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Focus/Kuwait ed Emirati Arabi Uniti: quando la differenziazione fa la differenza

Kuwait ed Emirati Arabi Uniti (EAU) sono due paesi che, come l’Arabia Saudita, hanno creato la loro ingente fortuna tramite l’estrazione e la vendita del petrolio. Qui la primavera araba non è mai arrivata. Tuttavia l’inverno che sta per arrivare potrebbe portare con sé diverse sorprese.

Nel 2011 il Kuwait detiene una riserva di 101 miliardi di barili, che lo posiziona al quinto posto al mondo, staccando di poco i quasi 98 miliardi di barili degli EAU. Questo dato, tuttavia, va confrontato con la minore estensione dei due paesi rispetto all’Arabia Saudita (il più grande paese del Medio oriente) e al minor numero di abitanti: 3,5 milioni per il Kuwait e circa 5 milioni per gli EAU, di cui quasi due terzi sono stranieri, contro i 27 milioni del Regno saudita. Questo si traduce in una maggiore ricchezza procapite degli abitanti dei due piccoli paesi, che nel 2010 si è attestato intorno ai 36 mila dollari per il Kuwait e 59 mila per gli EAU (dati FMI). Tuttavia, la struttura economica dei due stati del Golfo ha assunto negli ultimi anni orientamenti diversi.
Da un lato il Kuwait si basa su una export-led economy quasi monosettore, quello petrolifero e dei suoi derivati, che produce circa il 90% del PIL del paese. I principali settori economici sono in mano a società statali, che occupano l’80% della forza lavoro locale e che consegnano di fatto allo Stato il controllo dell’ingente ricchezza che ne deriva. Questo tipo di struttura è simile, sebbene produca risultati diversi in termini di numeri, a quella di altri paesi esportatori di petrolio, come l’Arabia Saudita o l’Algeria, e se da un lato comporta grandi guadagni derivati dalla vivacità del mercato del petrolio, dall’altro tale vivacità rende i flussi di prezzo e di consumo dell’oro nero altalenanti e difficilmente inquadrabili in previsioni di lungo termine. Questo determina, come è già stato notato per altri paesi, una certa insicurezza sull’esito delle performance dell’economia negli anni, e lega le sorti di un intero stato ai capricci di un mercato che negli ultimi anni (ma non solo) si è rivelato spesso capace di sorprendere (per usare un eufemismo).
Da una simile dipendenza sembrano invece volersi progressivamente sganciare gli EAU, federazione di sette emirati profondamente diversi fra loro. I due più importanti, Abu Dhabi e Dubai, dettano il ritmo dell’economia del paese. Se da un lato Abu Dhabi, che detiene il 90% delle risorse petrolifere del paese, basa il proprio sviluppo sui proventi del greggio ma ha attuato negli ultimi tempi politiche di diversificazione economica soprattutto nel campo delle energie alternative, dall’altro la scarsezza di risorse di Dubai ha incentivato uno sviluppo audace del settore dei servizi. La dialettica di queste due strutture economiche ha fatto in modo che gli EAU giungessero nel 2010 a costruire un PIL composto per ben il 50% da servizi, contro un 23% del settore oil (dati ICE). Questo fatto differenzia gli Emirati dagli altri paesi esportatori di petrolio e permette di parlare di una lungimirante eccezione all’interno dell’area del Golfo.
Certamente, le politiche di diversificazione e di investimento su settori non oil sono state e sono possibili grazie agli introiti del commercio del petrolio, che resta comunque la base dello sviluppo economico del paese. Tuttavia, i recenti sviluppi soprattutto nel settore delle energie alternative e nel turismo, anche in questo caso eccezione in una Penisola araba difficilmente accessibile per i vacanzieri, nonché la capacità del paese di attrarre investimenti dall’estero, sono elementi fondamentali che dotano il paese di nuovi strumenti di crescita in un mondo che sta cambiando velocemente.
La crisi economica e finanziaria degli ultimi anni ha bloccato anche lo sviluppo degli EAU, ma sembra aver colpito maggiormente l’emirato di Dubai, più esposto nel settore dei servizi rispetto ad Abu Dhabi e massacrato dal debito di 25 miliardi di dollari contratto dal Dubai World, la compagnia di investimenti che detiene e gestisce le partecipazioni nazionali e internazionali del governo dell’emirato. Malgrado questi incidenti, la performance del paese è stata nel 2010 positiva, con una crescita del 2,1% contro il -2,7% del 2009, anche se lontana anni luce dal +7,4% del 2008 (dati EIU Country Report).
Molto meno esposto sul versate della diversificazione, il Kuwait persegue le proprie politiche di sviluppo basandosi ancora quasi totalmente sul mercato del petrolio. Tuttavia, il nuovo piano quinquennale, approvato nel 2010, prevede lo stanziamento graduale di 130 miliardi di dollari per finanziare un programma di trasformazione del Kuwait in un importante centro commerciale e finanziario regionale. A questo proposito, sono rilevanti alcuni progetti di sviluppo infrastrutturale intrapresi nel 2010, come l’espansione del Kuwait International Airport o la costruzione di due autostrade di 30 km e di una linea ferroviaria che dovrebbero connettere i porti alle principali arterie del paese, oppure il progetto di sviluppo e ampliamento della capacità ricettiva del porto dell’isola di Boubyan. La posizione strategica del Kuwait si presta allo sviluppo di tale piano: situato sul versante settentrionale del Golfo Persico, il Kuwait chiude quasi interamente lo sbocco al mare del vicino Iraq, diventandone forzatamente punto di accesso navale. Forte di questa posizione, il governo intende rendere il paese il punto d’accesso dei materiali e dei mezzi destinati alla ricostruzione e allo sviluppo dell’Iraq. In una tale ottica si inserisce pertanto il forte interesse dimostrato per lo sviluppo delle infrastrutture. Nella fattispecie, l’ampliamento della rete stradale e, soprattutto, del porto sull’isola di Boubyan, vicinissima al territorio iracheno, sembrano rappresentare due elementi fondamentali per lo sviluppo di questo ambizioso progetto. Anche il Kuwait, quindi, forse in ritardo rispetto agli EAU, sta tentando di creare vie di sviluppo alternative al petrolio.
Le rivolte arabe del 2011 non sembrano aver colpito eccessivamente la politica e l’economia dei due paesi. Inoltre, la minore esposizione a livello regionale e internazionale rispetto all’Arabia Saudita, ha fatto in modo che Kuwait ed EAU fossero ancora più al sicuri del “loro fratello maggiore”.
A livello politico, le piazze di Kuwait City hanno ospitato alcune manifestazioni nel marzo del 2011, risolte peraltro senza troppe conseguenze, mentre negli EAU simili avvenimenti non si sono neanche verificati. Tuttavia, per maggiore sicurezza e prevenzione, le autorità hanno intrapreso dei piani di contenimento, attraverso un lavoro di intelligence finalizzato al controllo del territorio e attraverso l’erogazione di fondi speciali a sostegno delle regioni e dei settori meno sviluppati. Certamente, il carattere autoritario delle monarchie al potere nei due paesi, così come la scarsa popolazione e gli alti redditi pro capite dei locali non hanno favorito la diffusione delle proteste nei due paesi.
Inoltre, gli influssi degli eventi della primavera 2011 sul mercato internazionale del petrolio hanno causato effetti positivi sulle entrate dei due paesi. Le prime analisi disponibili sull’andamento economico del 2011 dimostrano come i paesi del Golfo esportatori di petrolio stiano in realtà beneficiando della quasi totale assenza delle forniture libiche sul mercato internazionale e dalla situazione di instabilità che domina gran parte dei paesi della regione. E ciò in tre direzioni: una maggiore richiesta di petrolio ai paesi produttori non in conflitto, un aumento del prezzo del greggio, un maggior orientamento del commercio internazionale verso i paesi più stabili, soprattutto nei settori di trasporti, turismo e finanza.
Eurasia Group, una delle maggiori agenzie di consulenza sul rischio politico al mondo, ha definito gli EAU come l’economia “più dinamica” nell’area mediorientale e nordafricana del 2011; le previsioni del FMI sostengono che il PIL emiratino crescerà nel 2011 del 3,2%. Lo statunitense Insitute of International Finance prevede per il Kuwait una crescita del 4,4% nel 2011, contro il 2% dell’anno precedente, sulla spinta degli investimenti del governo nell’ambito del piano quinquennale; tali previsioni sono viste al rialzo dal FMI, che prevede una crescita del 5,3% grazie appunto alle spese del governo per lo sviluppo di settori non oil.
In ultima analisi, le due maggiori economie dell’area dopo l’Arabia Saudita stanno beneficiando, più che subendo, degli effetti positivi delle rivolte arabe. Rispetto all’Arabia Saudita, essi non detengono infatti le stesse responsabilità di mantenimento dell’ordine regionale. Gli Emirati Arabi hanno integrato con 500 poliziotti le forze inviate dal CCG in Bahrein, ma il coinvolgimento a livello internazionale del paese è certamente inferiore, rispetto a quello dei Saud. Tuttavia, non è certo che una simile situazione sia destinata a perdurare, vista l’estrema instabilità di un’area araba a geometrie variabili, come quella fotografata nel 2011 (basti pensare al caos libico o siriano, per esempio, ma anche alle incombenti elezioni in Egitto), e la conseguente quasi impossibilità di formulare previsioni verisimili di medio termine.

 

di: 
Giovanni Andriolo
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