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Iraq. Se la musica classica rinasce dai giovani e abbatte le barriere

L'arte e le note come mezzo per ricostruire quanto la politica e le guerre degli adulti hanno distrutto, come l'amicizia, le relazioni, lo stare insieme: è il sogno della National Youth Orchestra of Iraq.

 

 

"C'è un mito secondo cui in Iraq non facciamo più nessun tipo di arte. I media, in Europa e negli Stati Uniti, mostrano solo la violenza e l'orrore. E mai le cose buone". Parola di Dua'a, primo oboe della National Youth Orchestra of Iraq (NYOI), che parla solo di uno dei tanti pregiudizi e ostacoli che questa banda di 44 giovani musicisti ha superato in questi cinque anni di attività.

La NYOI è infatti un'avventura partorita nel 2009 dall'intraprendenza e fantasia di Zuhal Sultan, pianista diciassettenne di Baghdad, decisa a reagire alla mancanza di infrastrutture e di insegnanti causata da decenni di guerre e instabilità.

Lo scopo: far rinascere lo studio della musica classica in Iraq e promuovere così il dialogo e la pace all'interno del paese, e tra il paese e il mondo.

Impresa più facile a dirsi che a farsi -  tutt'oggi l'insicurezza in Iraq regna sovrana – ma internet le è venuto in aiuto: dopo aver lanciato l'idea su Facebook, Zuhal ha infatti iniziato a reclutare musicisti da tutto il paese attraverso dei provini che i ragazzi caricavano su Youtube.

La parte più difficile era però trovare un direttore d'orchestra, dato che la maggior parte degli artisti e musicisti è espatriata dall'inizio dell'invasione statunitense. Anche lì, la ricerca è partita via internet, e il destino ha voluto che l'annuncio finisse in una bacheca di un pub di Edimburgo e letto dal musicista e direttore d'orchestra Paul MacAlindin che ha subito abbracciato il progetto e non l'ha più lasciato.

Ad oggi l'orchestra, formata da giovani iracheni arabi e curdi, armeni e assiri,  sunniti e sciiti, uomini e donne, riesce a riunirsi solo una volta all'anno durante un corso di tre settimane, che per alcuni di loro è anche l'unica formazione dal vivo.

Eppure, il gruppo da quel lontano 2009 è cresciuto, ed è stato invitato a esibirsi anche a livello internazionale, con concerti in Germania, Inghilterra e Francia. Scambi che, anche con l'ausilio di tutor internazionali, per questi ragazzi continuano ad essere un arricchimento dal punto di vista artistico e soprattutto umano.

"Quando Arabella Steinbacher è venuta a suonare il Concerto per violino di Beethoven, si potevano vedere le mascelle dei nostri giovani primi violini cascare a terra – racconta divertito il direttore MacAlindin in un'intervista del 2012 – Non avevano mai visto nessuno suonare così. E certamente non una donna. Nella società tradizionale irachena, le donne non sono incoraggiate a fare arte, ma circa un quarto della nostra orchestra è di sesso femminile e si capisce che hanno lavorato dieci volte più sodo per arrivare qui".

E continua: "Non c'è quasi nulla per sostenere questi musicisti. Molti di loro hanno imparato da soli, su strumenti maltrattati, spesso con nient'altro che tutorial di YouTube e quattro ore di elettricità al giorno. Usano la musica anche per chiudere fuori il caos e la violenza. E' il loro conforto, e hanno una fame incredibile di suonare".

Giustamente, l'orchestra continua a sognare in grande, e la meta di quest'estate è l'America (uno scambio con la Elgin Youth Symphony Orchestra, Illinois) per cui il gruppo ha lanciato una campagna di crowdfunding che si chiuderà la settimana prossima.

Per loro, un'occasione imperdibile per offrire al paese ospitante uno sguardo nuovo sul Medio Oriente e su un Iraq la cui gioventù cresce e prende l'iniziativa di dialogo, al di là di divisioni politiche, culturali, etniche, religiose.

E il programma musicale lo conferma: l'orchestra, infatti, suonerà il Concerto per violino di Samuel Barber, compositore americano del XX secolo, la Sinfonia n ° 7 di Beethoven, le opere del compositore curdo Abdullah Jamal Sagirma e del compositore iracheno-americano Amir El Saffar.

"La gente vuole sentire parlare di bombe e violenze, perché è quello che sono abituati a sentire – afferma MacAlindin – E' difficile raccontare una storia diversa, ma questo è esattamente il motivo per cui è necessario farlo". 

 

 

08 Giugno 2014
di: 
Anna Toro
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