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Afghanistan

Quando Mona Kareem aveva 11 anni qualcuno le chiese da dove venisse, ma non fu in grado di rispondere. Mona non esiste, per nessuno. E' un'invisibile perché non ha doveri, ma neanche diritti. Ecco la tragedia più dimenticata dall’agenda politica della comunità internazionale. 

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Da qualche mese nell'universo internet si assiste a una curiosa novità, che se non implicasse  fatti ed eventi drammatici farebbe quasi sorridere: l'esercito Nato (Isaf) e i talebani non si combattono più solo a suon di bombe e attentati ma anche a suon di “cinguettii” su uno dei social network più utilizzati al mondo, Twitter.

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Vivono in case fatte di fango, cartoni, pezzi di compensato e buste di plastica, in balia delle intemperie e delle incursioni di polizia, eserciti e gruppi armati. Sono gli sfollati e i rifugiati afghani, distribuiti nei diversi insediamenti informali sorti a ridosso delle città del paese, soprattutto intorno a Herat, Kabul e Mazar-e-Sharif.

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La profanazione del Corano non è nuova in scenari di guerra e occupazione che riguardano paesi a maggioranza musulmana, e ogni volta le reazioni della popolazione sono empre le stesse. E proprio perché ormai se ne conoscono le conseguenze, non si comprende come sia possibile che simili episodi accadano ancora.

 

Era destinato a diventare il 'convegno della discordia', quello previsto per oggi in Campidoglio e che aveva in agenda come ospite il cosiddetto “signore della guerra” Mohammed Mohaqiq. Le proteste, infatti, non si sono fatte attendere, attraverso una mobilitazione e duri comunicati soprattutto da parte del CISDA, il Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane.

 

“Quanti altri uomini devono ancora morire per una missione che non sta avendo alcun successo?”. Se questa domanda l'avesse fatta un attivista o un membro della società civile non ci sarebbe stato nulla di strano. Ma a farla è stato invece un ufficiale dell'esercito Usa, per giunta rivolgendosi al Congresso americano. 

Appesi per i polsi al soffitto, insultati e percossi brutalmente con cavi elettrici e bastoni di legno, unghie dei piedi strappate, genitali torsi fino a far perdere conoscenza, umiliazioni verbali di ogni tipo. Succede nelle prigioni afgane, in cui le pratiche di tortura non sono molto diverse da quelle del più famoso carcere di Abu Ghahib in Iraq. Solo, stavolta non abbiamo le foto.

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