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I rapporti turco-israeliani: posizioni e interessi

Mahjoub Zweiri - al Jazira
Il ruolo turco in Medio Oriente assomiglia alla posizione di un politico che ha scelto di riformare il sistema dall’interno. Chi cerca di leggere ciò che è accaduto e che sta accadendo come legato a una singola corrente politica nel Paese non fa che sottovalutare la Turchia, che si presenta come un modello e come un esempio di maturità per le potenze emergenti. di Mahjoub Zweiri
al Jazira, 16 giugno 2010

Nel clamore degli avvenimenti, spesso i diversi elementi che compongono uno scenario si mescolano e si confondono, e sembra difficile giungere ad una comprensione profonda degli eventi. Questa è la natura delle cose in ogni società ed in ogni epoca. Ma la situazione appare ancora più complicata nel caso di società frustrate e disilluse, se non addirittura sconfitte. Queste società cercano un salvatore, un messia politico. E’ questo il caso degli atteggiamenti legati alla Palestina e alla questione palestinese fin dalla fondazione dello Stato israeliano.

Lo Stato occupante si è concentrato fin dalla sua nascita su una dottrina che in sostanza ritiene che Israele non può scommettere soltanto sulla propria forza militare o sull’appoggio straniero proveniente da continenti lontani, ma è necessario che si faccia anche degli amici fra i popoli della regione. La partnership e l’amicizia con Paesi mediorientali era per Israele una necessità politica, militare, economica, e demografica. Alla luce di un vicinato arabo che rifiutava Israele – in passato erano sia i governi che le popolazioni ad esprimere questo rifiuto; ora lo esprimono le sole popolazioni – lo Stato ebraico avvertiva la necessità di un sostegno che non gli facesse sentire la propria alienazione politica a causa della geografia.

Era questo il contesto che spinse Israele a cercare l’amicizia del regime monarchico in Iran, il quale non esitò a riconoscere lo Stato ebraico a meno di due anni dalla sua fondazione. Ed è lo stesso sfondo storico che fece sì che la Turchia di Ataturk riconoscesse lo Stato di Israele, e stabilisse relazioni diplomatiche con esso, sviluppando un rapporto che è arrivato a rasentare la partnership strategica.

I dettagli del rapporto

Al desiderio dello Stato ebraico di rinsaldare i propri rapporti con questi due Paesi mediorientali e non arabi ha fatto riscontro una visione legata alla costruzione dello Stato moderno da parte di questi due paesi. Sia per l’Iran che per la Turchia la costruzione dello Stato moderno passava per il rapporto con l’Occidente. E il ponte per creare un rapporto con l’Occidente, agli occhi delle élite politiche di questi due Stati, era Israele. Era questa l’equazione. Israele a quell’epoca non attribuiva importanza ai regimi arabi poiché si sentiva parte di un triangolo non arabo che l’accomunava a Iran e Turchia. Ma l’essenza della politica è il cambiamento, e la trasformazione che scosse l’Iran ponendo fine alla monarchia fu un duro colpo al sistema di alleanze che Israele si ostinava a voler mantenere.

La Rivoluzione Islamica del 1979 in Iran, e la successiva fondazione della Repubblica Islamica, hanno inferto un duro colpo a Israele sul lungo periodo, soprattutto dato che il nuovo regime iraniano proclamò con chiarezza l’illegittimità dello Stato ebraico e della sua occupazione della Palestina. Esso espresse una posizione che rappresentò uno shock ancor più duro per gli israeliani, affermando di considerare Israele un cancro che andava estirpato dalla regione.

Questa chiara posizione del regime iraniano fu seguita dal suo annuncio di voler sostenere coloro che avevano sofferto l’occupazione israeliana, appoggiando il movimento di liberazione della Palestina, a prescindere dal carattere islamico o meno di quest’ultimo.

La perdita di un alleato regionale come l’Iran spinse Israele a leggere il rapporto con la Turchia in maniera differente. E non sarebbe potuto avvenire diversamente, essendo la Turchia l’erede dello Stato ottomano sunnita che aveva dominato la Palestina e le regioni limitrofe per più di quattro secoli. Perciò, concentrarsi sul rapporto con la Turchia aveva in sé altri vantaggi che forse superavano quelli del rapporto che Israele aveva avuto con l’Iran musulmano sciita – un Paese che aveva scelto di differenziarsi dagli arabi fondando lo Stato safavide nel 1507 e proclamando lo sciismo duodecimano dottrina ufficiale dello Stato.

Il rapporto israeliano con la Turchia negli anni ’60 e ’70 ha rappresentato una carta per esercitare pressioni sui Paesi arabi, i quali si rendevano conto che lo Stato di Israele estendeva i propri rapporti sebbene gli arabi lo considerassero uno Stato occupante. Inoltre, Israele ha utilizzato questo rapporto per inviare un altro messaggio politico, la cui sostanza era che lo Stato ebraico aveva ottenuto la legittimazione da un Paese che era stato il centro del califfato islamico.

Se la questione della legittimazione e gli aspetti storici erano importanti per Israele, i fattori economici, politici, e di sicurezza lo erano in egual misura. La cooperazione militare fra i due Paesi, che si tradusse in esercitazioni congiunte, nell’acquisto di armi, nell’ammodernamento e nella manutenzione della macchina bellica turca, raggiunse nel 2008 un valore di oltre 1,07 miliardi di dollari.

Sotto il profilo della cooperazione economica, le esportazioni turche verso Israele raggiunsero nel 2008 un valore di circa 1,53 miliardi di dollari. Per altro verso, vi sono circa 250 società israeliane che operano in territorio turco, mentre oltre 580 società turche operano nei territori del 1948.

Le relazioni turco-israeliane si svilupparono nel contesto di un ampio sostegno occidentale, guidato dagli Stati Uniti. Il rapporto fra Ankara e lo Stato ebraico rientrava e continuerà a rientrare negli interessi americani. Washington è convinta che gli alleati nella regione mediorientale siano una necessità imprescindibile, e ogni volta che il numero di questi alleati aumenta gli Stati Uniti vedono rafforzata la loro agenda nella regione. In questo contesto rientra il ruolo della base di Incirlik in Turchia, che fu utilizzata dagli americani per rafforzare l’assedio contro l’Iraq. Allo stesso modo, Washington e l’alleato israeliano non poterono fare a meno di riconoscere un ruolo alla Turchia nelle forze dell’UNIFIL schierate nel sud del Libano. Per non parlare poi del ruolo turco in Afghanistan nell’ambito della NATO.

Il rapporto fra Ankara e Tel Aviv si sviluppò in un ambito politico e di interessi in cui si è cercato in gran parte di evitare le possibili fonti di contrasti. Forse a ciò ha contribuito anche il fatto che la Turchia stava concentrando la propria politica estera sulla questione dell’adesione all’Unione Europea. Ma di fronte al ripetuto rifiuto di Paesi europei come la Francia, in Turchia ha cominciato ad aver luogo una revisione degli strumenti di politica estera adottati fino a quel momento. I risultati di questa revisione somigliano a quelli a cui giunse la Cina quando decise di concentrarsi sul concetto di geografia politica e di operare in quest’ambito per affermare il proprio ruolo regionale e internazionale. Questo esempio non è lontano neanche da quello del Brasile in America Latina.

Il fatto che la Turchia si sia proposta come mediatore nel processo di pace mediorientale ha rafforzato l’importanza del suo ruolo, cosa che ha spinto l’Occidente a prenderla maggiormente sul serio. Tuttavia questo ruolo – a quanto sembra – è stato visto come un ruolo unidirezionale, vale a dire come un ruolo che applica semplicemente ciò che vuole la cosiddetta legalità internazionale. Ma la Turchia ha giocato questo ruolo in maniera diversa.

La mediazione turca ha cercato di tradurre il concetto di mediatore imparziale nel linguaggio della realtà politica, ma ciò non sembra essere piaciuto a Israele e agli Stati Uniti. Questo perché Ankara ha voluto che il suo ruolo mantenesse una certa misura di equilibrio, cosa a cui una regione sempre sul punto di esplodere come il Medio Oriente non è abituata.

La posizione turca nei confronti della guerra israeliana contro il Libano nel 2006, dell’aggressione israeliana a Gaza nel 2008, e della prosecuzione dell’assedio di Gaza, e l’insoddisfazione turca per la ritrosia israeliana di fronte alla mediazione di Ankara fra Tel Aviv e Damasco, sono tutti fattori che hanno affrettato la crisi tra i due Paesi. Ma ciò che è nascosto forse ha un’importanza ancora maggiore. Ankara sembra essere a conoscenza della campagna di incitamento condotta da Israele contro la Turchia. Questa campagna è rivolta agli Stati Uniti e ad alcuni Paesi della regione con l’obiettivo di spaventarli rispetto a ciò che sta compiendo la Turchia, soprattutto dopo il ruolo che ha avuto Ankara insieme al Brasile nel convincere l’Iran a firmare un accordo per lo scambio dell’uranio iraniano.

La campagna condotta da Israele – secondo la lettura turca – è fondata sul tentativo di postulare un legame tra le posizioni adottate dalla Turchia e la natura islamica del partito “Giustizia e Sviluppo”. In questo contesto vale anche la pena ricordare un altro elemento che ha suscitato le preoccupazioni di Ankara, quello legato al rapporto fra Israele ed il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), considerato dalla Turchia un’organizzazione terroristica.

L’insistenza turca nell’adottare un discorso intransigente nei confronti di Israele va al di là della semplice suscettibilità turca, e sembra alludere al tentativo di radicare il concetto in base al quale il fatto che la cosiddetta comunità internazionale chiami i singoli Stati a rendere conto delle proprie azioni deve valere per tutti, e quindi anche per Israele. Si tratta di un concetto che richiede un grande sforzo per essere accettato e per trovare la propria definitiva applicazione. La Turchia non fa altro che utilizzare gli stessi strumenti che utilizzano gli altri attori internazionali, nel momento in cui parla di giustizia e di legalità internazionale e di raggiungimento della pace e della sicurezza mondiale.

Perdere la Turchia dopo aver perso l’Iran

Così come Israele ha perso l’Iran circa trent’anni fa, vedendo un amico fidato trasformarsi in un nemico giurato, allo stesso modo ora è sul punto di perdere la Turchia. E si tratta di una perdita che a mio giudizio Israele non può permettersi, così come non possono permettersela gli Stati Uniti. La differenza fra il rapporto israelo-iraniano e il rapporto turco-israeliano sta nel fatto che nel caso iraniano l’inimicizia nei confronti di Israele è uno dei fattori che rafforzano la legittimazione del regime politico in Iran, mentre nel caso turco tale inimicizia potrebbe portare ad aspri contrasti politici interni senza tuttavia influenzare né la legittimità né il futuro del regime politico turco.

Il ruolo turco in Medio Oriente assomiglia alla posizione di un politico che ha scelto di riformare il sistema dall’interno. Si tratta di una posizione che forse non ha trovato appoggio fino a questo momento, ma che è molto diversa dalla posizione dell’Iran. Ma la cosa che appare degna di nota è che entrambe le posizioni non piacciono al mondo di oggi perché al centro di tali posizioni vi è Israele.

La Turchia sembra nutrire fiducia nel fatto che i successi da essa ottenuti non rappresentano il programma politico di un partito, ma di uno Stato. Chi cerca di leggere ciò che è accaduto e che sta accadendo come legato a una singola corrente politica nel Paese non fa che sottovalutare la Turchia, la quale si presenta come un modello e come un esempio di maturità per le potenze emergenti.

Mahjoub Zweiri
è un accademico giordano specializzato in questioni iraniane e mediorientali. Insegna presso l’Università del Qatar.

(Traduzione a cura di Medarabnews)

Articolo originale [in arabo]