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Sfidare l'impossibile: The Accolade, le donne saudite del metal

Quattro musiciste hanno osato sfidare i rigidi divieti della società del regno. Le vedremo ancora in azione?

 

Per un breve periodo sono state sulla cresta dell'onda, intervistate dai giornali (stranieri) più famosi, i loro pezzi tra i più scaricati online, ma sempre attente a non farsi scoprire dal governo e dalla polizia religiosa. Poi più nulla, nessun disco, nessun nuovo brano o news musicale ormai da diversi anni.

Eppure il primo gruppo metal saudita tutto al femminile, The Accolade (da non confondere con un'altra band iraniana che ha lo stesso nome), non ha mai smesso di comunicare con i fan sulla propria pagina Facebook, e uno degli ultimi messaggi potrebbe addirittura far sperare in un loro ritorno in sala di registrazione: “Ci scusiamo per esser state inattive per così tanto tempo – scrivono – Suoniamo ancora e non smetteremo mai, non importa quanto gli impegni della vita ci terranno occupate”.

Non che qualcosa sia cambiata rispetto al 2008, il loro periodo di massima attività: oggi come allora, le donne del regno in teoria non possono guidare, possono uscire solo accompagnate da un parente maschio, devono indossare il tradizionale abaya nero e sono escluse da certe categorie di lavori e attività. Tanto meno possono mettersi a suonare in una band, per giunta metal.

Il governo saudita, però, allora non aveva fatto i conti con la potenza di internet e dei social network, che hanno permesso alle ragazze di diffondere la loro musica e ottenere una visibilità insperata. Certo, con alcune precauzioni e molti sacrifici.

In primo luogo, non si sono mai potute esibire dal vivo in un concerto pubblico né apparire in foto, sia online sia nelle cover dei loro singoli; le prove e jam session della band si sono sempre tenute in luoghi segreti, e nelle interviste hanno sempre e solo fornito il nome proprio, per garantire la sicurezza propria e delle famiglie.

Le Accolade sono Dina, chitarrista e fondatrice della band (oltre che autrice delle copertine), sua sorella Dareen al basso, la cantante Lamia e Amjad alle tastiere. Il fratello di Dina e Dareen dava una mano con la batteria, anche se le ragazze sono sempre state alla ricerca di una batterista donna, per poter essere una perfetta band tutta al femminile.

Una ricerca piuttosto ardua, se si pensa alla tipologia di strumento e alla loro musica, anche se non bisogna dimenticare che il metal, soprattutto quello più estremo, è un genere che si è affermato tantissimo in tutto il Medio oriente, Arabia Saudita compresa.

La musica delle Accolade si avvicina di più a un metal melodico, con sfumature 'gothic' e testi  in inglese, per catturare una fetta di pubblico più universale.

Il nome del gruppo è stato scelto da Dina, che all'epoca studiava appunto arte alla King Abdulaziz University. E' infatti ispirato a uno dei suoi dipinti preferiti, “The Accolade”, del pittore inglese preraffaellita Edmund Blair Leighton, che raffigura una nobildonna elegante mentre duella di spada con un giovane guerriero. “Mi piace perché mostra una donna a suo agio con un uomo” ha detto la ragazza al New York Times.

Spesso ispirate ai quadri e all'arte, le loro canzoni parlano soprattutto d'amore, di storie finite, di speranze e delusioni tipiche delle ragazze della loro età, anche se cantate da donne che non possono vivere questi momenti in maniera serena (le uscite “miste” tra ragazzi e ragazze sono spesso punite in Arabia Saudita), acquistano una valenza tutta particolare.

Le Accolade, in realtà, non hanno mai avuto grandi velleità da attiviste politiche o da paladine dei diritti umani e femminili. Formando una band, volevano semplicemente suonare e divertirsi, e il loro più grande sogno era di esibirsi un giorno in un grande concerto dal vivo, magari a Dubai.  Nel loro paese, invece, la vedevano molto più difficile.

“Non stiamo facendo nulla di sbagliato – ripeteva Dina nelle interviste – è arte, e la stiamo portando avanti nel modo giusto, rispettando tutte le nostre tradizioni e tenendoci lontane da fumo, droghe e alcol”.

Lei che era la compositrice principale, per non turbare ulteriormente le acque aveva anche rinunciato a scrivere una canzone ispirata al quadro de L'ultima cena di Leonardo Da Vinci, dato che in Arabia Saudita le chiese non sono consentite e i musulmani che si convertono al cristianesimo incorrono nel reato di apostasia.

Ma, nonostante la comprensibile auto-censura, queste ragazze la rivoluzione l'hanno fatta con la loro stessa esistenza, rischiando molto, e dimostrando soprattutto quanto internet e i social network possano essere veicolo per la diffusione delle idee e della creatività dei giovani anche nei paesi con delle leggi così rigide e opprimenti.

E infatti, un folto sottobosco di band alternative è esploso nel regno saudita, impossibile da reprimere: rock, punk, death e new metal si sono diffusi a macchia d'olio, con gruppi come i Breeze of the Dying, i Clepto,  Immortal Pain, Al Namrood e tantissimi altri.

In Arabia Saudita non c'è un divieto esplicito per quanto riguarda la musica, nemmeno quella più estrema, ma l'Autorità per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio resta comunque all'erta.

E se per i maschi non va sempre tutto liscio (in passato è capitato che i “metallari” con i capelli lunghi venissero portati in centrale dalla polizia e rasati), per le ragazze come Dina e le sue vecchie compagne di band diventa quasi una missione impossibile.

Chissà se torneranno come hanno detto, o se qualcuna prima o poi proverà a emularle. Intanto, come si legge nella loro pagina Facebook, i fan ancora le aspettano.

 

(Per guardare il video "This is not me" clicca qui)

 

15 Dicembre 2013
di: 
Anna Toro
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