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"Dolce Primavera". Vita morte e miracoli di Ein al-Helweh

Il regista Mahdi Fleifel ci porta nella vita intima dei personaggi del campo libanese. Per farci cogliere tra le pieghe dell’abitudine, dei piccoli gesti di ogni giorno, un “miracolo ignorato”: andare avanti, nonostante tutto.

 

 

“Dolce primavera” è il nome del più popoloso campo profughi palestinese in Libano: Ein al-Helweh, 70mila abitanti in un solo chilometro quadrato. Nato come tendopoli nel 1948 per ospitare i palestinesi in fuga in seguito della costituzione dello Stato di Israele, è ubicato nei pressi di Saida, cittadina del sud del paese.

Da 67 anni in questo spazio geografico circoscritto i palestinesi vivono e aspettano

Il senso e le ragioni dell’attesa del diritto al ritorno o di una possibile fuga in Occidente sono mutate sensibilmente nei decenni, generazione dopo generazione, guerra dopo guerra, leader dopo leader.

E sono i temi fondamentali sui quali si sofferma la telecamera di Mahdi Fleifel nel docu-film: "A world not ours". Un mondo che non è nostro.    

Nato ad Ein al-Helweh quando la guerra civile libanese era esplosa da una manciata di anni e il ritorno in Palestina e la liberazione apparivano alla popolazione dei campi una realtà vicina nel tempo, tangibile e a portata di mano, Mahdi con la sua famiglia emigra agli inizi degli anni 80 a Dubai, e tornerà nel campo per un paio d’anni per partire di nuovo, questa volta verso la Danimarca. 

"Un mondo che non è nostro" è la cronistoria dei mutamenti politico-sociali del campo in perfetto equilibrio fra comicità, realtà e cinismo. Ma è anche la storia dell’amicizia tra Mahdi e Abu Eyad, della sua famiglia, del nonno che non vuole per nessuna ragione lasciare la sua casa e che ogni giorno litiga con i ragazzini che giocano a calcio nel vicolo dove abita. 

E’ la storia di Said, lo zio materno che appena adolescente con il fratello Jamal ha costruito la casa in cui vive; che negli anni 90, quando il campo viene occupato dalle forze libanesi, ha combattuto e visto il fratello morire dopo un’ agonia di quasi due anni in ospedale, e oggi alleva pulcini e colombe sul tetto. L’unica attività che sembra averlo riappacificato con il mondo quando non è per strada a raccogliere lattine da rivendere a meno di 1 euro al chilo.

Ma è soprattutto, senza mai esplicitarlo verbalmente, la storia di politici e mediatori che non hanno mai voluto capire il sogno dei palestinesi – e il loro diritto - di avere una vita normale. 

E’ la storia di Eyad, che vede il campo una prigione esattamente come la sua tessera di Fatah che gli destina un piccolo stipendio sufficiente per caffè e sigarette, ma che da tempo si è dimenticata di lui e di tutti gli altri.

La grazia del film sta nelle immagini selezionate dal regista, in parte attinte dall’archivio del padre. “Mi sono sempre chiesto quand’ero piccolo perché per mio padre fosse necessario riprendere i nostri giorni di festa come la nostra vita di ogni giorno. Tornando ad Ein al-Helweh ogni estate ho capito che era il suo modo di comunicare a distanza con gli zii rimasti a vivere lì e che anche loro facevano lo stesso con lui quando vivevamo a Dubai e successivamente in Danimarca”, racconta. 

Ai filmati girati in super otto sono accostate le immagini degli anni Novanta e di oggi riprese dal regista sin dalla prima adolescenza, quando “andare a Ein al-Helweh era meglio che andare a Disneyland”.

A dare uno slancio di entusiasmo alla vita nel campo sono i Mondiali del 1994: per Mahdi il ricordo dell’estate più bella.

Nel campo irrompe il mondo, le squadre nazionali e il tifo diventa una via di fuga, una ragione per stare qualche ora insieme e dimenticare. E si scopre che la memoria della Coppa del mondo dedicata nel 1982 dal presidente della Repubblica Sandro Pertini all’Olp e ai rifugiati palestinesi in Libano – come omaggio alla strage di Sabra e Shatila da poco avvenuta - è ancora forte e c’è chi tifa per l’Italia per questa ragione anche ai nostri giorni.

L’ironia attraversa l’intero lavoro infondendo più potenza espressiva ai momenti in cui invece il dolore e la vita del campo si presentano nei loro aspetti più deteriori: la violenza, l’impossibilità di agire sul proprio futuro liberamente, i diritti negati dal paese nel quale si è nati e si vive. 

Presentato a marzo all’al-Ard film festival di Cagliari, il film ha vinto numerosi premi e ha il pregio di rappresentare una delle testimonianze più lucide, dissacranti e affettuose sulla vita nel campo di Ein al-Heweh, senza mai scadere nella retorica, evitando la lettura che si è data in passato e che domina ancora oggi dei campi e dei palestinesi come vittime e poco altro ancora.

Fleifel ci racconta la dignità di un popolo attraverso le tre figure chiave del film, Abu Eyad, il nonno e Said. Ci mostra che una parte della Palestina è dentro i campi e ci invita a non dimenticarlo.

Ci porta nella vita intima dei personaggi per farci cogliere tra le pieghe dell’abitudine, dei piccoli gesti di ogni giorno, un “miracolo ignorato”: andare avanti, nonostante tutto. Forse mi sbaglio, ma sono certa che noi in Occidente, non sapremmo farlo.

 

10 Maggio 2015
di: 
Paola Robino Rizet
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