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Iraq. Lalish, il luogo della speranza

 Viaggio a Lalish, tra i luoghi più sacri nella credenza del popolo ezida, nascosto tra le montagne di Dohuk, nel Kurdistan iracheno. 

 

 

“Mi raccomando, domani metti dei calzini pesanti. Farà freddo e… beh il resto è una sorpresa”.

Iniziano così i preparativi della mia visita al tempio di Lalish, in Iraq. Uno dei luoghi più sacri alla millenaria minoranza ezida, nascosto tra le montagne, poco distante da Dohuk.

Inizia con le raccomandazioni paterne di Uday, che pur di accompagnarmi, l’indomani, rinuncerà a trascorrere la tradizionale giornata di festa del venerdì con la sua famiglia. Con loro – una moglie e tre figli piccoli – è fuggito da Bashiqa poco prima che arrivasse Daesh. E da come la descrive doveva essere una piccola città di campagna, semplice e piena di vita. 

Quasi ogni sua frase inizia con un ricordo.

Quando eravamo a Bashiqa, ad esempio…”, racconta, tradendo una nostalgia che non riesce a celare dietro i grandi occhi verdi, dolcissimi. Per chi è stato perseguitato, per chi ha visto la propria identità negata e mistificata per secoli, essere riconosciuto e rispettato deve essere importante.

Forse anche per questo è così contento di accompagnarmi in visita in un luogo che, come scoprirò, ha qualcosa di magico e fatato. 

Uday è solo una delle migliaia di persone che sono state costrette a fuggire dalle proprie città e villaggi, in Iraq, quando è iniziata l’avanzata di Daehs nell’estate del 2014. Case abbandonate in fretta, lasciando alle spalle i ricordi di una vita, per mettersi in cammino verso le montagne, o verso la Siria.

Per cercare riparo, per arrivare a Dohuk, nella regione del Kurdistan iracheno. “Ho affittato una stanza di hotel dove siamo rimasti per due mesi”, racconta Uday. “Poi ho trovato un appartamento e un lavoro. Ma i prezzi sono alti qui. Mi piace Dohuk, ma Bashiqa… vorrei solo poter tornare a casa”. I suoi bambini gli chiedono spesso notizie del villaggio.

Quando possiamo andare via, baba?”, e la voce di Uday si incrina mentre racconta che tante volte non sa come distrarli mentre cerca una risposta. 

Qui, nel Kurdistan iracheno, dove in pochi giorni sono arrivati oltre 1 milione di sfollati interni, le storie strazianti si nascondono nel cuore di tantissimi. Se poi si fa parte di una minoranza discriminata, di cui si sa poco o nulla ma molto si inventa e si immagina, è ancora più dura.

Adoratori del diavolo, stregoni, gente con la coda: di tutto e di più si è detto su questa gente pacifica e accogliente, che ritiene ogni essere vivente sacro, ma che nella storia ha subito 74 tentativi di genocidio. Quello ad opera di Daesh è stato solo l’ultimo in ordine di tempo.

Le loro tradizioni, in gran parte, restano misteriose, tramandate di bocca in bocca, come qualcosa di prezioso da proteggere. Così come i loro rituali, che si svolgono in questo luogo rimasto fermo nel tempo, sospeso in una dimensione che, una volta entrati, confonde i riferimenti spaziali e temporali.

Certo è che la giacca a vento e le scarpe da trekking sono qualcosa che stona, è evidente. Lo farebbero anche se il guardiano all’ingresso del piccolo villaggio di Lalish, raggiunto dopo una strada tutta curve che si arrampica in montagna, non ci chiedesse cortesemente di toglierle, indicando un cartello che mostra le regole da rispettare prima di accedere.  

Qui, a Lalish, si entra a piedi scalzi, perché il suo suolo per gli ezidi è sacro.

Si parla sottovoce, non si gettano cartacce a terra, non si ascolta musica ad alto volume, non si corre. In una parola, si rispetta un luogo che è mèta di un allegro e colorato pellegrinaggio ogni venerdì: le famiglie ezide arrivano da tutta l’area portando con sé cibo, polli, bevande, termos di the, per passare la giornata alla maniera preferita dagli iracheni. Facendo picnic tutti insieme, sotto il sole, tra le valli. 

All’arrivo, a colpire è prima di tutto la quiete di questo luogo, i sorrisi delle persone che guardano incuriosite il nostro gruppo.

Per l’abbigliamento ai loro occhi strano, soprattutto, che in effetti con la sacralità del luogo un poco stona. E poi un odore, intensissimo, di qualcosa che non si riesce a decifrare. “E’ olio di oliva”, mi spiega Uday. “Nella credenza ezida è un elemento centrale. Vi si bruciano piccoli pezzetti di cotone per ricordare qualcuno che non c’è più, benedire i propri cari, pregare”. Mi guardo intorno e, in effetti, ovunque ci sono resti di piccole fiammelle, che una volta accese lasciano una macchietta nera sulle pietre candide del villaggio. 

Gli anziani camminano nel cortile antistante il tempio, accarezzano gli alberi di ulivo, li baciano. Si portano la mano sul capo e ci salutano: “Sarchawa, sarsalema”. Che la pace sia con te, ti porto nei miei occhi. 

Un guardiano aspetta sulla porta di ingresso, decorata con i simboli sacri della credenza ezida. Gli angeli pavone, un grande serpente nero, piccoli mazzi di fiori attaccati ai muri con un impasto bianco. “Crescono solo in primavera, quando ricorre il nostro capodanno”, mi spiega Uday. “Si attaccano sugli stipiti delle porte nei nostri villaggi per dire ‘questa famiglia è ezida’”. Un’affermazione d’identità, laddove è negata anche l’esistenza.

Per accedere al tempio bisogna superare un alto gradino di marmo. Con attenzione: non va calpestato ma scavalcato. Dentro, nella penombra, lo sguardo viene colpito da una vasta distesa di tessuti coloratissimi attaccati alle colonne, pieni di nodi.

“Nella credenza ezida non si prega mai per se stessi, solo per gli altri. Le persone lasciano un nodo sui tessuti perché un dolore sia alleviato, un problema risolto. Se un altro lo scioglie ha aiutato a farlo”, mi spiega Uday.

E mi fa una foto, soddisfatto, mentre istintivamente mi avvicino ad un drappo e tento di sciogliere un nodo. Nella stanza seguente l’odore di olio d’oliva si fa ancora più intenso: è conservato in una lunga distesa di anfore, che costeggia l’intero perimetro della stanza buia. Da un lato mi mostra una pietra alta, appuntita, e per terra una palla di stoffa. “Va lanciata ad occhi chiusi in cima alla pietra. Se si ferma, il desiderio che esprimi sarà esaudito”, mi spiega, incoraggiandomi ad un lancio e non smettendo di fare foto al gruppetto che visita il tempio. 

Al termine della nostra visita, dopo che tutte le nostre famiglie e i nostri cari sono stati benedetti, ci attende un the bollente e un pasto appena preparato, da condividere sotto il sole di questa bellissima giornata di novembre.

Riso, pollo, pane: una grande tavola intorno alla quale si sta in piedi, insieme, e si dimentica il freddo che coglie se non si è abituati a stare senza scarpe. Qualcuno ha preparato anche dei dolma, piatto tipico locale che decideremo di consumare sui prati, poco distante.

Usciti dal perimetro di Lalish si torna al caos colorato delle strade irachene, alla guida spericolata dei suoi autisti, ai furgoni carichi di bambini sul retro, con i capelli scompigliati dal vento; alle pecore che pascolano e a quei puntini blu, tra le montagne. Sono gli “insediamenti informali” dei tanti sfollati che hanno preferito non andare nei campi profughi, e si sono sistemati così, tra una tenda e un container, ma nelle loro valli. 

In lontananza una grande fiamma si staglia contro il cielo. La torre dell’impianto petrolifero ricorda quanto sia ricco il suolo di questo martoriato paese, e perché da decenni sia attraversato da guerre importate, che hanno acuito divisioni settarie, violenze, scontri tra comunità che probabilmente vorrebbero solo vivere in pace. Godere dei frutti di questa terra, organizzare picnic con le famiglie. 

Mentre cala il sole, quello che resta sono i sorrisi che ti fanno sentire a casa. Il dono prezioso dell’accoglienza ricevuta, la ricchezza e il privilegio dell’incontro con altri popoli e culture. 

E allora, il mio nodo sciolto al tempio di Lalish è stato per la liberazione di Bashiqa. Perché Uday possa farvi ritorno con la sua famiglia. Perché non debba più iniziare le sue frasi con un ricordo.

E’ stato sciolto per Salam, Rojan e il piccolo Zirak, perché possa crescere in un paese senza guerra. Per Elias, con l’augurio che possa far ritorno in un Sinjar liberato con sua moglie, e non sia costretto a partire per la Germania, come suo fratello, rischiando la vita ancora una volta dopo essere fuggito da Daesh camminando per tre giorni fino in Siria.

“Vedi Cici”, mi dice Uday, “noi siamo gente pacifica, che spera. Spera di avere una vita normale, che i propri figli crescano in pace, di poter tornare a casa, che la guerra finisca. Non dimenticare di scriverlo: qui, a Lalish, tutto è speranza”. 

 

23 Dicembre 2015
di: 
Cecilia Dalla Negra da Dohuk - Kurdistan Iracheno
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