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Per una giornata delle memorie

“Non dobbiamo continuare a ripetere: gli odi non ci interessano, non ci importa quello che viene fatto alle altre minoranze, solo l’odio contro di noi è quello vero”. In occasione del Giorno della Memoria pubblichiamo il discorso di Avraham Burg* al Parlamento israeliano.

 

 

Il 27 gennaio di ogni anno tutto il mondo si mobilita per il Giorno della Memoria. Scuole, pubblici uffici, chiese, moschee e sinagoghe si adoperano per ricordare l’apice della brutalità umana raggiunto nella metà del secolo scorso.

Soprattutto in Europa, il cui suolo è stato protagonista di quella brutalità, ogni anno l’attenzione mediatica, e soprattutto politica, si concentra su questa data. Affinché l’odio contro quei popoli ritenuti inferiori dalla dottrina nazista non si ripeta più, perché le nuove generazioni siano migliori di quelle precedenti, con la speranza che il mondo impari dai propri errori. 

Non ci sono, tuttavia, soltanto questi modi di ricordare quel 27 gennaio 1945, quando il campo di concentramento di Auschwitz (in Polonia) fu liberato dalle truppe sovietiche dell’Armata Rossa.

Proprio perché in quel luogo di morte e distruzione non c’erano soltanto ebrei, ma anche altri gruppi etnici, religiosi e culturali - tra cui rom, sinti, testimoni di Geova e omosessuali - ci sono persone che il 27 gennaio lo trascorrono diversamente.

Ad esempio mettendo in discussione il consenso generale che vede la tragedia degli ebrei ergersi un gradino più in alto delle altre tragedie.

Non solo quelle accorse durante la Seconda Guerra Mondiale, ma anche quelle precedenti e successive. Che sono tante, troppe, per non essere ricordate, o meglio, per essere considerate tragedie meno importanti. 

Ma provare a rivedere questo consenso è anch’esso un terreno scivoloso, dato che si rischia di dare adito a chi lo sterminio degli ebrei intende direttamente negarlo e cancellarlo dalla Storia.

Con la conseguenza che spesso chiunque provi a deviare dalla retorica del consenso viene immediatamente inglobato tra i “cattivi”, senza alcuna possibilità di dialogo. 

Anche ad Avraham Burg, che ha provato più volte ad affrontare diversamente la Shoah, è andata così. Ex-Presidente della Knesset e dell’Agenzia Ebraica, nonché fondatore del primo movimento pacifista israeliano, Peace Now, Burg si è distinto negli ultimi anni per le sue posizione critiche nei confronti del sionismo.

Il suo libro Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico, pubblicato nel 2007, ha scatenato violenti polemiche, non solo in Israele, a tal punto da spingerlo a decidere di trasferirsi in Francia, proprio in quell’anno. In quell’opera, Burg riporta il discorso che tenne di fronte al Parlamento israeliano nell’ambito di una sessione straordinaria dedicata alla lotta contro l’antisemitismo. 

Era il 27 gennaio 2004, un anno prima che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite votasse all’unanimità la Risoluzione 607, che istituiva appunto il Giorno della Memoria. Ma erano già diversi anni che singoli Stati in America e in Europa celebravano questa ricorrenza in un gesto, secondo Burg, di “amicizia senza precedenti” nei confronti del popolo ebraico.

Che tuttavia Israele “respingeva, continuando a parlare di un mondo che è tutto contro di noi”.

Questo era  dunque il contesto in cui Burg pronunciò il suo discorso, che decidiamo di pubblicare per la sua attualità e affinché questa giornata possa essere affrontata con più onestà e lucidità, lasciando da parte facili retoriche e falsi consensi. 

 

“Signor Presidente, signor Primo Ministro, signori deputati. 

Ho alcune riserve in merito al dibattito e al tono delle parole che sono state pronunciate. Io non mi sento così perseguitato. Non penso che i discorsi su una seconda Shoah abbiano un fondamento reale […].

Nel giorno in cui il mondo ha preso, dopo così tanti anni, la storica decisione di esprimere la propria solidarietà per i crimini commessi in Europa nella metà del secolo scorso, e principalmente i torti commessi contro il popolo ebraico, è inammissibile che qui, dal Parlamento israeliano, si dia l’impressione che mentre tutto il mondo esprime solidarietà verso di noi, noi diciamo: il mondo è tutto contro di noi.

Perciò questa giornata non deve essere quella della commemorazione dell’antisemitismo, bensì […] una giornata in cui il Parlamento s’associa a tutto ciò che tutto il mondo sta cercando di fare per combattere l’odio e la xenofobia. 

[…] Il mondo occidentale entro il quale noi viviamo, e in particolare all’inizio del Ventunesimo secolo, è un mondo in cui c’è molta più difesa dall’odio in generale, e l’odio ebraico nello specifico: più di quanta non ve ne sia mai stata. Sul piano strategico, la situazione del nostro popolo è la migliore che si sia mai vista. Se sessant’anni fa avessimo potuto contare sulle stesse amicizie di oggi, fra cui la maggior potenza mondiale e i tre paesi più importanti d’Europa – Germania, Francia e Inghilterra – per non parlare degli altri, ebbene, il popolo ebraico avrebbe vissuto una storia diversa.

Quella di cui godiamo oggi è un’amicizia incondizionata. La Chiesa, storicamente responsabile dell’accusa rivolta agli ebrei di aver crocifisso il Messia, è oggi una Chiesa diversa. La Chiesa cattolica di oggi è molto più vicina all’uomo, al cittadino e ai suoi diritti.

Non sussiste più il pericolo di un genocidio, e certo non di un genocidio per il popolo ebraico […].

E’ vero, l’antisemitismo è ancora attivo […] ma l’antisemitismo oggi non è un problema degli ebrei. L’antisemitismo, se oggi si manifesta entro una società, è la cartina di tornasole della salute morale di quella società […]. Perché? Perché non si tratta più di un odio legittimato, ufficialmente permesso, nei confronti dell’ebreo reietto e lebbroso; riguarda piuttosto la qualità della vita umana nel contesto di una società in cui quest’odio può manifestarsi. Una società in cui si annida l’odio, che sia di genere antisemita o di altro tipo, è una società malata. 

Perciò, di fronte al paesaggio mondiale dell’odio, compreso l’odio per gli ebrei e quello antisemita, lo Stato d’Israele e il Parlamento israeliano hanno il dovere di chiedersi: che cosa bisogna fare? 

Comincerò con quello che non bisogna fare. Lo Stato d’Israele non deve creare una struttura ebraica per lottare contro l’antisemitismo.

Il Parlamento e lo Stato d’Israele devono tendere la mano e dire: costruiamo insieme la coalizione mondiale contro la xenofobia, contro ogni odio, contro l’odio dell’uomo in generale, compreso quello contro l’uomo ebreo. 

Non dobbiamo restare sempre ripiegati in noi stessi. Non dobbiamo continuare a ripetere: gli odi non ci interessano, non ci importa quello che succede agli altri, non ci importa, non ci importa quello che viene fatto alle altre minoranze, solo l’odio contro di noi è quello vero, tutti gli altri non sono odi veri. Se ci impegniamo nella lotta contro gli odi universali, recupereremo quel che abbiamo già pagato come prezzo di vittime, e ciò sarà una compensazione, una lezione per il mondo intero: come non è ammesso comportarci così verso di noi, altrettanto non lo è verso chiunque. 

Quando lo Stato d’Israele avrà le mani così pulite e la società israeliana si schiererà accanto alle società dell’amore e della condanna dell’odio nel mondo, dovremo dire a noi stessi: la giustizia si fa prima di tutto a casa. Anche qui c’è qualcosa da fare nel campo dell’odio fra gli uomini". 

 

*Tratto da Burg, Avraham (2008), “Sconfiggere Hitler. Per un nuovo universalismo e umanesimo ebraico”, pp. 271-274, Vicenza, Neri Pozza Editore.

 

25 Gennaio 2014
di: 
Redazione