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Afghanistan

Era destinato a diventare il 'convegno della discordia', quello previsto per oggi in Campidoglio e che aveva in agenda come ospite il cosiddetto “signore della guerra” Mohammed Mohaqiq. Le proteste, infatti, non si sono fatte attendere, attraverso una mobilitazione e duri comunicati soprattutto da parte del CISDA, il Coordinamento italiano a sostegno delle donne afghane.

 

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“Qui lavora solo chi è raccomandato”. Parole fin troppo familiari, e che non risparmiano neanche i giovani afghani, alle prese con una disoccupazione cronica e un pauroso sistema clientelare a tutti i livelli. 'Dimenticando' per una volta la guerra.

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“Quanti altri uomini devono ancora morire per una missione che non sta avendo alcun successo?”. Se questa domanda l'avesse fatta un attivista o un membro della società civile non ci sarebbe stato nulla di strano. Ma a farla è stato invece un ufficiale dell'esercito Usa, per giunta rivolgendosi al Congresso americano. 

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Appesi per i polsi al soffitto, insultati e percossi brutalmente con cavi elettrici e bastoni di legno, unghie dei piedi strappate, genitali torsi fino a far perdere conoscenza, umiliazioni verbali di ogni tipo. Succede nelle prigioni afgane, in cui le pratiche di tortura non sono molto diverse da quelle del più famoso carcere di Abu Ghahib in Iraq. Solo, stavolta non abbiamo le foto.

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