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Focus/Qatar e Bahrein: i tigrotti del Golfo

Un confronto dei due paesi meno popolosi della Penisola araba (poco più di un milione entrambi) costituisce un interessante esempio di come, partendo da condizioni simili, due stati possano svilupparsi in maniera differente.

Il Qatar e il Bahrein si muovono all’interno dello scenario CCG, ma sono in qualche modo più “piccoli” degli altri membri. Lo sono dal punto di vista di popolazione ed estensione, per produzione e riserve di petrolio, nonché per livello (tendenzialmente scarso) di autonomia nelle proprie capacità decisionali (in questo momento, soprattutto Bahrein). I due paesi dimostrano una maggiore propensione ad appoggiarsi ai fratelli maggiori del Golfo, soprattutto l’Arabia Saudita, e a uniformare le proprie politiche alle politiche di quest’ultima. Con alcune differenze, che negli ultimi anni si sono trasformate in situazioni quasi opposte.
In qualche modo staccati fisicamente dal blocco della penisola araba (uno è un’isola, l’altro una penisola), i due paesi sono vicini tra loro non soltanto geograficamente, ma anche strategicamente all’Arabia Saudita. Tuttavia, la disponibilità di risorse per i due paesi è molto diversa, così come la loro struttura economica e il loro posizionamento strategico.
Il Bahrein possiede risorse irrisorie rispetto ai suoi vicini: l’unico campo petrolifero e di gas inshore del paese garantisce una riserva di 125 milioni di barili e 500 milioni di piedi cubi di gas (dati ICE), mentre assieme all’Arabia Saudita condivide i proventi del campo petrolifero offshore di Abu Saafa. Tuttavia, la piccola isola è costretta a importare anche petrolio grezzo (dall’Arabia Saudita). Diversamente dal trend generale della regione, l’economia del paese è concentrata su settori non oil (+4,8% nel 2010, contro il +1,5% del settore petrolifero, dati IIF) come servizi (banche offshore ed islamiche) e industria pesante. Notevole anche l’apporto del turismo, soprattutto di provenienza saudita. La vicinanza con il fratello saudita era già evidente negli anni precedenti: principale partner commerciale del paese, l’Arabia Saudita sostiene di fatto il settore oil bahreinita, così come il settore turistico. Il ponte che collega la capitale Manama alle coste saudite ha visto il passaggio dei mille soldati inviati, sotto l’egida del CCG, a reprimere la rivolta della maggioranza sciita della popolazione contro la minoranza sunnita al potere. L’intervento saudita ha dimostrato al mondo il grado di controllo che il paese può effettuare sulla piccola isola vicina, trasformando, nei fatti, il Bahrein in un proprio governatorato. Il 2011 quindi ha avuto conseguenze negative sul Bahrein, soprattutto sul turismo e sul settore alberghiero. La tappa bahreinita del Gran Premio di Formula 1 è stata cancellata, causando così un’ulteriore perdita economica. Il settore bancario, che aveva appena ripreso coscienza dopo la crisi finanziaria globale, è destinato ad affrontare ancora molti mesi difficili. L’economia del paese trova un certo sostegno dall’aumento dei prezzi del petrolio, tanto che il governo progetta di triplicare la produzione del campo petrolifero inshore nei prossimi tre anni: una tendenza opposta, rispetto agli altri paesi della regione, orientati invece verso una differenziazione economica non oil. Per il Bahrein, il FMI prevede una crescita del PIL reale, per il 2011, del 3,1%, contro il 4,1% dello scorso anno, mentre la IIF parla di +2,9%. Certamente, pesa sul Bahrein la presenza saudita e le sorti incerte della debole monarchia sunnita nei prossimi anni. Diverso, se non opposto è il trend del Qatar. La piccola penisola, poco popolosa, presenta, rispetto al Bahrein, un elemento fondamentale: una riserva di petrolio di 25 miliardi di barili e la terza riserva mondiale di gas naturale. I proventi del settore degli idrocarburi, associati ad una popolazione minima, 0,3 milioni di locali (il 90% degli abitanti sono stranieri), producono un risultato in termini di PIL procapite, impressionante: 76 mila dollari nel 2010, secondo i dati FMI. La crescita del PIL reale nel 2010 ha raggiunto percentuali che si aggirano tra +16% (FMI) e +18,5% (IIF), con un aumento record nel settore degli idrocarburi (+27,9% secondo la IIF) e un’ottima performance degli altri settori (+9,2%).
L’economia, quindi, è chiaramente trainata dal settore energetico, che contribuisce a circa il 60% del PIL (dati ICE). Il settore manifatturiero, che produce l’8% del PIL, presenta attività nel settore chimico e petrolchimico, lavorazione di metalli e costruzione. Il turismo di lusso ha una certa importanza, così come gli eventi sportivi e alcuni progetti culturali. Nel 2011, il PIL potrebbe crescere addirittura del 20% (previsioni FMI), grazie ad una ulteriore sviluppo della produzione del gas naturale, per poi attestarsi, a partire dal 2012, su un più umano +6%. Il Qatar, quindi, sembra essere uno dei paesi che più stanno beneficiano dell’attuale congiuntura economica. La sua crescita procede a ritmi serrati e garantisce una certa autonomia decisionale nei confronti del vicino saudita. La rete televisiva al Jazeera, che trasmette da Doha, è un esempio di concorrenza, a livello internazionale, nei confronti della famosa emittente saudita al Arabiya.
Tuttavia, un punto debole c’è ed è comune a quello di molti altri paesi dell’area: la dipendenza eccessiva dal petrolio, che permette il funzionamento dell’intero sistema economico locale. Qualora, per qualsiasi motivo, l’olio nero dovesse perdere il proprio peso e il proprio valore sul mercato internazionale, il Qatar avrebbe a disposizione ben poche misure per proseguire i trend di crescita esplosivi degli ultimi anni. Doha non sta prodigando adeguati sforzi verso la diversificazione dell’economia, anche se i piani di sviluppo e di implementazione della produzione di gas naturale sembrano puntare verso nuovi assetti economici futuri.
 

Photo by Harold Laudeus on Flickr

di: 
Giovanni Andriolo
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