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Turchia/Europa: nel nome della reciproca utilità

La 'carta Pkk' non può da sola soddisfare le ambizioni di Erdogan, che adesso ha bisogno dell’Europa, mentre prosegue nella direzione di una sempre maggiore islamizzazione della società turca.

 

 

 

di Andrea Camboni

 
 
La 'pace' del presidente
 
L’avvio del processo di pace per una soluzione politica del conflitto con i ribelli armati del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) rappresentava per il premier Recep Tayyip Erdogan un'ipoteca sulle presidenziali in programma nel 2014. 
 
Tuttavia, sul fronte interno, l’iter dei lavori parlamentari sulla nuova Costituzione, che concederebbe al prossimo presidente turco poteri quasi illimitati, non sta procedendo secondo i piani del primo ministro.
 
Erdogan era convinto che la trattativa per il cessate il fuoco e il conseguente ritiro dei guerriglieri dal suolo turco avrebbe favorito la marginalizzazione delle opposizioni, creando le condizioni per una maggiore stabilità politica interna e una rapida approvazione della legge fondamentale.
 
E invece sia il partito repubblicano del Chp che i nazionalisti del Mhp - contrari al processo di pace -, sembrano pronti al muro contro muro pur di affossare una riforma che punta al presidenzialismo con il solo appoggio del Bdp, il Partito curdo per la democrazia e la pace, che in cambio – secondo  il Chp e il Mhp - avrebbe ottenuto il riconoscimento dei diritti della minoranza curda e della loro identità. 
 
Inoltre l'opposizione sostiene che le trattative avviate tra Ankara e il Pkk non fornirebbero nessuna reale garanzia sulla possibile riorganizzazione della guerriglia e quindi sulla fine degli attentati terroristici. 
 
Secondo un sondaggio condotto a fine aprile dalla società Metropoll, il 51% dei turchi si dice contrario alle modalità con cui il premier Erdogan sta portando avanti i negoziati mentre il 37,7%  del campione non è favorevole alla riforma che introdurrebbe l’insegnamento della lingua curda nei programmi scolastici.
 
Più numerosa, invece, la percentuale di coloro che non si fidano di Abdullah Ocalan (81%), e che temono la divisione della Turchia come conseguenza della possibile creazione di uno Stato indipendente curdo.
 
Anche per quanto riguarda la riforma costituzionale la maggioranza della popolazione turca sembra rigettare le alleanze che si sono costituite intorno alla sua approvazione.
 
Poco meno del 40% del panel non è d’accordo con la strategia del Akp di collaborare su questo tema con il partito curdo del Bdp e appena il 35% sostiene l’introduzione del sistema presidenziale al quale Erdogan aspira.
 
Il solo fatto di aver perso consenso elettorale non sarebbe una grana per il primo ministro turco, a meno che – come ha invece affermato il presidente della Corte costituzionale, Hasim Kilic –, la riforma costituzionale non dovesse passare per un referendum popolare anche nel caso la maggioranza parlamentare favorevole alla riforma risultasse superiore ai due terzi dell’assemblea unicamerale.
 
 
L'Europa 'necessaria'
 
Sfumata, almeno per il momento, la 'carta Pkk', per lasciare un segno indelebile nella storia della Turchia, Erdogan ha bisogno dell’Europa.
 
Tuttavia si tratta di un avvicinamento discontinuo, che si scontra con i i numerosi passi nella direzione di una sempre maggiore islamizzazione del paese.
 
Un’accusa che arriva ancora una volta dai banchi dell’opposizione kemalista al partito per la Giustizia e lo Sviluppo del primo ministro Erdogan.
 
A ripercorrere i provvedimenti presi negli ultimi mesi, sembra che la Stato turco abbia incentrato la sua "agenda occulta" per l'islamizzazione sulla Turkish Airlines, la compagnia di bandiera al 49% di proprietà dello Stato.
 
A partire dalla crociata anti-alcol o dalla proposta di nuove uniformi più 'islamiche', così come l’ultimo provvedimento ha imposto alle assistenti di volo un "codice etico" che vieta loro di truccarsi labbra e unghie. 
 
Uno scivolone che nel giro di una settimana è stato sconfessato pubblicamente dal direttore generale della compagnia di bandiera, che avrebbe dato la colpa a "qualche dirigente di basso livello" che avrebbe deciso di promulgare la nuova direttiva "senza consultare" i piani alti della Turkish Airlines.
 
Eppure, era stato proprio il vettore turco a diffondere una nota con la quale spiegava che il provvedimento era teso a garantire un aspetto "acqua e sapone", e considerando "che le uniformi di bordo non prevedono il rosso e il rosa scuro, l'uso di rossetti e smalti non sarebbe rispettosa dell'uniformità dell'aspetto".
 
 
Questioni aperte
 
I principi laici fioriti dopo il crollo dell’impero ottomano, così come i diritti umani e politici, non sembrano essere alla base della decisione del Consiglio europeo di rilanciare il negoziato d'adesione dopo il veto francese imposto da Sarkozy nel 2007.
 
A valere, nella riapertura di un capitolo negoziale, sono infatti i principi di reciproca utilità.
 
La prospettiva di una piena membership della Turchia appare vincolata alla strategia dell'Unione in materia di energia, al suo ruolo strategico in Medioriente, al dossier Iran e alle relazioni economiche più in generale.  
 
A causa della recessione di molti paesi Ue, per la Turchia continua a diminuire la quota di scambi commerciali con il Vecchio Continente: da oltre il 50% al 37%, contro un 75%-98% di investimenti diretti esteri che continuano ad arrivare sul territorio turco proprio dai paesi europei.
 
Il 18 aprile scorso, gli eurodeputati hanno presentato una risoluzione con la quale s'invita 
il Consiglio europeo a riaprire nuovi capitoli negoziali con Ankara, nei settori della giustizia e dei diritti fondamentali, della libertà e della sicurezza. 
 
Per l’Eurocamera continua a essere troppo vasta la definizione di reato in relazione agli atti terroristici, così come troppo ampi sono i poteri dei tribunali speciali.
 
Secondo l’International Press Institute (Ipi), la Turchia, con almeno 66 casi, è il paese con il maggior numero di giornalisti in prigione.  
 
L’altro capitolo che preoccupa l’Europarlamento è quello sulla violenza contro le donne. Una recente ricerca condotta dall'Associazione bambini felici e dal centro di ricerca per i problemi della donna dell'Università di Kirikkale, ha rilevato che il 34% degli uomini ritiene "occasionalmente necessaria" la violenza domestica contro le donne.
 
Il 28% dei turchi la considera uno strumento per "disciplinare" la donna.
 
Dossier che però non interessano in questo momento. Il tema caldo che Bruxelles e Ankara hanno deciso di affrontare con il coinvolgimento della Banca mondiale è quello dell’Unione doganale. 
 
L’organizzazione internazionale ha accolto le richieste di Ue e Turchia di analizzare i meccanismi di funzionamento dell’Unione doganale che lega le due sponde del Bosforo dal 1996.
 
Il rapporto della BM, che sarà pronto in autunno, dovrà rispondere alle paure di Ankara di restare fuori da un eventuale accordo di libero scambio tra Ue ed Usa. Da questo punto di vista l’adesione all'Unione salverebbe i rapporti commerciali della Turchia con il Vecchio e il Nuovo Continente.

 

 

10 maggio 2013

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