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Afghanistan

Da qualche mese nell'universo internet si assiste a una curiosa novità, che se non implicasse  fatti ed eventi drammatici farebbe quasi sorridere: l'esercito Nato (Isaf) e i talebani non si combattono più solo a suon di bombe e attentati ma anche a suon di “cinguettii” su uno dei social network più utilizzati al mondo, Twitter.

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Vivono in case fatte di fango, cartoni, pezzi di compensato e buste di plastica, in balia delle intemperie e delle incursioni di polizia, eserciti e gruppi armati. Sono gli sfollati e i rifugiati afghani, distribuiti nei diversi insediamenti informali sorti a ridosso delle città del paese, soprattutto intorno a Herat, Kabul e Mazar-e-Sharif.

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Con l'occhio dei filmmaker italiani i diritti tornano a farsi volti, persone, sentimenti, emozioni. "Sguardi Diritti" è un viaggio ad altezza di videocamera tra Afghanistan, Somalia, Egitto, Tunisia e Italia, una rassegna di sguardi diretti e inediti sul mondo che cambia. Dalla lotta di emancipazione delle donne, alla primavera araba, al rebus dell'accoglienza in Italia. Quattro serate, quattro associazioni, tanti registi e ospiti... per farsi delle domande.

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"Alle volte, pensando a quello che sta succedendo in Afghanistan, l’unica cosa che mi viene in mente è una guerra civile, che si muove però secondo dinamiche mafiose. Intimidazioni, minacce, pedinamenti, arresti, telefonate minatorie". Intervista a FB.

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Quando l'8 maggio scorso si è celebrata la Giornata mondiale della libertà di stampa, il ministro della Cultura Sayed Makhdom Raheen ha dichiarato raggiante che una delle conquiste più eccezionali dell'era post-talebana è stata proprio l'espansione dei media. “Il loro numero è cresciuto da zero a  200 ad appena un mese dalla caduta del regime. Ora abbiamo oltre mille media, tra radio, tv, e carta stampata”.

 

 

La profanazione del Corano non è nuova in scenari di guerra e occupazione che riguardano paesi a maggioranza musulmana, e ogni volta le reazioni della popolazione sono empre le stesse. E proprio perché ormai se ne conoscono le conseguenze, non si comprende come sia possibile che simili episodi accadano ancora.

 

“Quanti altri uomini devono ancora morire per una missione che non sta avendo alcun successo?”. Se questa domanda l'avesse fatta un attivista o un membro della società civile non ci sarebbe stato nulla di strano. Ma a farla è stato invece un ufficiale dell'esercito Usa, per giunta rivolgendosi al Congresso americano. 

Appesi per i polsi al soffitto, insultati e percossi brutalmente con cavi elettrici e bastoni di legno, unghie dei piedi strappate, genitali torsi fino a far perdere conoscenza, umiliazioni verbali di ogni tipo. Succede nelle prigioni afgane, in cui le pratiche di tortura non sono molto diverse da quelle del più famoso carcere di Abu Ghahib in Iraq. Solo, stavolta non abbiamo le foto.

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