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Armi. Gli affari della Beretta e il "codice Gheddafi"

"Le semplici domande che ci facciamo tutti e che dovrebbero farsi i parlamentari interessati a controllare l’attività del governo sono queste: quanto e cosa esporta la Beretta dall’Italia? A quali paesi? E quali sono gli “utilizzatori finali” delle armi esportate?". Un'analisi della Rete Italiana Disarmo sul nostro 'export di guerra'. 

 

 

 

Nelle scorse settimane la Rete italiana per il Disarmo ha chiesto al Parlamento di controllare l’attività del governo sulle esportazioni di armi e sistemi militari italiani. E’ dal 2008 che le Commissioni parlamentari non prendono in esame le relazioni che annualmente il governo invia alle Camere.

Nel frattempo il business è notevolmente aumentato – tanto da raggiungere negli ultimi anni una media di sistemi militari esportati di quasi 3 miliardi di euro – ma di pari passo non è aumentata la trasparenza.

Anzi, numerose informazioni che per 20 anni sono state presenti nella relazione governativa sono sparite senza alcuna giustificazione al Parlamento tanto che oggi è praticamente impossibile conoscere con precisione quali e quante armi vengono esportate a quali paesi: a parte qualche vaga indicazione sui valori complessivi e sulle generiche tipologie di armi (...) la relazione non offre altre informazioni.

Informazioni che non sono irrilevanti per il controllo parlamentare, considerato che le esportazioni di sistemi militari – ai sensi della Legge 185 del 1990 – dovrebbero essere “conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia” e autorizzate dal governo “secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Ma soprattutto dovrebbero essere vietate a paesi sottoposti ad embargo di armi, a quelli in conflitto armato, a paesi “la cui politica contrasti con i principi dell'articolo 11 della Costituzione”, ai governi responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, e che la Posizione Comune dell’UE intende “impedire l’esportazione di tecnologia e attrezzature militari che possano essere utilizzate per la repressione interna o l’aggressione internazionale o contribuire all’instabilità regionale” (si veda la Posizione Comune 2008/944/PESC qui in pdf).

Il caso della Beretta

Può essere utile, allora, esaminare attentamente alcune esportazioni recenti di armi che possono essere impiegate sia dalle forze armate che dalle polizie e corpi di sicurezza di paesi esteri.

L’export di armi della Fabbrica d’Armi Pietro Beretta con sede in Valtrompia (BS) costituisce un esempio interessante di quanto si può sapere (e, soprattutto, non sapere) dalle relazioni governative.

Come noto, la Beretta dal 1995 ha costituito una holding internazionale con cui “detiene partecipazioni dirette e indirette in 26 paesi” che ne fanno “un autentico global player nel proprio settore grazie ad una presenza anche produttiva in tutti e cinque i continenti” tanto che oggi – riporta il sito ufficiale – l’azienda è “uno dei più importanti partners dei paesi di tutto il mondo quale fornitore di soluzioni integrate destinate alle forze di difesa ed agli apparati governativi impegnati nel mantenimento dell’ordine pubblico”.

Le semplici domande - che ci facciamo tutti e che dovrebbero farsi i parlamentari interessati a controllare l’attività del governo – sono le seguenti: quanto e cosa esporta la Beretta dall’Italia? E a quali paesi? E quali sono gli “utilizzatori finali” delle armi esportate? Solo le Forze armate o anche le polizie e le forze di pubblica sicurezza? E di preciso quali? 

Bene, cosa sappiamo dalle 1.672 pagine dell’ultima relazione governativa (scaricabile dal sito del Senato), piene zeppe di tabelle e numeri? Poco, anzi pochissimo.

La relazione ci informa che, ai sensi delle Legge 185/1990, nel 2013 alla Beretta è stata autorizzata l’esportazione di armi per un valore complessivo di €31.891.469,98 (si veda Tabella A2, p. 205), ma non sappiamo né di quali armi si tratti né quali siano i destinatari e gli utilizzatori finali.

Sappiamo dall’Agenzia delle Dogane che nel 2013 sono state rilevate esportazioni dalla Beretta per €12.360.695 (si veda Tabella M1, p. 1540) ma anche in questo caso non si sa niente dei paesi destinatari, degli utilizzatori finali e dei sistemi d’arma esportati.

E non parliamo delle autorizzazioni bancarie relative a queste operazioni: qui i dati si fermano (per una interpretazione del tutto arbitraria del ministero dell’Economia e delle Finanze della nuova normativa) al 18 marzo 2013 e le tabelle che seguono più che un documento ufficiale sembrano i fogli degli appunti di qualche zelante funzionario (si veda la Tabella AA2, p.1153, in cui appaiono strane sigle del tipo Z_Agusta, Z_Ase, ecc.).

Ovviamente di tutto questo la Beretta non è responsabile: ne è responsabile il governo e nello specifico il ministero degli Esteri che rilascia le autorizzazioni e, in secondo luogo, il Parlamento che dal 2008 non controlla queste attività.

Nella relazione degli Esteri c’è, ad onore del vero, anche un ampio numero di tabelle che riguardano le “singole operazioni” autorizzate alla Beretta (si vedano nella relazione le pp. 69-75): peccato che da queste minuziose tabelle del ministero degli Esteri non si sappia ciò che noi – e un parlamentare – vorremmo sapere: e cioè chi siano i paesi destinatari di quei sistemi d’arma. Non ci vengono in aiuto le tabelle fornite dall’Agenzia delle Dogane (Tabella M, pp. 1303-7) perché nemmeno da queste si sa chi siano i destinatari e utilizzatori finali delle armi esportate dalla Beretta.

E qui sta la prima e fondamentale domanda: come fa un parlamentare a controllare se il governo rispetta la legge in vigore se non ha informazioni precise e complete sulle specifiche armi esportate e sui destinatari e utilizzatori finali? (...)

Provo a fare qualche esempio, per spiegarmi.

Fucili d’assalto Beretta ARX-160 al Messico: per chi?

Dalle relazioni inviate al Parlamento negli anni scorsi (ma non dall’ultima) si possono ricavare una serie di informazioni importanti: incrociando le varie tabelle si può sapere che nel 2011 e nel 2012 alla Beretta sono state rilasciate dal ministero degli Esteri diverse autorizzazioni per l’esportazione di 5.687 fucili d’assalto ARX-160 al Messico. Ecco alcuni dettagli:

- Nel 2011: n. 3.030 fucili d’assalto cal.5,56 NATO ARX-160 insieme a n.202 lanciagranate per un valore complessivo di €3.763.260 (Aut. MAE 23210)

- Nel 2012: n. 1.970 fucili d’assalto cal.5,56 NATO Mod. ARX-160 del valore complessivo di €2.342.330 (Aut. MAE 24704)

- Nel 2012: n. 687 fucili d’assalto cal.5,56 NATO Mod. ARX-160 del valore complessivo di €816.843 (Aut. MAE 24705)

Si tratta solo di una parte delle autorizzazioni per l’esportazione di armi Beretta al Messico perché nello stesso periodo figurano anche 1.010 fucili automatici SCP 70/90Cal.5,56x45 NATO e 10.100 parti di ricambio per i medesimi fucili.

Ma chi sono i destinatari e gli utilizzatori finali di queste armi? Le forze armate del Messico o anche qualche Polizia federale? Nonostante sia un’informazione fondamentale per il controllo parlamentare è impossibile saperlo dalla relazione governativa.

La stampa messicana ci informa però che diverse polizie, tra cui la Policía Estatal Preventiva (PEP) dello stato messicano di Sinaloa, hanno ricevuto nel febbraio del 2012 un certo numero di fucili d’assalto ARX-160 che corrispondono per caratteristiche tecniche (si veda il filmato dal min. 2:03) a quelle di cui il governo italiano ha rilasciato alla Beretta l’autorizzazione per l'esportazione.

Il funzionario di polizia messicano assicura che queste armi vengono utilizzate “per combattere la criminalità organizzata”, ma le violazioni dei diritti umani e gli abusi delle Forze armate e delle polizie federali messicane sono da tempo oggetto di pesanti denunce da parte delle principali organizzazioni internazionali, da Amnesty International (si veda questo documento e i precedenti) a Human Rights Watch (si veda questo rapporto e questo), fino al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, oltre alle associazioni locali messicane.

Dal 2006 in Messico sono “sparite” 27mila persone e lo Stato è ritenuto responsabile di molte di queste “desaparicion forzada”: la recente vicenda dei 43 studenti scomparsi e probabilmente trucidati e bruciati dopo che la polizia locale ha aperto il fuoco contro di loro a Iguala (stato di Guerriero) non è quindi un caso isolato.

Una domanda semplice al neo-ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: visto che le esportazioni di “armi e munizioni” dalla provincia di Brescia verso il Messico stanno continuando (sono €4.677.849 nel primo semestre del 2014) ci può dire che armi sono e a quali corpi di polizia e forze armate sono destinate? E che uso ne stanno facendo?

(...)

Armi Beretta: dalla Libia all’Egitto, dal Turkmenistan alla Bielorussia

Sono numerose le esportazioni di armi Beretta a regimi accusati di reiterate violazioni dei diritti umani, in zone di tensione e di conflitto fino a paesi sottoposti a misure di embargo di armi. Le ho ripetutamente documentate sul sito di Unimondo. Ne richiamo alcune:

Nel 2009 è stata autorizzata all’azienda Beretta l’esportazione di oltre 11mila tra pistole e fucili semiautomatici che furono consegnati alla pubblica sicurezza del colonnello Gheddafi: non erano in vigore forme di embargo di armi, ma le violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza libiche erano denunciate da tutti gli organismi internazionali.

Nel 2010, cioè poco prima delle sommosse che hanno scardinato il rais Mubarak, sono stati inviati al Cairo i 2.450 fucili automatici Beretta modello SCP70/90; nel 2012 è stata autorizzata l’esportazione, alle forze armate del successivo governo egiziano, di altri 1.119 fucili dello stesso modello con l’aggiunta di fucili d’assalto calibro 5,56 NATO modello ARX-160 muniti di 35 lanciagranate e da silenziatori.

Che uso ne abbiano fatto le Forze armate egiziane non è dato di sapere, mentre sono note, e continuano, le violazioni dei diritti umani in Egitto.

Nel 2011 sono stati inviati alle forze armate del Turkmenistan, un paese tra i regimi più autoritari al mondo, 1.680 fucili d’assalto ARX 160 con relative 2 milioni (!) di munizioni, 150 lanciagranate GLX 160, 120 pistole semiautomatiche PX4 Storm con dispositivi di soppressione del rumore.

Nel 2012 è stata autorizzata la vendita alle forze armate del Kazakistan di 40 fucili d’assalto ARX 160 insieme con 40 lanciagranate e mille granate oltre a pistole semiautomatiche PX4 Storm corredate da  dispositivi di soppressione del rumore.

E, tornado alle armi non militari, nel giugno del 2011 sono state esportate dalla provincia di Brescia alla Bielorussia armi – molto probabilmente della Beretta – per oltre 1 milione di euro proprio pochi giorni prima che l’Unione Europea decretasse un embargo di armi a causa delle violazioni dei diritti umani e della repressione messa in atto dal regime del presidente Lukashenko.

Nel 2013 sono state inviate dalla provincia di Brescia in Libano “armi comuni” per oltre 2 milioni di euro e questo nonostante sia vigente un embargo di armi.

Insomma, ci sarebbe bisogno di un maggior controllo parlamentare perché l’esportazione di armi e sistemi militari a forze armate e polizie tocca da vicino la politica estera e di difesa del nostro paese e non può essere (de)rubricata tra le attività facoltative del Parlamento.

Sarebbe un'attività di primaria importanza anche per qualcuno dei 70 "Parlamentari per la pace" desideroso anche solo di un po' di visibilità mediatica.

Il “Codice Gheddafi”

Lo so. Non esistono divieti internazionali di vendita di armi al Messico, al Guatemala, al Turkmenistan, al Kazakistan, all’Egitto....

Ma i parlamentari italiani potrebbero chiedere al governo sulla base di quale criteri e garanzie negli ultimi anni sono state rilasciate autorizzazioni all’esportazione di armi Beretta a questi paesi.

Il ministro plenipotenziario Michele Esposito, nonostante l’avvicendarsi di quattro governi (Berlusconi IV, Monti, Letta e Renzi), è sempre al suo posto di direttore generale della Autorità nazionale dell’unità per le autorizzazioni di materiali di armamento (UAMA) e potrebbe quindi rispondere con precisione anche circa quali e quante altre armi italiane si stanno spedendo nel mondo: nel 2014 ne figurano - senza alcuna previa autorizzazione - anche quasi 25 milioni di euro spedite al Bahrein che non è proprio un paese tranquillo nè rispettoso dei diritti umani.

Il neo ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, potrebbe intanto chiarire una semplice questione: è ancora in vigore presso il suo ministero il “Codice Gheddafi”?

Glielo spiego, recita così: "siccome non c’è un esplicito divieto né un’esplicita condanna internazionale per violazioni dei diritti umani del regime di Gheddafi da parte degli “organi competenti”, anche se ci sono infinite denunce di violazioni da parte delle organizzazioni umanitarie, niente ci vieta di vendergli armi: poi quel che succederà poco c'importa perché noi non abbiamo violato alcuna legge”.

Com’è andata la faccenda e cosa sta succedendo in Libia dovrebbe essere noto anche al neo ministro e al Parlamento.

 

*Questo articolo è stato originariamente pubblicato in versione integrale sul sito di Unimondo

 

11 Novembre 2014
di: 
Giorgio Beretta per Unimondo*