlamento Europeo.

Il nuovo regolamento di Frontex entra in vigore nel dicembre 2011, con la specifica raccomandazione di rispettare gli obblighi internazionali riguardo i diritti umani. Ma poiché la responsabilità finale dell’operato alle frontiere resta dei singoli Stati, dal momento che il compito ufficiale dell’agenzia è di “facilitare e coordinare” la gestione della sicurezza, l’analisi di Migreurop è senza appello: l’approccio ai diritti umani “resta largamente criticabile e limitato”. 

Per il budget di Frontex non c’è proposta di taglio che passi: al contrario, negli anni si sono moltiplicate le richieste di rafforzarne i mezzi, da parte di Stati membri come la Francia e l’Italia.

Perché gran parte delle politiche di respingimento coordinate dall’agenzia avvengono in mare. E ci riguardano da vicino. 

 

Il coinvolgimento italiano

 

È il giugno del 2009 quando la guardia costiera italiana, coadiuvata da mezzi aerei tedeschi, respinge 75 migranti provenienti dalla Libia nell’ambito dell’operazione Frontex Nautilus IV, a largo di Lampedusa. 

Rimandati indietro, rispondendo alle “necessità di sicurezza”, verso un paese che non ha mai fornito garanzie sul rispetto dei diritti umani nelle carceri o nei centri di detenzione temporanea. In quel caso l’agenzia declinò ogni responsabilità per i rischi che queste persone avrebbero corso.

È invece il 2011, in piena ‘primavera’ araba, quando diventa operativa la missione Hermés per sorvegliare lo spazio marittimo tra Italia e Tunisia, attraverso cui vengono respinte circa 28mila persone in fuga.

Nell’ottobre del 2012 è la volta di 14 migranti morti in seguito ad un naufragio a largo delle coste marocchine: su Frontex, che aveva avvistato le imbarcazioni alla deriva, fu avanzata l’ipotesi di negligenza per non aver lanciato l’allarme. 

Episodi che negli anni si sono moltiplicati, facendo crescere le polemiche e portando gli organizzatori della campagna a sollevare con forza alcune questioni, indirizzate alle istituzioni europee: chi è responsabile nel caso in cui i diritti dei migranti vengano violati?

La mancanza di chiarezza intorno a questo punto, e l’operato ‘autonomo’ dell’agenzia, “contraddicono quei principi basilari e fondanti che si è data l’Unione”. E non solo. 

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo garantisce il diritto alla migrazione (art.13). Ma nei fatti “solo i cittadini del ‘mondo del nord’ e i ricchi del sud possono spostarsi liberamente ed esercitare questo diritto”, denunciano.

Perché se il movimento sull’asse nord-sud ha portato con sé ingerenze politiche e finanziarie, liberalizzazioni forzate e approcci neo-coloniali, quello sud-nord è stato e resta accompagnato da violazioni, restrizioni e respingimenti. 

 

Un circolo vizioso 

 

L’idea alla base della politica di ‘esternalizzazione delle frontiere’ che negli anni l’Europa ha rafforzato, è quella di non aspettare di gestirne l’arrivo ma evitare che i migranti partano dai propri paesi di origine. 

Accordi bilaterali ed esercitazioni congiunte fra forze di polizia sono stati gli strumenti utilizzati dai paesi dell’Ue – tra cui l’Italia con la Libia di Gheddafi - che non si sono preoccupati di siglare patti con regimi dittatoriali in passato. 

Intanto, i paesi delle ‘primavere’ sono cambiati. Ma non le politiche migratorie europee. 

‘Fermarli prima che arrivino’ è stato il motto della ‘fortezza Europa’, che ha gradualmente e indirettamente ampliato i suoi confini, creando zone di extra-territorialità, spostando le frontiere in un movimento che aumenta le sfere di influenza e riduce lo spazio dei diritti. 

Politiche che sono portate avanti in nome della paura, celate dietro la facciata della crisi economico-finanziaria.

E se in questi anni la parola d’ordine della diplomazia europea è stata ‘sviluppo’, da garantire proprio per evitare di rendere necessaria la migrazione, parallelamente si è finto di ignorare che quelle stesse disparità denunciate nel Mediterraneo meridionale “sono principalmente dovute alle politiche neo-liberiste messe in atto dalle istituzioni del nord, come il FMI e la Banca mondiale; da programmi e aggiustamenti strutturali, deregolamentazioni dei mercati agricoli, liberalizzazioni forzate e politiche del debito che hanno impoverito i paesi del sud”, scrivono i firmatari di FrontExit. 

Mentre l’Unione difendeva le sue frontiere, creando nuovi confini validi solo per alcuni e istituzionalizzando l’emergenza, nel 2011 circa 2mila persone sono morte o sparite in mare, molte altre centinaia sono state respinte, trattenute in centri detentivi senza assistenza legale, in condizioni disumane e degradanti. 

Solo tra il maggio e il settembre del 2009 oltre 2mila migranti africani sono stati intercettati in quel Mediterraneo un tempo ‘mare nostrum’, che ha smesso di unire i paesi che separa. 

L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per le violazioni che ha commesso, e l’Europa ha continuato a portare avanti politiche ambigue, che rappresentano il fallimento di quel partenariato euro-mediterraneo sempre sbilanciato in favore del più forte, in cui si finisce per delegare a un ‘braccio armato’ il lavoro sporco di contravvenire a quegli stessi principi fondanti che, tempo fa, l’Europa scelse di darsi. 

05 Aprile 2013
di: 
Cecilia Dalla Negra