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Tra acqua e petrolio, quale futuro per il Medio Oriente?

L’acqua è sempre stata una risorsa rara in Medio Oriente, eppure la regione ha dimostrato di saper resistere giocando la sua carta più importante: il petrolio. Ma di fronte a un futuro sempre più incerto, è forse necessario cambiare strategia. 

 

 

 

di Stefano Nanni

 

Che il Medio Oriente sia l’area più arida al mondo e al tempo stesso la più ricca di petrolio è un fatto noto. 

La regione, che rappresenta il 10% della superficie totale del pianeta e conta il 3% della popolazione mondiale, possiede solo l’1,2% delle riserve idriche rinnovabili globali.

Per quanto riguarda “l’oro nero”, invece, le cifre cambiano radicalmente: è qui infatti che si trova il 65% delle riserve totali e il 33% della sua produzione. 

Una situazione critica dal punto di vista idrico di cui spesso si sottovaluta un aspetto fondamentale: la straordinaria “capacità di resistenza” che la popolazione regionale continua a dimostrare.

A sottolinearlo è una recente analisi dell’IRIN, sito di analisi e informazioni sulla situazione umanitaria mediorientale delle Nazioni Unite. 

È qui che si ricorda come, ad oggi, nessuna “guerra idrica” abbia avuto luogo nonostante le previsioni, risalenti agli anni ’70, di un futuro regionale incerto caratterizzato da scarsità di acqua e forte incremento demografico. 

Due fattori che hanno continuato ad accentuarsi negli anni: dal 2003 al 2009 la popolazione complessiva del Medio Oriente è cresciuta del 61%, a fronte di risorse idriche sempre più scarse. 

Un andamento destinato a continuare, afferma l’IRIN, dal momento che per il 2015 la disponibilità di acqua per persona potrebbe corrispondere a meno di 500 metri cubici, ovvero la metà della soglia minima raccomandata dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità. 

Da dove nasce dunque questa capacità di resistenza? Come può una società soddisfare i propri bisogni senza avere in casa propria le necessarie risorse idriche?

Una prima risposta è il commercio. 

IRIN ricorda infatti che i paesi dell’area sono i più grandi importatori della cosiddetta “acqua virtuale”. Generalmente in una situazione di scarsità di risorse idriche l’utilizzo di acqua viene privilegiato per il consumo personale e dunque ridotto per l’industria e l’agricoltura. Per questo le economie sono costrette ad importare quei beni la cui produzione richiede un elevato consumo di acqua – acqua virtuale, appunto. 

Gli Stati mediorientali importano circa 1/3 del cibo che consumano, in particolare grano, farina e riso. Ma questo dato aumenta nei paesi del Golfo, caratterizzati da un basso livello di produzione agricola nazionale, e costretti ad acquistare la maggior parte dei prodotti alimentari necessari alla sopravvivenza. 

Ma se la soluzione che deriva dal commercio può sembrare “miracolosa”, crea al tempo stesso alcune vulnerabilità. 

Nell’analisi dell’IRIN si pone l’attenzione sul fatto che non tutte le economie della regione sono infatti in grado di sostenerla: il presupposto necessario è la capacità economica di generare sufficienti quantità di valuta estera (dollaro o euro) per pagare le importazioni. 

Cosa che risulta piuttosto semplice per Stati esportatori di petrolio come l’Arabia Saudita, e ancora di più per quelli che hanno una popolazione di ridotte dimensioni, come gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar. 

Ma per paesi come l’Egitto si tratta di una soluzione estremamente costosa, che costringe il governo ad affrontare notevoli difficoltà di importazione, a fronte di esportazioni di petrolio in declino e al crollo dei proventi derivanti dal settore turistico. 

Affidarsi al commercio non è conveniente neanche per lo Yemen, lo Stato più povero della regione e con una carenza d’acqua ormai cronica: 25 milioni di persone vivono con 140 metri cubici di acqua all’anno, quasi il 90% in meno rispetto alla soglia minima. 

Una vulnerabilità resa ancora più grave dall’eccessiva dipendenza che si crea rispetto ai mercati alimentari internazionali, soggetti a continue fluttuazioni dei prezzi. 

In particolare, si legge nell’analisi, “questa dipendenza contribuisce a nascondere la gravità della mancanza di acqua, rendendo più facile un atteggiamento di negligenza nei confronti dello sviluppo di altre soluzioni, più efficaci e soprattutto interne, al problema”.

Una gravità che IRIN rimarca con forza riportando dati allarmanti. 

Secondo un recente studio della NASA,  il Tigri e l’Eufrate, nei rispettivi bacini fluviali in Turchia, Siria, Iraq e Iran, hanno perso 144 chilometri cubici di acqua dal 2003 al 2009, praticamente l’equivalente del Mar Morto. 

Un altro rapporto invece evidenzia come anche le riserve idriche sotterranee siano sempre più in pericolo, diminuite del 60% a causa del frequente ricorso della popolazione sia per l’uso personale che per quello agricolo-industriale. 

Tuttavia le popolazioni della regione dimostrano di aver sviluppato nel tempo soluzioni diverse dal dispendioso e poco sostenibile commercio internazionale.

Essendo stata “la scarsità di acqua la norma per migliaia di anni, la gente ha adattato le proprie tecniche di sopravvivenza alle condizioni climatiche”, spiega Hamed Assaf, specialista di gestione delle risorse idriche all’Università di Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti. 

Una delle tecniche più diffuse è la raccolta di acqua piovana. 

In Giordania, ad esempio, vengono recuperati ogni anno dai 400 ai 420 milioni di metri cubici di acqua soltanto sfruttando la pioggia attraverso un sistema di dighe, ma anche grazie a semplici cisterne presenti su quasi tutti i tetti delle abitazioni o dei pozzi domestici.

“In un’area con una media di 500 millimetri di precipitazioni all’anno, ogni famiglia può raccogliere sufficienti quantità di acqua per uso personale”, continua Assaf.

In Palestina e in Libano questa tecnica è stata sviluppata al punto da permettere - quando le condizioni climatiche lo consentono – la raccolta di acqua anche per l’irrigazione dei campi e il sostentamento degli animali. 

Un sistema antico - secondo Assaf le prime strutture risalirebbero a circa 9mila anni fa – ma ancora oggi tra i più efficienti, perché “ha generato nelle persone un senso di responsabilità molto importante nei confronti dell’acqua”.

Ma con i cambiamenti climatici degli ultimi decenni questa tecnica rischia di essere meno affidabile, per questo le Nazioni Unite insistono sui governi perché investano su strategie alternative, come la desalinizzazione e la depurificazione. 

L’analisi dell’IRIN conclude infatti affermando che “generare acqua in Medio Oriente è possibile e avviene già, ma investire i petrol-dollari per strutture interne moderne in un futuro incerto potrebbe risultare molto più efficace”. 

 

15 marzo 2013