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Mediterraneo. Check point Italia: dietro la "fortezza" il buco nero dell'accoglienza

Le 'Primavere' e gli sconvolgimenti socio-politici nella sponda Sud hanno contribuito alla ripresa dei flussi migratori. Dignità è la parola che rimbalza da una riva all'altra del Canale di Sicilia. La ricetta italiana è ancora una volta la politica di sicurezza e la protezione dei propri interessi. La stessa che su scala continentale ha sancito il fallimento del Partenariato Euro-Mediterraneo.

 

 

di Cecilia Dalla Negra e Jacopo Granci*

 

Italia-Tunisia: le coste proibite 

 

"Sono giunti a Lampedusa il ministro dell'Interno Cancellieri e il ministro della Cooperazione e dell'Integrazione Riccardi, per un sopralluogo nell'isola meta degli sbarchi di immigrati (oltre 50 mila in sei mesi) provenienti dal Nord Africa. La prima tappa della visita sarà il Centro di accoglienza, chiuso dal settembre scorso dopo l'incendio appiccato da un gruppo di tunisini". (Ansa, 2 marzo 2012).

 

Il "gruppo di Tunisini" faceva parte delle circa 1300 persone detenute al tempo nella struttura - abilitata al massimo per 800 'ospiti' - e in attesa di espulsione.

Uomini e donne che, di fronte all'impossibilità di proseguire il viaggio, frustrati dalle condizioni di detenzione e allarmati dall'ennesimo "piano straordinario di rimpatri" siglato tra i governi italiano e tunisino il 12 settembre 2011, riattizzavano la scintilla della rivolta che solo pochi mesi prima, in patria, aveva permesso la caduta del dittatore Zine El-Abidine Ben Ali.

Il crollo del regime aveva aperto una falla nella politica di controllo esternalizzato delle frontiere, tratteggiata dall'Unione europea (UE) e scrupolosamente applicata dall'Italia nell'ultimo decennio: l'allora ministro dell'Interno Roberto Maroni parlò della "caduta del muro del Maghreb".

Dal 1998 al 2010 infatti sono numerose le intese concluse tra Roma e Tunisi in materia di sicurezza e immigrazione, spesso affiancate o mascherate da accordi di Cooperazione allo sviluppo.

A Ben Ali - che l’Europa ha sostenuto fino all’ultimo giorno - era affidato il compito di fare il “lavoro sporco” in cambio di soldi, assistenza tecnica, finanziamenti per i centri di detenzione in loco, mezzi per il pattugliamento delle coste e maggiori quote 'regolari' di ingresso annuale.

La presenza di uno “Stato di Polizia” a pochi chilometri dalle acque territoriali italiane rafforzava l'efficacia della "guerra a bassa intensità" - secondo la stessa terminologia del partenariato militare - per arrestare i flussi.

Ma i soldi della Cooperazione e gli aiuti allo sviluppo, inghiottiti dalle maglie di un sistema fondato su corruzione e clientelismo, non sono serviti a stabilizzare il paese. Al contrario, l'impoverimento della classe media e l'aumento della sperequazione economica, sommata ai metodi repressivi del governo, sono sfociati nel sollevamento popolare del gennaio 2011.

La rivoluzione tunisina è riuscita ad estromettere la famiglia al potere e parte del suo establishment politico. Allo stesso tempo ha comportato un allentamento della morsa sui confini, restituendo la prospettiva - o quantomeno la speranza - ai cittadini di rendersi artefici del proprio futuro.

I primi arrivi post-rivoluzione sulle coste italiane cominciano a fine gennaio. L’11 febbraio sono 1400, 5200 tre giorni dopo, 19 mila il 31 marzo e 23 mila il 5 aprile, secondo le cifre fornite dal Viminale. Per il governo, che parla di "possibile esodo biblico", è emergenza nazionale.

Viene riaperto il Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Lampedusa, e iniziano i trasferimenti verso la terraferma. Intanto la situazione si aggrava con l'insurrezione contro Gheddafi spalleggiata dai bombardamenti NATO.

Secondo l’Organizzazione internazionale delle Migrazioni (OIM), la crisi umanitaria prodotta dalla guerra libica spinge circa 650 mila persone fuori dal paese, di cui un terzo in territorio tunisino: nuovi candidati alla traversata, soprattutto nel caso dei lavoratori sub-sahariani stanziati nella Jamahirriya e dei profughi centroafricani in transito.

Assieme agli sbarchi giungono anche le notizie dei naufragi e delle tragedie consumate nel Canale di Sicilia, complice la legislazione nazionale che vieta ai non autorizzati (Marina militare e Guardia di finanza) di prestare soccorso alle imbarcazioni in difficoltà, pena l'accusa di “favoreggiamento all'immigrazione clandestina”.

Nel 2011, i morti e dispersi nel Mediterraneo saranno circa 1800. 

Il 5 aprile viene siglato il primo accordo tra l'Italia e le nuove autorità tunisine per la gestione dei flussi migratori, accompagnato dal piano per la cosiddetta "emergenza Nord Africa": l'intesa segna la ripresa dei respingimenti congiunti via mare e della collaborazione con i rappresentanti consolari in tema di identificazioni. Autorizza inoltre i rimpatri immediati, ma concede a chi è arrivato tra gennaio e il 5 aprile 2011 un permesso di protezione umanitaria. Per gli altri, giunti dopo quella data, non è prevista alcuna alternativa al CIE, alla riammissione in patria o all'attesa della risposta alla domanda d'asilo, qualora riescano ad evitare l'espulsione.

Da una detenzione senza condanna a una pena senza reato, il viaggio degli uomini e delle donne provenienti dal Nord Africa prosegue nel "buco nero" dell'accoglienza italiana.

Un corto circuito giuridico che spesso rinchiude nei CIE migranti già passati attraverso il sistema carcerario. È il caso della struttura di via Corelli a Milano, dove il 75% degli stranieri presenti – come denunciano gli avvocati aderenti alle Camere penali - arrivano da un'esperienza carceraria e sono dunque già stati identificati.

Dei 23.436 detenuti stranieri in Italia, 11.203 arrivano dall'Africa e principalmente da Marocco (4.463), Tunisia (2.927), Nigeria (1.010) e Algeria (616). 

Tuttavia, nel 44% dei casi non si tratta di detenuti che scontano una pena, ma di persone in attesa di giudizio o di una sentenza definitiva. Una nuova detenzione immotivata, prorogabile dopo i primi 180 giorni fino a 12 mesi, nell'attesa che il paese di origine possa dare il via libera all'ottenimento del lasciapassare necessario per il rimpatrio.

“La detenzione è definita ‘amministrativa’ perché non costituisce l'esito di una sanzione conseguente alla commissione di un reato. Essa, pertanto - si legge nel documento programmatico sui CIE elaborato dal ministero dell'Interno nell'aprile del 2013 - non è disposta al termine di un processo e non richiede una sentenza del giudice”. 

 

La normativa italiana

 

Nella normativa italiana, infatti, la Legge Bossi-Fini sul cosiddetto reato di "immigrazione clandestina" è andata a sovrapporsi ad una norma che già comporta l'espulsione degli stranieri entrati in modo “irregolare”.

Alla sanzione pecuniaria subentra nella maggior parte dei casi il foglio di via. Pertanto, il CIE non rappresenta il peggior mostro giuridico che la legislazione italiana poteva produrre, perché gli accordi di riammissione hanno consentito di perfezionare meccanismi di rimpatrio forzato capaci di aggirare le procedure legittimate dalle stesse autorità.

“I tunisini e gli egiziani che sbarcano in Sicilia meridionale bypassano il CIE di Milo, a Trapani”, spiega l'avvocato Fulvio Vassallo Paleologo, membro dell'Associazione per gli Studi giuridici sull'immigrazione.

“Non passano neppure dai centri di primo soccorso e accoglienza di Lampedusa o Pozzallo, ma vengono convogliati in luoghi di trattenimento informale, come lo stadio di Mazara del Vallo (Trapani), per rimpatri forzati, senza alcun rispetto delle regole”.

Come quelle prescritte dal Regolamento Frontiere Schengen, n.562 del 2006, che imporrebbero alla polizia frontaliera il rispetto di una serie di formalità e garanzie nei casi di respingimento; e dalla Direttiva sui Rimpatri 2008/115/CE, con cui si prevede il trattenimento amministrativo, ma solo all'interno dei CIE.

“Se il tunisino non transita dal CIE - prosegue Paleologo - l'avvocato non può incontrarlo né rilevare le violazioni dei diritti e lo straniero non può presentare richiesta di asilo o fare ricorso”, in palese violazione della Costituzione che, agli art. 13 e 24, stabilisce l’obbligo della convalida giurisdizionale del trattenimento amministrativo e il diritto ad un ricorso effettivo, così come ribadito dall’art. 13 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo.

Per i tunisini le procedure di prima identificazione avvengono essenzialmente in strutture alternative, come stadi e capannoni nelle province di Agrigento e Trapani, della cui individuazione si occupano le Prefetture.

La denuncia arriva dall'Alto Commissariato ONU per i Rifugiati (UNHCR), dall'OIM e da Save the Children, che dal 2006 sono partner del progetto Praesidium finanziato dal Ministero dell'interno.

Il 30 aprile scorso hanno lamentato l'impossibilità di incontrare e informare sui loro diritti i migranti che arrivano in Italia via mare. Sarebbero stati rimpatriati a centinaia dall’inizio del 2013, senza che alle organizzazioni fosse consentito svolgere le attività di tutela previste.

In poche ore, nel giro di una notte, viene deciso della loro vita. Se ne perdono le tracce, come accade per i loro compagni di viaggio dispersi nel Mediterraneo.

Secondo il rapporto “Livelli e tendenze dell’asilo nei Paesi industrializzati 2012” pubblicato dall’UNHCR, nello scorso anno in Italia gli arrivi dei richiedenti asilo (15.700) hanno subito una riduzione del 54% rispetto ai numeri del 2011 (37 mila). Un dato che ha contribuito ad abbassare la media delle richieste in tutta l’Europa meridionale, mentre aumentano le domande d’asilo presentate durante il 2012 nel resto dei paesi industrializzati.

Paesi, tuttavia, non così 'civili' da promuovere l’introduzione della procedura di ingresso protetto nella normativa UE, che consentirebbe di avanzare richieste di asilo presso le ambasciate degli Stati membri in paesi terzi, erodendo settori di mercato ai trafficanti di uomini (per la Commissione europea sono state oltre 23 mila le vittime della tratta in Europa nel biennio 2008-2010).

Ogni paese potrebbe rilasciare visti per motivi umanitari, ma l’assenza di linee guida annulla l’efficacia delle normative europee.

Non è servita neanche la condanna, nel febbraio 2012, che la Corte Europea di Strasburgo ha comminato all’Italia per i respingimenti verso la Libia: controllo delle frontiere e pattugliamenti continuano ad essere i soli paradigmi strategici del fenomeno migratorio.

Un trend che non concede spazi a scenari alternativi a quelli che ruotano intorno all’Agenzia Europea per la gestione congiunta delle frontiere esterne degli Stati membri: la contestata Frontex.

 

Il Partenariato Euro-Mediterraneo: storia di un fallimento

 

Con la nascita dell’area Schengen, le dogane ed  i controlli di confine all’interno dell’Unione sono stati aboliti, sostituiti da un’unica frontiera esterna.

Per "mantenere un equilibrio tra libertà e sicurezza", come spiega lo statuto costitutivo di Frontex, si introducono “misure compensatorie” per coordinare il lavoro di polizia e autorità giudiziaria degli ufficiali incaricati, che dovranno operare ovunque con identiche procedure, incluse le politiche sui visti e la concessione dei diritti di asilo.

L’agenzia nasce del 2004: a lei il compito di “proteggere” i 42 mila km di costa comuni, i 9 mila terrestri e 300 aeroporti internazionali, attraverso un budget annuale approvato dal Parlamento Europeo (PE). Che negli anni aumenta a dismisura: dai 19 miliardi di euro previsti per il 2006 si arriva ai 118 del 2011. Cui si aggiungono nello stesso anno 32 milioni per “far fronte alle emergenze” in Libia e Tunisia.

In seguito alle polemiche che montano intorno all’agenzia, nel dicembre del 2011 il suo mandato viene revisionato su decisione del PE, con la specifica raccomandazione di rispettare gli obblighi internazionali sui diritti umani.

Ma poiché la responsabilità finale dell’operato alle frontiere resta degli Stati, e il compito ufficiale dell’agenzia è di “facilitare” la gestione della sicurezza, l’analisi di alcune organizzazioni internazionali – tra cui Migreurop e Statewatch – è chiara: l’approccio ai diritti umani di Frontex resta “largamente criticabile e limitato”. 

Nel corso del 2011, in piena 'Primavera', diventa operativa la missione Hermés, per sorvegliare lo spazio marittimo tra Italia e Tunisia: 28 mila le persone in fuga che saranno respinte.

Solo una goccia nel mare, che ben rappresenta l’idea alla base della politica di ‘esternalizzazione delle frontiere’: “Fermarli prima che arrivino”. E' questo ormai il motto della “Fortezza Europa”, che ha gradualmente ampliato i suoi confini creando zone di extra-territorialità in cui aumentano le sfere di influenza e si riducono i diritti.  

Intanto i governi delle ‘Primavere’ sono cambiati, ma non le politiche migratorie europee, portate avanti spesso in nome della paura o con lo spettro della crisi economica.

E se in questi anni la parola d’ordine della diplomazia UE è stata ‘sviluppo’, parallelamente si è finto di ignorare che quelle disparità denunciate nel Mediterraneo meridionale fossero principalmente dovute alle politiche neo-liberiste messe in atto dalle istituzioni del Nord (come FMI e Banca mondiale).

Piani di aggiustamento strutturale, liberalizzazioni forzate e indebitamento che hanno impoverito i paesi del Sud creando le condizioni per le partenze.

Un quadro che mostra il fallimento di quel Partenariato Euro-Mediterraneo siglato dall’UE e da 12 paesi della sponda Sud (tra cui la Tunisia), che avrebbe dovuto rendere il Mediterraneo uno “spazio comune di pace, stabilità e prosperità, attraverso il rafforzamento del dialogo politico, della sicurezza, della cooperazione economica, sociale e culturale”, come si legge nell'atto costitutivo, risultato della Conferenza di Barcellona del 1995.

Oltre all’impegno per la garanzia delle libertà fondamentali, dei diritti umani e dell’uguaglianza, lo scopo del Partenariato era quello di creare un’area di scambio tanto commerciale quanto "umana".

Tuttavia, poco o nulla ha fatto negli anni per favorire le trasformazioni che le società civili, escluse dalle negoziazioni, chiedevano a gran voce. Un fallimento in gran parte attribuibile ai paesi rivieraschi (Spagna, Francia e Italia), troppo indaffarati a tutelare interessi commerciali a detrimento dei principi europei, che ha finito per "istituzionalizzare" privilegi già esistenti. 

Ad accendere la scintilla dei movimenti che hanno condotto alle rivolte della ‘Primavera’ sono state le fasce sociali vulnerabili che per prime hanno pagato il prezzo di questo fallimento.

Per soddisfare la fame di dignità e uguaglianza della sponda Sud sarà necessario mettere in discussione le politiche europee, scardinando il modello attualmente dominante.

Ripensare il paradigma delle relazioni tra l'UE e i suoi vicini, in uno spirito di condivisione del Mediterraneo un tempo Mare Nostrum, oggi simbolo di ingiustizia e disuguaglianza. 

 

*Si ringrazia Andrea Camboni per la collaborazione 

 

28 maggio 2013 

 

 

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