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I ragazzi del 'buzkashi', dalle praterie afghane a Hollywood

Il cortometraggio 'Buzkashi Boys' racconta la storia di due bambini di Kabul che sognano di diventare campioni di buzkashi, lo sport più popolare della loro terra: una versione del polo molto cruenta e spettacolare.

 

 

 

di Anna Toro

 

E' il primo film girato in Afghanistan ad aver ricevuto una nomination all'Oscar come miglior cortometraggio. 'Buzkashi Boys'  deve il suo successo soprattutto alla bravura dei due giovanissimi protagonisti: Jawanmard Paiz, che già proviene da una famiglia di attori, e Fawad Mohammadi, vero e proprio “bambino di strada” di Kabul.

Prima di incontrare il regista americano Sam French, infatti, Fawad vendeva mappe e souvenir ai turisti, per aiutare economicamente la madre e le sorelle.

Finché, improvvisamente, si è ritrovato a Hollywood, inebriato dalle luci dei fotografi, dai film, dagli studios e dai divertimenti, prima dell'emozionante cerimonia delle nominations.

Il film non ha vinto, ma per l'Afghanistan la candidatura in sé è stata motivo di enorme o
rgoglio.

E se per i due ragazzini il successo inaspettato di questo bellissimo corto è stata l'occasione per cambiare vita e vivere davvero un sogno, per il pubblico di tutto il mondo 'Buzkashi Boys' è diventata l'occasione per conoscere meglio un aspetto importantissimo della cultura afghana: lo sport, in particolar modo il buzkashi.

In cosa consiste esattamente questa sorta di polo afghano, ma molto più selvaggio ed emozionante?

Per iniziare una partita di buzkashi, c'è bisogno della carcassa di un animale, senza testa e senza zampe, che fungerà da palla: è il “buz”.

In genere viene utilizzata una capra o, ancora meglio, un vitello (per ora non c'è mai stata nessuna preoccupazione “etica” o animalista da parte degli afghani).

Prima di una partita, il buz di solito viene immerso nell'acqua durante la notte affinché s'indurisca; viene poi appesantito con della sabbia, e può arrivare a pesare anche 60 chili.

La “palla” viene posta al centro di un cerchio bianco disegnato sul campo. Quando l'azione comincia, i giocatori sul loro cavallo si lanciano al galoppo per prenderla e portarla fuori dal campo, per poi riportarla al centro del cerchio. Il ché non è così semplice come sembra.

L'uomo che ha il possesso della carcassa deve infatti tenerla con le braccia o le gambe, e non può poggiarla sulla sella o sul corpo: si tratta di una prova di forza, da veri uomini, ed è anche uno dei motivi per cui un giocatore – noto come chapandaz – è generalmente considerato al suo picco intorno ai 40 anni.

Mentre galoppa lungo il campo, il chapandaz che possiede il buz viene inseguito e tormentato da decine di altri cavalieri. Tutti possiedono delle fruste, che dovrebbero servire solo a incitare i cavalli  e non dovrebbero essere mai usate contro gli altri giocatori.

In realtà le poche regole che ci sono non vengono certo seguite rigorosamente, soprattutto nel corpo a corpo.

Chi conquista la palla cerca di uscire dal mucchio e si precipita a tutta velocità a fare “goal”. La porta può essere indifferentemente una roccia, un palo, una zolla di terra rialzata o un cerchio disegnato sul terreno.

Il buzkashi può essere giocato sia individualmente sia a squadre (si può arrivare anche a cento giocatori in un singolo match), e le partite tradizionali sulle pianure a nord di Kabul possono estendersi per chilometri. Naturalmente, vince la squadra o il giocatore che ha fatto più "goal". 

Una versione più formale del gioco è quella dei grandi stadi, come quello di Kabul, supportato dal vice-presidente Mohammad Fahim.

Uno sport che ha attratto sponsor aziendali da tutto il mondo: la compagnia di telefonia mobile degli Emirati Etisalat, ad esempio, ha piazzato un enorme cartellone pubblicitario nel suo ufficio centrale a sostegno di una squadra di buzkashi, e ricchi uomini d'affari e politici si vedono spesso tra le fila del pubblico, specie a Kabul, sventolando i loro dollari da offrire in premio ai vincitori di ogni round.

Spesso, infatti, il pubblico scommette sul proprio chapandaz preferito.Per assistere ai match, di solito la gente si sistema su una collina vicina, anche se spesso i cavalli arrivano a tutta velocità anche dove ci sono gli spettatori.

“Devi essere pronto a correre per la tua vita, anche come spettatore", commenta su National Geographic il fotografo Matthieu Paley, che ha lavorato in Asia centrale per oltre 10 anni e ha fotografato moltissime partite di buzkashi. "Bisogna avere occhi dappertutto in modo da non finire schiacciati. Dal momento che non ci sono confini reali, i cavalli corrono ovunque”.

Per lui, tra i momenti migliori da fotografare c'è quello in cui il chapandaz si stacca dal gruppo con la capra. “Di solito, lo fanno tenendo la frusta in bocca in modo avere le mani libere. Mentre a fuggono a tutta velocità, spesso tengono ben ferma la carcassa senza testa incastrata tra una delle loro gambe e il cavallo”.

Duri e orgogliosi, la maggior parte dei giocatori si trovano a fine partita peni di lividi e con sangue dappertutto.

Secondo Paley, il corto 'Buzkashi Boys' dà un'idea abbastanza fedele di cosa sia questo sport. Il regista, Sam French, si è avvalso della collaborazione di una crew afghana e del regista afghano-canadese Ariel Nasr, già autore del film 'Good Morning Kandahar'.

Il lavoro, della durata di 29 minuti, è stato quasi interamente finanziato dal governo americano con oltre 200 mila dollari, nell'ambito di una grande campagna volta a “combattere l'estremismo, sostenere i media afghani e rilanciare l'immagine degli Stati Uniti a Kabul”.

(Foto Ali Asghar Safdar/Flickr)

 

3 marzo 2013

 

 

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