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Focus/Iraq: 'l’araba fenice' risorgerà dalle sue ceneri?

L’Iraq avrebbe tutte le carte in regola per diventare un grande paese. Detentore della quarta riserva di petrolio al mondo, l’Iraq può (poteva?) contare sul fertile influsso di due fiumi che hanno fatto la storia dell’umanità, il Tigri e l’Eufrate.

La struttura economica del paese è analoga a quella degli altri stati del Golfo, trainata dal settore degli idrocarburi, che fornisce il 90% delle entrate e circa il 65% del PIL (dati ICE). La capacità di estrazione è tuttavia in aumento e l’Agenzia Internazionale per l'Energia (AIE) calcola che nei prossimi anni le riserve irachene, già aumentate del 24% rispetto allo scorso anno (dati OPEC), potrebbero superare quelle dell’Iran. Permangono tuttavia forti carenze infrastrutturali legate alla lavorazione e al trasporto del greggio, su cui le autorità locali saranno chiamate a investire nei prossimi anni. L’Iraq è inoltre un importante produttore di gas: secondo i dati dell’ICE, il paese già vanta la decima riserva al mondo (3.200 miliardi di mc), ma la sua capacità è destinata ad aumentare e a collocarlo tra i primi cinque paesi produttori.
L’industria necessita di modernizzazione e dal 2007 sono in atto programmi di sviluppo che coinvolgono anche aziende internazionali. Il settore agricolo, sebbene in crescita nel 2010 dopo i danni della siccità del 2008, sta subendo la carenza di infrastrutture legate all’utilizzazione delle risorse idriche, troppo spesso insufficienti a garantire un adeguato sfruttamento delle acque. Inoltre, si rivela sempre più necessaria la conclusione di accordi con Turchia e Siria per la gestione controllata e concordata delle acque dei due fiumi. Il settore terziario pubblico pesa sul PIL per il 30%, e impiega quasi i due terzi della forza lavoro locale (dati ICE).
Negli ultimi anni l’andamento del PIL è piuttosto altalenante, soprattutto a causa della fluttuazione dei prezzi del petrolio. Cresciuto del 9,5 nel 2008 a causa delle quotazioni gonfiate del greggio, nel 2009 la crescita del PIL crolla al +4,2% sulla scia della crisi globale, per poi scendere ulteriormente ad uno scarso +0,8% nel 2010 (dati FMI). D’altra parte, l’andamento della crescita del PIL ben sottolinea la condizione di instabilità in cui versa il paese. L’esperimento democratico, di cui il paese è teatro, è in bilico, e agli scontri con le fazioni opposte all’attuale governo e alla presenza di eserciti stranieri, si sono aggiunte nel 2011 anche le proteste popolari contro la corruzione del governo, la disoccupazione (14% secondo la IIF) e gli scarsi servizi di base.
Tuttavia, la primavera araba sembra favorire nel 2011 la ripresa economica del paese: come accade per i paesi del Golfo, il vuoto di forniture di petrolio libico ha causato un aumento della vendita del greggio iracheno. Le previsioni di crescita del PIL, per il 2011, sono molto positive: la EIU e il FMI prevedono un +9,6%, mentre la IIF parla addirittura di un +11%.
Certamente, lo smercio di qualche barile di petrolio in più non costituisce una soluzione nei problemi del paese. E soprattutto non garantisce all’Iraq ciò di cui pare avere più bisogno attualmente: stabilità ed indipendenza. Certamente la presenza statunitense e internazionale non sta favorendo il raggiungimento di questi due obiettivi: il progetto di trasformazione dell’Iraq nel pozzo di greggio privato delle companies internazionali e nella roccaforte statunitense avanzata sul confine iraniano ha ben poco a che vedere con progetti di diversificazione e di stabilizzazione dell’economia per il bene degli iracheni.
Anche qualora le forze internazionali dovessero lasciare il paese, i problemi iracheni non sarebbero risolti: il dialogo politico potrebbe infatti sfociare nuovamente in conflitto, contribuendo ad aggiungere instabilità in un sistema regionale già di per sé scoppiettante. Se la situazione dovesse nuovamente degenerare, sarebbe difficile, anche per le imprese internazionali che si sono divise le spoglie del ricco paese, sfruttare effettivamente le risorse irachene. A ben vedere, l’imposizione in Iraq della democrazia dall’esterno non è stata una grande trovata nemmeno dal punto di vista economico.
 


Photo by Marianna02 on Flickr

di: 
Giovanni Andriolo
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