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Tunisia. Gli invisibili di Choucha

Vite sospese, attaccate ad un filo sottile di speranza di riafferrare le redini della propria esistenza. 

 

 

Sono passati quattro lunghi anni da quando lo scoppio della guerra in Libia ha obbligato moltissime persone, di circa 22 nazionalità, a cercare rifugio in Tunisia.

Di fronte ad un’emergenza insolita per il paese, in piena rivoluzione della dignità, l’Altro Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) istalla un campo in pieno deserto, a pochi chilometri dalla frontiera con la Libia, in cui confluiscono più di 3000-4000 persone tra richiedenti asilo e rifugiati, molti dei quali già arrivati in Libia come richiedenti asilo dai propri paesi di origine.

Il riconoscimento della protezione internazionale beneficia alcuni di loro, che da quel momento verranno definiti rifugiati statutari, di cui la maggior parte, circa 3.000, vengono reinstallati in paesi terzi, tra cui Stati Uniti, Norvegia, Svezia e Germania nel quadro dell’Iniziativa Globale di Solidarietà per la Reinstallazione lanciata da maggio a dicembre 2011 dall’UNHCR.

Allo stesso tempo ne discrimina altri sulla base del criterio del paese d’origine, rifiutandone la domanda e trasformandoli in migranti economici irregolari sul territorio tunisino.

Alcuni dei diniegati accettano quindi l’integrazione locale in Tunisia, avviando le procedure per la regolarizzazione nel paese, mentre altri rifiutano di lasciare il campo di Choucha in assenza di una soluzione garantita di reinstallazione in un paese terzo.

Anche a seguito della chiusura amministrativa di Choucha nel giugno 2013 ad opera dell’UNHCR, qualche centinaio di persone decide di restare nella zona progressivamente sempre più dismessa del campo “fantasma” in un’azione di resistenza simbolica all’integrazione locale in Tunisia, considerato paese insicuro e privo di garanzie per i migranti e rifugiati. 

Sebbene il meccanismo della protezione internazionale facesse inizialmente ben presagire per il gruppo di rifugiati riconosciuti tali dall’UNHCR ma rimasti loro malgrado in Tunisia, a quattro anni di distanza la constatazione amara è che nessuna delle persone entrata nel paese nei primi mesi del 2011 è riuscita ad ottenere una regolarizzazione della propria situazione che gli permetta di lavorare e avere accesso ai servizi.

In assenza di quadro giuridico organico che regolamenti la gestione della migrazione, l’asilo e la protezione internazionale, la Tunisia si trova di fronte ad un numero crescente di persone in arrivo da altri paesi dell’Africa Subsahariana con l’obiettivo ultimo di transitare nel paese, ma restandoci poi spesso ingabbiati e costretti a soluzioni di fortuna per raggiungere illegalmente l’altra sponda del Mediterraneo. 

Dall’inferno di Choucha tre diverse traiettorie ci raccontano il paradossale esodo di alcuni di loro.

Bright, Othman e Omran, e altre sei persone originarie di Sudan, Kenya e Niger, dopo quattro anni di vita nel deserto, a seguito del diniego dell’asilo e al loro rifiuto di integrazione locale, vengono arrestati durante un sit-in di fronte alla rappresentanza dell’Ue a Tunisi in cui rivendicano una soluzione politica per il loro caso in un paese terzo europeo.

Vengono reclusi per alcuni giorni in uno dei circa 13 centri segreti per migranti presenti in Tunisia, zone di non-diritto e inaccessibili a società civile e avvocati. Subiscono poi un’inumana deportazione alla frontiera con l’Algeria, in zona militare, per spingerli a lasciare il territorio tunisino a piedi.

Riescono a liberarsi dopo aver subito torture e umiliazioni da parte delle forze dell’ordine tunisine, per terminare nuovamente in Tunisia ancora una volta in cerca di una via d’uscita dal loro limbo giuridico. Solo due opzioni sul tavolo: accettare l’integrazione locale in Tunisia o il programma di rimpatrio “volontario e assistito” offerto dall’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni nel paese di origine.

Pur di non dover supportare la violenza e l’arbitrarietà delle procedure in Tunisia, molti di loro accettano loro malgrado il rientro in Nigeria, e Sudan, gli altri decidono di continuare il martirio a Choucha, nonostante i rischi di sicurezza in una zona frontaliera che nel frattempo si è trasformata in area militare a causa dell’inasprirsi del conflitto in Libia.

Hamidou, ivoriano, decide invece di accettare l’integrazione locale e da quattro anni è alla ricerca di regolarizzazione nel paese per lui e il suo progetto di atelier artigianale di tessuti riciclati. Nell’ottobre 2015 la sua situazione è ancora irregolare, nonostante le numerose procedure in corso, ma riesce ad ottenere un visto Schengen per presentare dei tessuti in un’esposizione a Parigi.

Uscito dalla Tunisia per alcuni giorni, viene poi bloccato al rientro dalla polizia di frontiera senza alcuna spiegazione e gli viene impedito di entrare sul territorio. Le negoziazioni con le autorità tunisine parlano di un decreto di espulsione emesso a suo carico, che lo obbligano a restare recluso nella zona di transito dell’aeroporto per ben 96 ore, rischiando l’espulsione nel suo paese d’origine, la Costa D’Avorio, da cui è scappato nel 2004 in piena crisi post-elettorale.

Le pressioni mediatiche e di una parte della società civile fanno cedere la polizia di frontiera e Hamidou rientra finalmente in territorio tunisino, ma ancora una volta alle prese con le peripezie burocratiche per vivere e lavorare degnamente alla luce del sole.

Mohamed, sudanese, fa parte del gruppo dei rifugiati statutari non reinstallati in paesi terzi. Nono-stante abbia ottenuto il riconoscimento dall’UNHCR, ancora oggi non ha nessun documento per poter lavorare legalmente, inviare i figli a scuola e accedere ai servizi. E’ lui a testimoniare che la quasi totalità dei rifugiati statutari, come molti dei diniegati, hanno preso la via del mare negli ultimi mesi, esausti dall’attesa di riconquistare un’agibilità di vita in un paese che non fa sconti.

Un paese cardine però delle politiche europee sull’esternalizzazione delle frontiere grazie al suo percorso di transizione democratica compiuto e la diligenza nell’applicare i dickat europei nella ge-stione della migrazione.

Invisibilizzando le pratiche con cui migranti e rifugiati si scontrano, invisibilizzando loro stessi.

 

*Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Babel, la rivista di Cospe. La foto è di Alessandro Vecchi, 

 

 

23 Dicembre 2015
di: 
Debora del Pistoia
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