• ISSN: 2240-323X
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Libano

I fili della corrente sono praticamente ad altezza d’uomo. Quando piove qui si scatena l’inferno. Alzo gli occhi al cielo. Oggi c’è il sole a Beirut, ma il tempo qui cambia molto velocemente. Muhammad, la nostra guida, ci conduce attraverso strade strettissime, che a volte ci impongono di camminare in fila indiana. Superiamo centinaia di case, più spesso baracche, e piccoli negozi le cui finestre sono decorate con immagini di Hassan Nasrallah, Yasser Arafat e anche di vari personaggi di Hamas. La guerra del 2006 è un ricordo vivo. Muhammad ci dice: non abbiamo combattuto è vero, ma eravamo pronti.

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Nel 2011 sono state oltre 1.500 le persone annegate o disperse nel tentativo di attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa. Le stime diffuse oggi dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) rendono l’anno appena trascorso quello col maggior numero di vittime nella regione, da quando - nel 2006 - l’Agenzia ha cominciato ad elaborare questo tipo di statistiche. 

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L’enciclopedico rapporto pubblicato ogni anno da Human Rights Watch, summa del monitoraggio dei diritti umani nel mondo nell’anno appena trascorso, stavolta si apre con un’introduzione sulla Primavera Araba. Evidentemente i fatti mediorientali e nordafricani sono stati straordinari non solo da punto di vista politico, ma anche da quello del rispetto dei diritti dell’uomo.
 

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Ghajar è un piccolo villaggio del sud del Libano. Non si hanno numeri precisi sulla popolazione locale. Non esiste una mappa ufficiale e tutte le carte geografiche in possesso dell’esercito nazionale, di quello israeliano e delle truppe Unifil (Onu) sono considerate "materiale riservato".

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È tempo di bilanci. Era il gennaio di un anno fa a dar fuoco alla miccia che avrebbe sconvolto il mondo arabo nei 12 mesi a seguire. Ora Amnesty International fa il punto della situazione. Rivolte, manifestazioni, rovesciamenti di regime. Ma quanto è cambiato nella sostanza? Il bottino appare magro, grazie anche alla sorprendente "incoerenza" della comunità internazionale.

Se c’è una parte del mondo che non è mai stata completamente decolonizzata, quella è il Medio Oriente. Partendo da questa premessa, Seumas Milne fa coincidere il giorno della caduta di Hosni Mubarak in Egitto con l’inizio di una “implacabile controrivoluzione” delle potenze occidentali e dei loro alleati del Golfo, nel tentativo disperato di schiacciare o comunque manipolare le rivoluzioni arabe.
 

Sulla Siria, Arabia Saudita e Qatar si sono trovati subito d’accordo. Eppure per un certo periodo di tempo si è detto che il piccolo emirato era uno spin-off dell’Iran, e che la sua agenda di politica estera ricalcava da vicino quella di Tehran.

L'articolo 11 della nostra Costituzione recita: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". Eppure le nostre truppe continuano a essere coinvolte in interventi che vengono definiti "umanitari", ma che invece autorizzano "l'uso discrezionale della forza", come è accaduto in Libia.

 

 

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