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Tunisia. I 'non-rifugiati' di Choucha scendono in piazza

Oltre 4 mila migranti avevano lasciato Tripoli durante il conflitto del 2011 per essere accolti a Choucha, al confine libico-tunisino. Oggi ne restano 200, a cui l'UNHCR non ha concesso lo status di rifugiato. Sono arrivati nella capitale per far sentire la loro voce: "Che fine faremo quando a giugno il campo chiuderà i battenti?"

 

 

di Marta Bellingreri

 

Quattrocentotrentaquattro pagine. Othman ha scritto il suo libro nel campo profughi di Choucha, nel sud della Tunisia, alla frontiera con la Libia. Ci vive da due anni. E da uno, ha cominciato la redazione.

Non è  il trascorrere lento delle sue giornate nella tenda, nel deserto del sud, a riempire le cartelle di parole e illustrazioni. Ma le sue conoscenze di piante medicinali.

Tutte le proprietà delle piante e come ognuna di esse può curare. Dal raffreddore ad un tumore. Come il melograno o il finocchio possano garantire il benessere, quale frutto rende più sana la gravidanza di una donna. Il manoscritto è corredato di foto e nomi in latino, accanto a quelli in arabo.

Othman, un'esistenza, un viaggio e un sapere antico.

Dal Ciad alla Libia e poi in Tunisia. Ora sente la mancanza dei i suoi libri, che ha lasciato a Zuwara, vicino Tripoli, quando la guerra nel febbraio 2011 l’ha costretto ad abbandonare casa, lavoro e famiglia.

Ma la corrispondenza continua, con un medico in America e uno in Iraq a correggere la bozza. “Quei pochi soldi rimasti li spendo in Internet, per confrontarmi con loro e continuare il lavoro”.

Nessuna delle piante studiate e catalogate da Othman, tuttavia, può curare il suo malessere attuale.

Il suo status irrisolto, in quanto richiedente asilo, la cui domanda è stata rigettata dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR). E' ormai un "non rifugiato", senza diritto ad assistenza umanitaria. Prima la guerra, poi l’attesa, infine il diniego.

(In foto: Tunisi, 31 gennaio 2013. Ahmed, 43 anni del Sudan - foto Alessandro Vecchi)

 

Othman è rimasto alle porte del deserto, con le temperature torride estive, le frequenti tempeste di sabbia e i geli della notte e dell’inverno.

Due anni trascorsi nelle tende del campo, che nel prossimo giugno verranno smantellate, come previsto dalle autorità tunisine. “E dopo, ci butteranno a mare?”.

Non è l’unico in questa situazione. Un centinaio di "non rifugiati" è con lui a Tunisi, un altro centinaio è rimasto nel campo.

Sono arrivati nella capitale per protestare contro la riduzione dei servizi assistenziali a cui devono far fronte ormai da quattro mesi, in attesa della smobilitazione.

Si sono riuniti in sit-in di fronte l’ufficio dell'UNHCR, come Othman, la barba lunga e un sorriso accogliente, ma le lacrime agli occhi, silenziose e amare, di chi a Choucha non ci vuole tornare.

(In foto: Tunisi, 29 gennaio 2013. Un'immagine del sit-in durato 5 giorni. Sul lenzuolo alle spalle dei due uomini la scritta "Reistallazione in paesi sicuri con un sistema reale di protezione" - foto Alessandro Vecchi)

Neanche Meriem, una signora sudanese con  il nipotie Mohammad e la cugina Hannen vogliono andare via dalla capitale. Donne, bambini, anziani e soprattutto giovani. Da Sudan, Gambia, Nigeria, Ciad, Liberia, Ghana, Costa D’Avorio, Bangladesh.

Tutti stanziati in Libia, prima di questi due anni sotto le tende.

A nessuno di loro è stato concesso lo status di rifugiato, ma non si arrendono. Vogliono avere risposte, chiedono che i loro dossier per la domanda d'asilo siano ritrattati, attendono una soluzione

(In foto: Tunisi, 29 gennaio 2013. Omar, 26 anni del Sudan si scalda sotto una coperta mentre un altro uomo dietro di lui prega - foto Alessandro Vecchi)

Le sollecitazioni, come le proteste, non sono rivolte soltanto alla rappresentanza delle Nazioni Unite, ma a tutti quei paesi che tramite l’intervento Nato in Libia si sono resi responsabili del loro esodo forzato e della loro drammatica situazione.

Sono rimasti senza cibo né medicinali a Choucha, non possono rientrare in patria né tantomeno a Tripoli, dove l'instabilità del contesto socio-politico non permette ancora un loro re-insediamento (d'altronde la FIDH ricordava, qualche mese fa, che molti cittadini sub sahariani sono tuttora detenuti dalle milizie).

Anche il governo tunisino è chiamato in causa e con esso la società civile, ignara in gran parte della problematica dei rifugiati che investe il loro paese. Il diritto d’asilo non è ancora compreso infatti nella legislazione nazionale e la sua introduzione non sembra essere tra le priorità nell’agenda del governo. 

(In foto: Tunisi, 31 gennaio 2013. Un'altra immagine del sit-in - foto Alessandro Vecchi)

Dopo un confronto durato due giorni, senza nessuna soluzione in vista, gli organizzatori del sit-in hanno infine deciso di rientrare verso sud.

Un ritorno al deserto, in attesa della prossima iniziativa. L'appuntamento è fissato per marzo, sempre nella capitale, quando i "non rifugiati" torneranno a far sentire la loro voce durante il Forum Sociale Mondiale.

 

*Nella foto di copertina: Rafiqulisman, 32 anni, del Bangladesh, tiene un cartello che recita: "Status: richiedente asilo, rifiutato" e sotto, in arabo "l'UNHCR non fa il suo lavoro". (Foto Alessandro Vecchi). 

 

 

4 febbraio 2013

 

 

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