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Focus/Yemen: l’Arabia Infelix sull’orlo del baratro

Nell’eccezionalità del panorama della Penisola araba, la vera particolarità economica è costituita dallo Yemen. In negativo.

Lo Yemen è oggi il paese arabo più povero di una delle regioni più ricche del pianeta. Scarso di risorse energetiche, il paese è popolato da 24 milioni di abitanti che sopravvivono con un PIL procapite di 1.280 dollari (dati FMI, 2010). Lo UNDP assegna allo Yemen il quartultimo posto tra i paesi della Lega Araba nell’Indice di Sviluppo Umano, dopo Sudan, Gibuti e Mauritania. L’economia del paese è, similmente ad altri paesi dell’area, dipendente dalla produzione di petrolio, che costituisce il 90% delle esportazioni e il 70% degli introiti pubblici (dati ICE). Tuttavia, l’entità delle riserve yemenite è di gran lunga inferiore rispetto agli altri paesi della regione, e dal 2000 è in progressiva diminuzione. Anche le risorse idriche stanno gradualmente diminuendo e la povertà si sta diffondendo anche a causa della crescita demografica (+3,5% l’anno secondo l’ICE). Ad aggravare la situazione, dal 27 gennaio del 2011 il paese è stato letteralmente travolto dalle proteste contro la disoccupazione (il cui tasso raggiunge nel 2010 il 15%, dati IIF), le condizioni economiche, la corruzione diffusa nella classe politica e la proposta di modifica della Costituzione avanzata dal governo di Ali Abdullah Saleh. Le proteste non si sono fermate, e gli scontri tra le forze governative e i gruppi di opposizione sono diventai particolarmente violenti, tanto che in aprile il CCG, sotto la guida dell’Arabia Saudita, è intervenuto come mediatore nel conflitto: sebbene lo Yemen non faccia parte della cricca dei paesi del Golfo, la sua vicinanza e la sua posizione geografica rendono le petromonarchie particolarmente sensibili alle sue condizioni di stabilità e alla capacità del governo di mantenere il controllo sui diversi gruppi tribali e politici che si agitano all’interno. All’inizio di giugno, il Presidente Saleh è rimasto ferito in un’esplosione avvenuta nel compound dove abitava e si è ritirato in Arabia Saudita per essere sottoposto alle necessarie cure mediche. Il ritiro di Saleh a Ryad ha causato uno stallo estivo della situazione, con gli scontri che continuano a susseguirsi senza che si possa giungere ad una soluzione del conflitto. Nel frattempo, l’economia del paese, già debole prima delle rivolte, è al collasso. Le forniture di carburante scarseggiano, e i gruppi ostili al governo hanno sabotato gran parte della rete di elettrica del paese: di conseguenza, l’elettricità è disponibile soltanto alcune ore al giorno. I prezzi del cibo continuano a crescere. Dopo che a marzo alcuni membri di una tribù antigovernativa hanno fatto esplodere un oleodotto e manomesso uno dei due principali impianti di produzione di petrolio del paese, il governo è costretto ad importare almeno la metà del suo petrolio. Nella capitale Sana’a la rabbia degli automobilisti in fila ai distributori per accaparrarsi un po’ di benzina rimasta degenera spesso in nuove proteste e disordini.
Il problema più grave, tuttavia, è la scarsità d’acqua: dall’inizio delle proteste, il prezzo dell’acqua è quintuplicato e, in alcune aree, addirittura decuplicato, mentre le trivelle che pompano acqua dal sottosuolo si stanno lentamente fermando a causa della mancanza del carburante necessario per farle funzionare. Secondo gli esperti della Banca Mondiale, Sana’a potrebbe essere la prima capitale al mondo a rimanere senz’acqua.
Gli IDE in entrata nel paese hanno subito un drastico calo. Secondo i dati della locale General Investment Auturity, nel 2010 il maggior investitore nel paese era l’Arabia Saudita, che aveva investito circa 7 milioni e 700 mila dollari statunitensi perlopiù su progetti di edilizia e turismo. Entrambi i settori hanno subito un brusco collasso nel 2011, arrivando a picchi del -80%, soprattutto nel settore turistico. Molte aziende hanno chiuso i battenti, mentre quelle rimaste aperte lamentano la scarsa disponibilità da parte delle banche a concedere prestiti. La Camera di commercio yemenita, inoltre, avverte che da mesi molte aziende hanno smesso di pagare le tasse. Il Ministro yemenita del commercio e dell’industria, Hisham Sharaf, ha stimato le perdite per l’economia del paese in 5 miliardi di dollari, all’incirca il 17% del PIL del paese del 2009. La IIF prevede che il PIL yemenita diminuirà nel 2011 del 4%. In aggiunta, molti investitori stranieri, così come i ricchi yemeniti, stanno spostando i propri capitali all’estero, obbligando così la Banca Centrale yemenita a dare fondo alle già esigue riserve di valuta estera. La sopravvivenza politica di Saleh è assicurata dalla sua capacità di finanziare i gruppi che ancora lo sostengono e circola sempre più insistente la voce che il presidente avrebbe prelevato valuta estera dalla Banca Centrale per i propri usi personali. Qualora questa situazione dovesse persistere, lo Yemen si troverebbe ad affrontare un disastro umanitario. Il primo passo per evitare un tale scenario è sicuramente la cessazione delle ostilità. Questa, tuttavia, sembra attualmente difficilmente attuabile: anche qualora Saleh rassegnasse le proprie dimissioni, la transizione sarebbe resa difficile dalla natura multiforme dei gruppi politici e tribali yemeniti, che probabilmente entrerebbero ben presto in contrasto fra loro. Da qui, risulta evidente la necessità che emerga una forza politica (anche di coalizione) in grado di gestire il passaggio da Saleh ad una forma di governo meno corrotta e più attenta alle diverse istanze del paese, capace di mantenere l’ordine nelle varie regioni e di attuare efficaci piani di sviluppo e di diversificazione dell’economia, abile nell’attrarre verso il paese investimenti esteri. Per ora, l’Arabia Saudita sembra essersi accollata l’onere di accompagnare la transizione di potere nel paese, sotto l’egida del CCG; tuttavia, lo Yemen corre il rischio di diventare, parimenti all’attuale Bahrein, una sorta di ufficioso governatorato saudita, dove l’ordine è mantenuto a suon di petrodollari ed esercito. Anche l’autunno yemenita si preannuncia particolarmente bollente, e una soluzione del conflitto in corso diventa prioritaria per la regione, alla pari della situazione libica in area nordafricana. Qualora l’inverno non riuscisse a raffreddare i toni accesi dello scontro in Yemen, la ferita aperta ai piedi della Penisola araba potrebbe imputridire e contagiare i trend positivi dell’intera area. Soprattutto, la vicinanza di uno Yemen in crisi con la Somalia, uno stato fallito e già ad un passo dal disastro umanitario, potrebbe creare una zona di instabilità e di intensa attività di gruppi armati proprio attorno al Golfo di Aden e all’imbocco del Mar Rosso, inibendo il passaggio delle rotte marittime e danneggiando così i flussi commerciali (anche petroliferi) dei ricchi paesi CCG. Con conseguenze incalcolabili.

/p

di: 
Giovanni Andriolo
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