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Focus/Siria: Assad presto "a secco", di contanti

Fino al 2009 il PIL del paese è cresciuto con un tasso che oscillava tra il 5% e il 6%, poi con la crisi globale è precipitato al 3,2%. Ora con "l'arrivo della primavera araba" il valore del dinaro siriano ha perso in aprile il 15% nel suo cambio con il dollaro, e le riserve di valuta estera della banca centrale stanno terminando.

La Siria è un grande paese. Non soltanto per superficie (185 mila km2) e per numero di abitanti (20 milioni), ma soprattutto per la posizione cruciale all’interno della regione mediorientale, incastonata tra il Mar Mediterraneo, la sempre più potente Turchia, lo scoppiettante Iraq e il difficile Israele, e per la sua tradizione politica e culturale che la rendono un campione della causa araba nel mondo.
Il sistema economico siriano è trainato dal settore petrolifero, anche se le sue scorte di petrolio sono irrisorie, rispetto a quelle di altri paesi arabi (2.500 miliardi di barili). La produzione del petrolio è controllata per il 52% dallo stato (dati ICE), e il commercio di carburanti pesa per il 36% sul PIL del paese (dati OMC).
La Siria sta inoltre sviluppando un importante mercato del gas, attraverso investimenti sugli impianti di produzione e accordi con i paesi vicini (Egitto, Giordania, Turchia) per la costruzione di gasdotti.
Il settore agricolo è il secondo elemento su cui si basa l’economia siriana: contribuisce infatti al 31% delle esportazioni del paese (dati OMC) e occupa circa il 30% della forza lavoro (dati ICE). Il settore fornisce le materie prime necessarie per il funzionamento delle principali industrie del paese e per la sussistenza della popolazione siriana. La produzione agricola è minacciata da periodi di siccità, come quello che ha colpito la regione nel 2008. Questo spiega anche in parte l’insistenza siriana nel rivendicare le Alture del Golan, occupate da Israele nel 1967 e mai abbandonate completamente: le Alture ospitano diversi corsi acqua che assumono importanza fondamentale in una regione secca come quella mediorientale e che sono attualmente sfruttati da Israele. La questione del Golan rimane ancora oggi la causa principale delle ostilità tra Damasco e Gerusalemme.
Il settore industriale è abbastanza diversificato e sta subendo un lento processo di passaggio dal controllo statale al privato. Tuttavia, le grandi industrie del paese sono statali e appaiono scarsamente attrezzate per fronteggiare la concorrenza internazionale. I principali settori sono il tessile, la chimica, l’agroindustria, i metalli, il cemento e l’elettronica. I flussi commerciali siriani sono collegati principalmente all’Unione Europea (35% delle esportazioni secondo la OMC) e ai paesi arabi vicini (Iraq, Libano, Arabia Saudita, Egitto). Il turismo è un altro settore importante: nel 2010 il numero di turisti in Siria era aumentato di oltre il 40% rispetto all’anno precedente (dati ICE).
Il PIL del paese è cresciuto fino al 2009 con un tasso che oscillava tra il 5% e il 6%, con un calo nel 2010 al 3,2%, a causa della recessione globale (dati FMI). Il governo del presidente Assad, in carica dal 2000, stava perseguendo lentamente il passaggio da un modello di economia pianificata verso un modello di economia sociale di mercato.
Tuttavia, la primavera del 2011 ha scosso pesantemente il paese e le proteste si sono trasformate ben presto in scontri con le forze dell’ordine, che non stanno lesinando uomini e armamenti per reprimere la rivolta.
Una tale situazione ha causato il collasso dell’economia del paese. Il settore turistico, in grande crescita, è devastato, con gli alberghi a Damasco e Aleppo quasi vuoti, mentre gli investimenti esteri sono bloccati. Il governo sta affrontando spese straordinarie sia nel campo sociale, per venire incontro alle istanze degli insorti, sia per reprimere le proteste. Il valore del dinaro siriano ha perso in aprile il 15% nel suo cambio con il dollaro, e le riserve di valuta estera della banca centrale stanno terminando.
L’innalzamento dei prezzi del petrolio sta favorendo le esportazioni siriane, e la buona annata per l’agricoltura sta dando respiro alle condizioni economiche del paese.
Tuttavia, l’azione decisa del regime di Damasco contro le rivolte sta provocando l’avversità di diversi partner commerciali, mettendo a rischio il mercato del petrolio: esiste la possibilità che le compagnie dei paesi avversi cessino di comperare il greggio siriano come strumento di pressione contro Assad.
E proprio la fondamentale importanza del settore oil nella struttura economica siriana sembra essere all’origine dell’accanimento nei confronti delle maggiori industrie petrolifere da parte delle sanzioni degli Stati Uniti e, più recentemente, dell’Unione Europea. Tali sanzioni sono state decise in segno di protesta nei confronti dei metodi repressivi che il regime di Assad sta adoperando nella gestione della crisi siriana e sono stimate aver colpito il 95% delle esportazioni siriane e il 25% degli introiti del Governo del paese.
Stati Uniti ed UE si sono inoltre mobilitati anche in seno alle Nazioni Unite, affinché fosse emessa una risoluzione da parte del Consiglio di Sicurezza tramite la quale generalizzare le sanzioni a livello internazionale. Tuttavia, una tale mozione ha incontrato l’opposizione di diversi paesi, tra cui le due potenze regionali Russia e Cina: la prima in virtù dei rapporti di partnership strategica che da decenni intrattiene con la Siria, la seconda in linea con l’atteggiamento di neutralità mantenuto in qualsiasi questione non la coinvolga direttamente. Inoltre, Damasco può ancora contare su un alleato fondamentale, il vicino Iran, ben poco propenso a permettere un cambio di regime nel bel mezzo della regione mediorientale e a ridosso di Israele.
Malgrado Assad possa ancora trovare supporto presso alcuni paesi, tuttavia la situazione siriana è sempre più incerta: secondo diversi analisti, Damasco corre il rischio di rimanere presto a secco di riserve di valuta, costringendo così la Siria a richiedere prestiti ad altri paesi. Il FMI calcola che il PIL siriano crescerà nel 2011 del 3%, mentre la IIF parla di un tragico -3%: la discordanza estrema delle previsioni mette in evidenza la situazione di totale instabilità e imprevedibilità in cui versa la Siria nel 2011.
Il primo passo verso il recupero della stabilità è sicuramente la cessazione degli scontri in atto e una soluzione del conflitto che sta insanguinando il paese. Certamente, la scarsa simpatia che gode il regime di Assad a Washington e Gerusalemme, a causa soprattutto della sua vicinanza con l’Iran, lasciano poche speranze al Leoncino di Damasco.
Tuttavia, sembra necessario per il bene della regione che le ostilità cessino al più presto: qualora l’escalation di violenza dovesse aumentare, si farebbe sempre più reale il rischio di un intervento diretto esterno (la NATO in questo 2011 ha già i muscoli caldi), che, qualora degenerasse, potrebbe coinvolgere, oltre che Israele, anche la vicina potenza iraniana.
In una tale prospettiva, l’inverno arabo diventerebbe rosso di fuoco e di sangue, e un tale conflitto potrebbe sfuggire dalle mani dei suoi stessi fautori, accendendo tutte in una volta le micce che si intrecciano in Medio Oriente e che, qualora non fossero disinnescate, rischierebbero di coinvolgere il mondo intero.


Photo by Sean Long on Flickr

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di: 
Giovanni Andriolo
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