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Dalla Siria a Zarqa: la storia di "un'anima profuga"

Una pseudo-esistenza fatta di rituali e oggetti che fungono da eco di una vita che forse non tornerà mai più. Così la giovane rifugiata siriana Ayah Khater racconta la sua vita nel campo, in un piccolo ma intenso documentario fatto di memorie, silenzi e struggente nostalgia.

 

 

Gli odori, l'aria, la moschea, i volti, la gioia, l'orrore. Frammenti di ricordi che afferriamo attraverso il caleidoscopio di Ayah, una ragazza siriana che da diversi anni vive nel campo profughi di Zarqa, in Giordania.

In questo video, girato grazie al supporto dell’organizzazione Turning Tables, ci parla della sua vita da rifugiata fatta di giorni tutti uguali, solitudine e mancanza di prospettive.

La tazzina di caffè, una rosa, un semplice lucidalabbra, anche il più piccolo oggetto porta l’immaginazione di Ayah a volare lontano, alla sua vita precedente fatta di studi, sogni e speranze, piena delle voci e degli affetti famigliari.

A regnare oggi è invece la noia, insieme alla paura per chi a casa è rimasto, in balia di una guerra che non vede la fine.

"Il cortometraggio di Ayah si basa sulla sua sofferenza e nostalgia quotidiana, sulle sue preoccupazioni per il suo paese e i suoi cari. È fuggita dalla Siria con il marito e la sorella, ma tutto il resto della famiglia è rimasto nel sud della Siria a Daraa" racconta Darin Hansen (a.k.a. Daro) a Osservatorio Iraq.

Anche lei siriana, Daro è attivista, film maker e membro dello staff di Turning Tables Jordan, ed ha seguito Ayah nella realizzazione del suo corto: "Le notizie in TV sono la sua finestra per vedere cosa sta succedendo in patria - continua -. Ogni volta che una bomba cade vicino alla sua casa in Siria, il suo cuore batte così forte che subito comincia a piangere e corre a chiamare sua madre. Peccato che spesso non vi sia alcuna connessione telefonica o di rete, così a regnare sono la preoccupazione e la tristezza".

Una via d’uscita da questi sentimenti la trova nella scrittura, per lei un nuovo modo di affrontare il tempo che sembra non passare mai, in attesa della prossima volta in cui sentirà la voce di sua madre.

"In Giordania si sente così frustrata e sola – racconta Daro – Così, piccole cose come una foto o un profumo diventano la sua forza per andare avanti. Una volta mi ha detto: ‘non so come farò a dare alla luce il mio primo figlio al pensiero di mia madre così lontano, in una zona sotto i bombardamenti, e del nonno con cui forse non giocherà mai. Quelle vecchie foto saranno l’unico modo per far conoscere la mia famiglia a mio figlio, un giorno".

Il corto di Ayah è uno dei tanti, preziosi lavori fatti dai ragazzi che vivono nei campi grazie all’organizzazione internazionale Turning Tables, in questo caso alla sezione Turning Tables Jordan, di stanza ad Amman: un video che, come commenta lo staff, "serve a ricordare che Ayah Khater è una persona reale, con sogni e speranze, oltre ad essere una figura in statistiche che contano più di 9 milioni di sfollati siriani e più di 250.000 morti".

Con progetti che si estendono un tutta l’area Mena (Tunisia, Libia, Egitto, Libano, Giordania) e non solo, Turning Tables è un’organizzazione no profit nata in Danimarca per fornire una voce ai ragazzi che non ce l’hanno, per garantire loro, attraverso la musica, il cinema e i nuovi media, dei mezzi a loro congeniali per esprimersi, per raccontarsi e per denunciare l’oppressione in maniera non violenta.

Lo scopo è anche fornire delle competenze che molti ragazzi non potrebbero acquisire in altro modo (per chi vive nei campi, ad esempio, è molto difficile accedere a un’istruzione superiore), in modo da poter continuare da soli e avere maggiori opportunità di trovare un lavoro e guadagnarsi da vivere: dalla creazione di una storia alle riprese video, dall’editing alla produzione e distribuzione, con laboratori appositi e la messa a disposizione di materiale, strumentazione e studi di registrazione.

Nel loro sito e nel canale YouTube è possibile vedere tutti i video, compresi i festival e i clip musicali, pubblicati fino a questo momento da tutte le varie sezioni locali. Una finestra sulla vita di questi ragazzi e ragazze e sulla loro voglia di fare e di creare nonostante i contesti difficili.

"Per la gente che viene da fuori è difficile capire – spiega lo staff di TT Jordan – perciò è importante che proprio loro, coloro che vivono nei campi profughi, diventino capaci di raccontare e comunicare le loro storie".

 

26 Aprile 2015
di: 
Anna Toro
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