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La parola all’Algeria e ai berberi

Recensione di "La minoranza inesistente. I berberi e la costruzione dello Stato algerino" (2013, Carocci) di Marisa Fois. 

 

 

La tendenza nel comprendere ed interpretare le realtà nazionali (in questo caso particolare, nord-africane) tramite prospettive univoche e singolari è divenuto parte integrante del “nostro” modus pensandi

L’idea di poter evirare dal ragionamento analitico i popoli, le persone e talvolta la storia ha ormai preso il sopravvento facendoci concentrare sui giochi geopolitici e gli equilibri mondiali decisi da (presunte) superpotenze le cui volontà si riverberano inevitabilmente nella realtà che viviamo.

Se si guarda, poi, al mondo arabo, lo si tende ad accumunare sotto un’unica bandiera: dal Marocco, alla Tunisia, all’Egitto sino all’Iraq, passando per Libano e Giordania, senza dimenticare i Paesi del Golfo. Eppure la via verso la verità, ammesso che ve ne sia una ed una sola, è molto più tortuosa.

Ogni Paese con le sue caratteristiche, ogni popolazione con i suoi aspetti precipui, ogni nazione con i suoi interessi.

Stanti questi fatti, il libro “La minoranza inesistente. I Berberi e la costruzione dello Stato algerino” ha due pregi già solo nel suo titolo. Prima di tutto si occupa di Algeria, Paese con cui noi italiani abbiamo, pur ignorandolo, un destino comune determinato dalle nostrane politiche energetiche.

Il primo merito è dunque quello di aprire una finestra su ciò che accade al di là del Mediterraneo che, con grande sorpresa di qualcuno, pur ci interessa. Secondariamente si occupa della minoranza berbera “volutamente dimenticata” scrive l’autrice nella costruzione della storia Algerina.

Ha dunque un duplice merito: recuperare la storia di un Paese che per l’Italia ha un rupeolo fondamentale ed altresì leggerne la storia per tramite di una narrativa inedita per gli occhi del grande pubblico. Il dibattito interno che lacera l’Algeria è di non poco conto: identità arabo-islamica o prettamente algerina? Arabi o berberi?

Non è una questione minoritaria in una regione come quella del Nord Africa dove la composizione sociale di un Paese appare più che policroma.

Si tratta di un libro denso, nonostante sia tutto sommato breve (111 pagine) che, pur essendo chiaro e scorrevole dell’esposizione, necessita la conoscenza di parte della storia algerina. Quando l’autrice discute di “una guerra nella guerra”, facendo riferimento alla guerra di liberazione nazionale con particolare riferimento alla crisi berberista, è chiaro che chi legge il testo dovrebbe avere delle pur minime nozioni di storia dell’Algeria.

Un libro tuttavia non solo per specialisti, ma per chiunque voglia avvicinarsi appunto alla storia dell’Algeria pur consapevole di utilizzare una prospettiva privilegiata. Del resto la stessa autrice ammette che la bibliografia che (ad esempio) è stata prodotta sulla guerra di liberazione nazionale locale è vastissima ed invita il lettore ad orientarsi in questo mare magnum di opere letterarie affidandosi allo storico Benjamin Stora.

Del resto la bibliografia è in molti casi parziale, nel senso di schierarsi dall’una o dall’altra parte mistificando la realtà, una problematica questa che si riproduce anche nel caso degli studi di berberistica dove “discorsi mistificati e radicali” hanno resa impossibile una riflessione seria ed approfondita sull’identità berbera in Algeria.

Per tal motivo in questo libro si fa particolare affidamento alle risorse d’archivio: Parigi, archivi nazionali di Algeri e quelli d'outre-mer di Aix-en-Provence, per tentare di rifuggire tali logiche.

E’ stato proprio il feroce e violento ed acceso clima di contestazione che ha prodotto narrative opposte, diverse, diametralmente avverse.

Narrative fra le quali l’autrice prova a districarsi senza rimanerne impigliata. Si perché la contestazione in Algeria ha radici profonde, ben più profonde di una semplice primavera. E’ dal 1980 che movimenti di contestazione si susseguono incessantemente nel Paese trovando in forme e tempistiche alternate repressione e/o collaborazione da parte delle istituzioni.

Fois tenta dunque di riaccendere l’attenzione sull’ormai spento “Faro del Terzo Mondo” su una realtà complessa ed intricata la cui analisi - fa bene ripeterlo - non può ridursi ad una interpretazione delle dinamiche geopolitiche o contando le riserve di gas e petrolio, ma che deve necessariamente tenere nel giusto conto gli equilibri interni di un Paese ai più ancora del tutto sconosciuto.

30 Luglio 2014
di: 
Marco Di Donato
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