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Italia/Tunisia. Politiche anti-immigrazione, sulla pelle dei tunisini

L'odissea dei migranti che cercano di raggiungere le coste italiane. Il caso tunisino e gli accordi di cooperazione con l'Italia per il contrasto all'immigrazione clandestina via mare.

 

 

di Andrea Camboni

 

Ventotto anni, disoccupato, è l'identikit del ragazzo tunisino che il 23 aprile scorso si è suicidato a Sidi Abid, nel governatorato di Jendouba, cospargendosi di benzina e appiccando il fuoco.

Per due volte aveva tentato di raggiungere clandestinamente l'Italia, per due volte era stato respinto dalle autorità italiane.

Nella Tunisia che sconta tassi di disoccupazione del 18-20%, con picchi del 25% per le donne e del 35% per i diplomati e i laureati, l'alternativa alle fiamme non rappresenta comunque una soluzione percorribile per tutte quelle persone che attraversano il Mediterraneo nel tentativo di ricostruire le proprie speranze di vita in modo dignitoso.

Colpa delle leggi italiane, che nel migliore dei casi costringono lo ‘straniero’ a una vita di clandestinità e la cui identificazione spesso apre le porte delle carceri o dei Cie seguendo percorsi decisamente illogici e degradanti.

Dei 23.436 detenuti stranieri in Italia, 11.203 arrivano dall'Africa e principalmente da Marocco (4.463), Tunisia (2.927), Nigeria (1.010) e Algeria (616). Tuttavia nel 44% dei casi non si tratta di  detenuti definitivi che scontano una pena loro comminata, ma di persone in attesa di giudizio o di una sentenza definitiva.

Da una detenzione senza condanna a una pena senza reato, il viaggio degli uomini e delle donne provenienti dal Nord Africa prosegue nel buco nero dell'accoglienza italiana.

In molti casi, infatti, dalle strutture carcerarie, gli stranieri sono trasferiti nei Centri di identificazione ed espulsione con la pretestuosa giustificazione di dover identificare una persona già identificata in quanto passata dal circuito carcerario.

Ad esempio, al Cie di via Corelli a Milano, il 75% degli stranieri presenti – denunciano gli avvocati aderenti alle Camere penali - arrivano da un'esperienza carceraria e sono dunque già stati scrupolosamente identificati.

Una nuova detenzione immotivata, prorogabile dopo i primi 180 giorni di trattenimento per periodi di 60 giorni fino a ulteriori 12 mesi, nell'attesa che il paese di origine possa dare il via libera all'ottenimento del lasciapassare necessario per l'esecuzione del rimpatrio.

“La detenzione viene definita amministrativa, perché non costituisce l'esito di una sanzione conseguente alla commissione di un reato. Essa, pertanto - si legge nel documento programmatico sui Centri di identificazione ed espulsione elaborato dal ministero dell'Interno nell'aprile del 2013 - non è disposta al termine di un processo e non richiede una sentenza del giudice ma pertiene alla giurisdizione amministrativa. In Italia essa è disposta dal questore”. 

Un passaggio che mette involontariamente in evidenza la pretestuosità di una detenzione alla quale non corrisponde alcun reato.

Nella normativa italiana, infatti, la legge Bossi-Fini sul cosiddetto reato di immigrazione clandestina è andata a sovrapporsi a una norma che già comporta l'espulsione degli stranieri entrati in modo irregolare in Italia. Alla sanzione pecuniaria prevista dalla legge sull'immigrazione clandestina, in quanto difficilmente saldata dai soggetti cui è diretta, subentra infatti, nella maggior parte dei casi, il decreto di espulsione.

Naturalmente, la durata del periodo detentivo o di trattenimento dipende soprattutto dal livello di cooperazione instaurato tra l'Italia e i paesi di provenienza.

Il 5 aprile del 2011 il governo italiano ha siglato con la Tunisia un Processo Verbale di collaborazione migratoria tra i due paesi, finalizzato all'elaborazione di procedure semplificate di rimpatrio per i tunisini sbarcati dopo il 5 aprile (ovvero dopo l'entrata in vigore del decreto che concede il permesso di soggiorno temporaneo).

In virtù di questo accordo, il rimpatrio viene eseguito senza la necessità di inviare le schede dattiloscopiche alle autorità consolari tunisine impegnatesi ad accettare il ritorno diretto dei propri cittadini che, al giugno 2012, sono stati rimpatriati in 4.583 (60 tunisini a settimana con due distinti voli charter da 30 ciascuno).

Nell'accordo, firmato a Tunisi dall'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni, le forze di polizia tunisine si impegnano ad attivare e rafforzare i controlli sulle coste - e dunque sulle partenze - anche grazie all'aiuto tecnico dell'Italia, che ha previsto la donazione di sei motovedette, quattro pattugliatori e un centinaio di fuoristrada dal valore complessivo di 30 milioni euro. 

Il 23 aprile scorso, l’allora ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri è volata a Tunisi per partecipare alla cerimonia di consegna alle autorità locali di 62 fuoristrada e due pattugliatori il cui equipaggio, composto da 16 unità ciascuna, sarà addestrato dalla polizia di Stato del Cnes (Centro nautico e sommozzatori) di La Spezia, mentre altre sette imbarcazioni sono in fase di costruzione nei cantieri italiani.

Oltre alla consegna dei mezzi impiegati in attuazione dell'Accordo di cooperazione tra Italia e Tunisia del 5 aprile 2011, Cancellieri ha partecipato ad una serie di colloqui con i ministri dell'Interno, Lotfi Ben Jeddou e degli Affari Esteri, Othman Jerandi e con il primo ministro tunisino, Ali Larayedh.

Al termine degli incontri, il ministro Cancellieri ha ribadito l'impegno italiano - anche nel quadro del sistema di rapporti del 5+5 tra i paesi del Nord dell'Africa e della sponda Sud del Mediterraneo – per una maggiore collaborazione in termini di intelligence e di addestramento dei funzionari e degli ufficiali tunisini impiegati nelle azioni di contrasto al fenomeno delle migrazioni irregolari.

Una collaborazione attivata a fronte dell'impennata delle richieste di asilo presentate all'Italia nel 2011.

Infatti, secondo Eurostat, nel 2011 i richiedenti asilo nel nostro paese sono stati 37.350, con un incremento del 300% rispetto al 2010 (12.120) e un aumento delle domande provenienti dalla Tunisia di 12 volte superiore nel 2011 (4805).

Ma l'Italia, alla fine, ha avuto la meglio sulla speranza e la disperazione di quanti rischiano il carcere e la vita pur di raggiungere le nostre coste, anche in virtù della cooperazione operativa con la Tunisia nel contrasto all’immigrazione clandestina, che fino al 31 dicembre 2011 ha previsto l’impiego di unità navali della Marina militare lungo le coste tunisine.

Diffuso il 18 aprile scorso, il report annuale di Frontex,  l'Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell'Ue, rileva lungo la rotta centro-mediterranea una diminuzione di arrivi di migranti tunisini, passati dai 28mila del 2011 ai 2.250 del 2012.

Ben Jeddou, ministro dell'Interno della Tunisia - paese dove un quarto della popolazione vive sotto la soglia di povertà - ha fatto sapere  che a seguito degli accordi con l'Italia sono state smantellate 404 reti di trafficanti di esseri umani impedendo la partenza a 17.416 cittadini.

Forse Brahim Slimani, 23 anni, che il 28 aprile davanti al municipio di Sidi Bouzid si è cosparso di benzina e si è dato fuoco, “stufo di disoccupazione e povertà” (come ripeteva ultimamente secondo alcuni parenti), era uno di loro.

Sono 300 mila i turisti italiani che ogni anno visitano la Tunisia. E migliaia i tunisini ai quali lo Stato italiano preclude qualsiasi possibilità, anche solo di avvicinarsi alle sue coste. 

 

(Foto Vito Manzari from Martina Franca (TA), Italy (Immigrati Lampedusa) [CC by 2.0 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons)

 

29 aprile 2013 

 

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