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Iraq. Se il futuro è orientale

Mentre si espandono le trame commerciali cinesi in Iraq, Baghdad cerca nuovi acquirenti asiatici per il suo petrolio. Nel frattempo, le imprese Usa appaiono sempre meno a loro agio.

 

 

 

di Giovanni Andriolo

 

 
Nel 2020 circa l’80% del petrolio iracheno verrà venduto in Asia. E di questa quantità, 1,5 milioni di barili al giorno raggiungeranno la Cina, per crescere nel 2035 fino a 2 milioni, pari a circa un quarto della produzione irachena prevista.
 
Queste le ultime proiezioni presentate dall’Agenzia internazionale dell'energia dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), i cui responsabili parlano già di un “B&B link”, riferendosi al canale Baghdad - Beijing.
 
Le compagnie statali PetroChina, China National Petroleum Corp. e China National Offshore Oil Corp. sono già presenti sul territorio iracheno, come partner o operatori in diversi giacimenti. 
 
Un’espansione che non può lasciare indifferenti gli addetti al settore, anche alla luce dei contatti sempre più fitti tra Pechino e altre capitali di paesi produttori, soprattutto nel continente africano.
 
Tutto ciò, in un momento in cui le prospettive di crescita della produzione irachena di greggio appaiono più che rosee: da un lato, nel 2012 l’Iraq è diventato il secondo produttore di oro nero in seno all’OPEC; dall’altro, è lo stesso ministero del Petrolio a dichiarare che le riserve stimate di petrolio del paese ammonterebbero a 150 milioni di barili.
 
Una stima al rialzo del 5%, rispetto alle previsioni ministeriali del 2010.
 
Nel frattempo, anche altri attori asiatici entrano nell’orbita irachena. E’ della scorsa settimana la notizia, riportata dal quotidiano indiano The Hindu, secondo cui l’ambasciata irachena a Nuova Delhi avrebbe fatto pervenire alle autorità indiane un’offerta di maggiori forniture per il gigante asiatico.
 
Baghdad starebbe corteggiando l’India proprio nel momento in cui le forniture dell’Iran sono in declino (– 7,3% nell'ultimo anno), a causa delle sanzioni commerciali che stanno vessando Teheran.
 
Recentemente, l’Iraq ha scalzato il suo vicino come secondo fornitore di petrolio dell’India, subito dietro all’Arabia Saudita. Ma nel frattempo si intensificano le esportazioni anche verso la Corea del Sud, secondo le dichiarazioni di Asym Jihad, portavoce del ministero del Petrolio iracheno,e l’Indonesia, un tempo membro dell’Opec, ora costretta a importare a causa del declino della propria produzione.
 
Da queste dinamiche sembrano uscire sconfitti (almeno commercialmente) gli Stati Uniti: dopo dieci anni di “investimenti” in termini di invasione e occupazione del paese, le compagnie a stelle e strisce fanno sempre più fatica ad approfittare dell’eldorado petrolifero vicino orientale.
 
Le cause sono varie - l’insicurezza ancora serpeggiante, l’instabilità politica, la crescente influenza dell’Iran all’interno del paese, ma anche l’aumento della produzione statunitense, che diminuisce la sua dipendenza dalle forniture della regione.
 
Il risultato è però negativo. Basti pensare, come riporta il Financial Times, che nell’ultima gara d’appalto bandita dal governo iracheno, lo scorso maggio, la ExxonMobil non ha neanche partecipato. Così come altre grandi imprese internazionali, partendo dalla BP o dalla Royal Dutch Shell.
 
In generale, le imprese petrolifere statunitensi risentono delle dure condizioni contrattuali accordate da Baghdad, così come delle scarse infrastrutture del paese, tanto da preferire l’offerta del Kurdistan iracheno, più disponibile a concedere maggiori margini di profitto agli stranieri.
 
Condizioni che invece non scoraggiano le imprese statali cinesi, molto meno sensibili al fattore rischio e alle basse remunerazioni stabilite dal governo centrale.
 
 
19 aprile 2013
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